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Il cardinale a caccia di riabilitazione. Becciu torna sul banco degli imputati

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Due anni fa la condanna a cinque anni e mezzo per i fondi vaticani bruciati nell’affare di Londra. Oggi il via al processo d’appello
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L’appuntamento è per questa mattina, nella nuova aula del tribunale vaticano. Ma, come ha lasciato intendere lo stesso Leone XIV, i riflettori sul processo sono accesi da tempo.

Comincerà oggi l’appello relativo alla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra costata una condanna in primo grado al cardinale Angelo Becciu e ad altri otto imputati.

L’esito non è affatto scontato perché il cardinale ha presentato, anche con un esposto alla procura di Roma, una lunga memoria che rimette in discussione l’intero processo di primo grado: ritiene infatti che i suoi principali accusatori abbiano fabbricato prove e di essere stato vittima di un complotto.

Leone XIV ha mostrato il proprio interesse per il processo senza dichiarazioni ufficiali, ma lanciando un segnale chiaro quando, giovedì, ha dapprima ricevuto il presidente della corte d’appello, monsignor Alejandro Arellano Cedillo, e ha poi visitato i locali della nuova aula del tribunale, nel palazzo apostolico, dove ha salutato…

L’appuntamento è per questa mattina, nella nuova aula del tribunale vaticano. Ma, come ha lasciato intendere lo stesso Leone XIV, i riflettori sul processo sono accesi da tempo.

Comincerà oggi l’appello relativo alla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra costata una condanna in primo grado al cardinale Angelo Becciu e ad altri otto imputati.

L’esito non è affatto scontato perché il cardinale ha presentato, anche con un esposto alla procura di Roma, una lunga memoria che rimette in discussione l’intero processo di primo grado: ritiene infatti che i suoi principali accusatori abbiano fabbricato prove e di essere stato vittima di un complotto.

Leone XIV ha mostrato il proprio interesse per il processo senza dichiarazioni ufficiali, ma lanciando un segnale chiaro quando, giovedì, ha dapprima ricevuto il presidente della corte d’appello, monsignor Alejandro Arellano Cedillo, e ha poi visitato i locali della nuova aula del tribunale, nel palazzo apostolico, dove ha salutato il presidente del tribunale, Venerando Marano, e il «promotore di giustizia», o procuratore, Alessandro Diddi. Il 27 maggio scorso il Pontefice aveva ricevuto il cardinale Becciu.

Oggetto del processo di secondo grado è il palazzo di Sloane Avenue 60: acquistato dalla Segreteria di Stato nel 2014 a titolo di investimento, tra commissioni, mutui, mancati guadagni, nonché un’estorsione subita, l’operazione, secondo la sentenza di primo grado, ha provocato perdite di almeno 139 milioni di euro. A luglio 2022 il Vaticano ha rivenduto l’edificio.

A partire dalle denunce dello Ior e dell’Ufficio del revisore generale, il tribunale vaticano, allora presieduto da Giuseppe Pignatone, ha avviato a luglio 2021 un maxi-processo che si è concluso con la condanna, a dicembre 2023, del cardinale Becciu, Sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato all’epoca dell’acquisto, e di altri otto imputati, tra collaboratori del cardinale e finanzieri o broker esterni al Vaticano. Becciu è stato condannato a 5 anni e sei mesi di reclusione per peculato, abuso d’ufficio e subornazione (indurre un testimone, nel caso specifico monsignor Alberto Perlasca, a falsa testimonianza).

Papa Francesco, prima che il processo terminasse, aveva già privato la Segreteria di Stato dei fondi che fin lì aveva gestito autonomamente (circa 700 milioni). E, prima ancora che il processo iniziasse, aveva rimosso Becciu dall’incarico di prefetto delle Cause dei santi, togliendogli anche i diritti connessi al cardinalato. Una scelta drastica che ha poi portato all’esclusione del cardinale dalla partecipazione all’ultimo Conclave.

Il porporato sardo spera che il secondo grado di giudizio permetterà di appurare la sua innocenza. I suoi avvocati, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, hanno contestato non solo l’impianto accusatorio ma anche il fatto che papa Francesco abbia potenziato con quattro rescritti, firmati tra il 2019 e il 2020, le possibilità investigative della procura vaticana, permettendole ad esempio il ricorso alle intercettazioni.

«Le violazioni ai principi del giusto processo — commenta Geraldina Boni, professoressa di diritto canonico ed ecclesiastico all’università di Bologna, nonché coautrice del libro Il processo Becciu (Marietti) — sono state così pesanti e reiterate da pregiudicare la tenuta dell’intera procedura». Bergoglio, secondo la canonista, «è stato indotto ad avvalersi in modo arbitrario delle proprie prerogative di governo». Ora «la sensibilità giuridica e la già dimostrata prudenza di Papa Prevost potranno reindirizzare la giustizia vaticana verso un ordinamento giudiziario più adeguato».

Di più: nel corso del primo grado gli avvocati di Becciu hanno criticato sia il peso attribuito dalla pubblica accusa al memoriale scritto contro il cardinale da monsignor Alberto Perlasca, suo stretto collaboratore nella compravendita del palazzo londinese, sia il fatto che lo stesso Perlasca, che non è mai stato imputato, sarebbe stato manipolato da due donne a loro volta sentite come testimoni, Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri. Circostanza che emergerebbe chiaramente da diversi scambi di messaggi WhatsApp depositati agli atti e anche alla procura di Roma.

Becciu — insieme con alcuni degli altri condannati in primo grado, e cioè Enrico Crasso, l’uomo che per 27 anni ha gestito le finanze della Segreteria di Stato vaticana, il funzionario della Santa Sede Fabrizio Tirabassi e (in un esposto gemello parallelo) il finanziere Raffaele Mincione — ha presentato un lungo esposto alla procura di Roma, che ha aperto un’indagine, nel quale si ricostruisce quello che ha definito un piano «illecito», «organizzato sul territorio italiano e condotto da una persona del tutto estranea al processo vaticano». Che aveva un solo fine: fare condannare il cardinale in modo da distruggerlo. L’ipotesi è quella di truffa ed estorsione, in un’indagine che vede al centro Chaouqui. In particolare, si legge nel documento, sarebbe stato «manipolato» il principale teste dell’accusa, monsignor Perlasca.

Nelle motivazioni della sentenza, però, il tribunale presieduto da Pignatone precisava che era «evidente» che «le dichiarazioni di monsignor Perlasca debbano restare prive di autonoma rilevanza probatoria ai fini del presente giudizio, sicché nessuno degli imputati — è bene ribadirlo fin d’ora senza esitazioni — potrà mai dolersi di essere stato dichiarato colpevole sulla base di quanto riferito da Perlasca, come pure da Genoveffa Ciferri e da Francesca Immacolata Chaouqui». Già questa settimana sono previste cinque udienze, per la sentenza bisognerà aspettare il 2026.

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