Diciassette scatti, uno dopo l’altro, frazioni di secondo scolpiti nella storia. Il “frame” numero 15 di quella sequenza, in particolare, finito qualche mese dopo sulle copertine dei giornali di tutto il mondo, quando i due protagonisti vennero massacrati dalla furia stragista di Cosa nostra.
Tony Gentile, 61 anni, palermitano, ha passato una vita intera a fermare il tempo nelle sue foto, editoriali per immagini che ha raccolto in libri e mostre e che raccontano tre decenni in prima linea per conto della Reuters, l’agenzia più importante del pianeta. Poi, un giorno, si è fermato: “E’ cambiato tutto, l’informazione è diventata più rapida, non c’è nemmeno il tempo di andare su un posto e progettare un servizio. L’importante è scattare, tanto con il digitale alla fine una foto buona verrà. Quando ho cominciato io toccava stampare, risparmiare anche sui costi della carta, diciamo che bisognava pensare. Ecco, oggi non si pensa più e allora ho deciso che poteva bastare così. Tanto io un sog…
Diciassette scatti, uno dopo l’altro, frazioni di secondo scolpiti nella storia. Il “frame” numero 15 di quella sequenza, in particolare, finito qualche mese dopo sulle copertine dei giornali di tutto il mondo, quando i due protagonisti vennero massacrati dalla furia stragista di Cosa nostra.
Tony Gentile, 61 anni, palermitano, ha passato una vita intera a fermare il tempo nelle sue foto, editoriali per immagini che ha raccolto in libri e mostre e che raccontano tre decenni in prima linea per conto della Reuters, l’agenzia più importante del pianeta. Poi, un giorno, si è fermato: “E’ cambiato tutto, l’informazione è diventata più rapida, non c’è nemmeno il tempo di andare su un posto e progettare un servizio. L’importante è scattare, tanto con il digitale alla fine una foto buona verrà. Quando ho cominciato io toccava stampare, risparmiare anche sui costi della carta, diciamo che bisognava pensare. Ecco, oggi non si pensa più e allora ho deciso che poteva bastare così. Tanto io un sogno nel cassetto ce l’avevo fin da bambino e adesso, finalmente, l’ho realizzato assieme a mio figlio Roberto che fa lo chef e ha lavorato persino con Alain Ducasse, il cuoco monegasco che vanta addirittura 18 stelle Michelin”.
Già, la second life di Tony Gentile, il fotografo di Falcone e Borsellino, ma anche dell’incontro alla Casa Bianca tra Obama e papa Francesco, l’unico reporter che riuscì a fotografare il celebre morso di Suarez a Chiellini ai mondiali di calcio in Brasile, è un ristorante siciliano appena aperto a Roma in zona Monte Sacro. Dove potrà finalmente cucinare la sua mitica pasta con l’anciova e la muddica atturrata, un sugo di acciughe, pomodorini e pan grattato, autentico must della cucina palermitana. “In realtà i fornelli li lascio a Roberto, lo aiuterò in sala, ma immagino che ogni tanto qualche piatto lo cucinerò anch’io. Del resto, sono un cuoco prestato alla fotografia, mica il contrario”.
Da ragazzo voleva fare l’Alberghiero
“Sì, avevo una passione sfrenata per i polli allo spiedo e i fritti tipici della mia città. Le panelle, le crocchè, i broccoli con la pastella. Poi ho preso un’altra strada, ma a casa ho sempre cucinato. Smanettare tra forni e padelle mi rilassa, forse perché per troppo tempo ho viaggiato per il mondo e non mi sono mai fermato. Ecco, quando c’è da preparare un buon piatto di pasta della tradizione siciliana, mi riconcilio con me stesso”.
E quando era inviato di Reuters per eventi internazionali, mondiali di calcio, Olimpiadi, come faceva? In quei posti l’unica salvezza erano le scatolette…
“Per settimane o mesi interi dividevo le stanze dei residence con colleghi americani, giapponesi, russi. Loro facevano incetta di robaccia, io la mattina andavo per mercati, sceglievo quello che mi convinceva di più e la sera cucinavo per tutti. Ricordo che a Vancouver, in Canada, durante i Giochi invernali, il mio alloggio era diventato praticamente un ristorante. Altro che scatolette, quelli si presentavano ogni sera e mangiavano di gusto”.
Lei non è l’unico fotografo con questa passione. Filippo La Mantia, per esempio, ha cominciato con una Leica e poi ha aperto locali alla moda.
“Sa chi cucina da dio? Ferdinando Scianna. Chissà, magari c’è un legame tra cucina e fotografia. Forse il fatto che sia dietro a un obiettivo che davanti ai fornelli ogni giorno è sempre diverso dagli altri. Diffidate dai cuochi “seriali”, un piatto può cambiare tra una cottura e l’altra. Lo chef deve fare in modo che il cliente lo apprezzi o non se ne accorga nemmeno. E così, tra uno scatto e l’altro ci potrà essere un dettaglio in più o in meno, ma è quello che fa la differenza”.
Come l’immagine 15 di quella sequenza al dibattito del 27 marzo 1992, poche settimane prima che Giovanni Falcone fosse ucciso a Capaci insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti di scorta. La sua foto perfetta.
“Ma no, la foto perfetta non esiste. Pensa che il giornale che mi aveva inviato quella sera, poi pubblicò un’altra immagine di quella serie. Soltanto il 20 luglio, il giorno dopo la strage di via D’Amelio, qualcuno si rese conto che lo scatto migliore era un altro. Reuters la mandò in circuito e me la ritrovai in prima pagina su diversi quotidiani. Poi anche sui magazine di tutto il mondo. Una volta un amico mi chiese se fossi contento che una mia foto era diventata il simbolo dell’antimafia. Ma come si può essere contenti se i protagonisti sono stati fatti saltare in aria da Cosa nostra? Ok, è il mio lavoro, ma io all’epoca avevo trent’anni, come tutti i siciliani della mia generazione, Falcone e Borsellino erano l’ultimo appiglio al quale ci aggrappavamo per un futuro migliore. Fu una stagione devastante, ma quell’immagine di vita che racconta la morte credo ci abbia aiutato a reagire”.
C’è un’altra immagine alla quale lei è particolarmente legato, quella scattata durante i funerali del giudice Livatino a Canicattì.
“Sì, c’erano due bambini che tanti anni dopo ho ritrovato e con i quali è nata una grande amicizia. Li ho fotografati a distanza di tempo, un po’ come fece Steve McCurry con la ragazza afghana. Forse non è la mia immagine più bella, ma quella alla quale sono più legato”.
E Chiellini? Come mai nessuno si accorse di quel morso e lei fu l’unico a immortalare la reazione quasi incredula del nostro giocatore?
“Perché Suarez, l’attaccante dell’Uruguay che aveva appena addentato la spalla di Chiellini, si era buttato a terra fingendo di essere stato colpito. I colleghi cominciarono a scattare verso di lui, io puntai invece sull’azzurro. Qualche ora dopo, in sala stampa, mi fecero tutti i complimenti: quella foto apriva i siti di tutto il mondo”.
C’è un aneddoto dietro ogni foto. Anche quella volta che entrò nella mitica sala ovale della Casa Bianca
“Sì, ero l’unico accreditato per Reuters, Ansa e altre agenzie al seguito di papa Francesco. Mi concessero novanta secondi in tutto per immortalare l’incontro tra Obama e il pontefice. Mi concentrai solo su quello, quando uscii mi resi conto di non aver nemmeno visto il tavolo del presidente americano sul quale si decidono i destini del mondo…”.
Ci sarà un aneddoto anche dietro ogni piatto, allora. Da voi cosa preparerete?
"Primi, caponata, salumi e formaggi tipici, dolci della tradizione. Un tuffo nella sicilianità, perché è quello che io e Roberto abbiamo sempre desiderato. Ed è emozionante che nel locale ci siano i fiori dipinti da mio padre Totò, che ha 96 anni, e in sala lavori Valeria, la compagna di mio figlio. L’idea è quella di andare a mangiare a casa di amici, ce la metteremo tutta. Ah, ai muri ho appeso anche un po’ di mie foto. No, non quella di Falcone e Borsellino, quella per me è molto intima anche se ormai è diventata di tutti. E se qualche cliente sarà curioso, proverò a raccontargli cosa c’è dietro ogni scatto. Perché da oggi la mia vita è in cucina, ma la fotografia rimarrà per sempre un grande amore”.
Foto di Tony Gentile per Reuters