Continua la strage nel Mediterraneo. A quasi un mese esatto dalla strage di Lampedusa, costata 26 morti accertati e almeno una ventina di dispersi, dal Mediterraneo arriva la notizia di un’altra tragedia. Un barcone su cui viaggiavano 75 rifugiati sudanesi ha preso fuoco a poche miglia dalle coste libiche e almeno 50 persone hanno perso la vita, solo pochi mesi dopo i due naufragi che hanno causato la morte di oltre sessanta persone a poche miglia dalla costa di Tripoli.
Ne dà notizia l’agenzia Onu Oim, organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha assistito ventiquattro sopravvissuti. “È necessario un intervento urgente per porre fine a simili tragedie in mare", sottolinea l’agenzia, che presenta l’ennesimo tragico bilancio dei morti in mare.
Al 13 settembre, dunque prima dell’ennesima strage, si contavano già 456 vittime di naufragio e 420 dispersi. Una distinzione, di fatto, solo formale. Il mare spesso non restituisce i corpi di chi si prende, ecco perché anche il bilancio delle vittime è sempre approssimato per difetto.
Sono decine le barche che partono dalle coste e di cui non si ha più notizia, con a bordo persone che rimangono vive forse solo nella memoria di familiari e amici, che continuano a domandarsi cosa sia successo. A volte, qualche salma viene individuata in mare – Sea Bird, l’aereo civile di Sea-Watch, ha più volte permesso di dare sepoltura e forse identità a vittime avvistate fra le onde – a volte il mare la restituisce su qualche spiaggia.
Spesso a causare le vittime sono le violente intercettazioni della Guardia costiera libica o delle milizie attive a terra e a mare. Secondo i dati ufficiali, da gennaio a oggi, 17.402 persone sono state catturate in mare mentre tentavano la traversata, fra cui 15.555 uomini, 1.316 donne, 586 minori e 145 di cui non si conoscono i dati di genere. Anche in questo caso, numeri necessariamente approssimativi.
Il “contenimento delle partenze” chiesto da Italia e Ue in cambio di lauti finanziamenti – denunciano da anni agenzie Onu e organizzazioni per i diritti umani – è business su cui diverse milizie hanno messo le mani, soprattutto adesso che Ssa, Rada e polizia giudiziaria di Almasri – che secondo diverse inchieste in Tripolitania lo gestivano in regime di semi monopolio – sono state messe fuori legge. Una mossa che ha diminuito, ma non azzerato il loro potere. Risultato, la Libia da mesi è sprofondata in uno stato di profonda instabilità, con le milizie fino a poco tempo fa parte dell’apparato statale che ancora difendono le proprie roccaforti, a partire dall’aeroporto di Mitiga, feudo storico della Rada, e il governo Dbeibeh determinato a chiudere i conti.
Ecco perché da Zwara, Zahawya e altri porti si continuano a tentare traversate sempre più pericolose. In queste ore, trentasette persone sono in attesa di soccorsi al largo di Malta. “Sono fuggiti dalla Libia, ma il motore del loro piccolo gommone è guasto", dicono da Alarm phone, che comunicato alle autorità anche le coordinate del cencio su cui galleggiano e da cui sono riusciti a chiedere aiuto. “Devono essere soccorsi e portati in un luogo sicuro”, è l’appello. Al momento, nessuno ha risposto.