Chico Forti, no alla libertà condizionale: resta in carcere a Verona
di Alessia CanditoNon si è ravveduto e non ha risarcito i familiari della vittima. Sono queste le ragioni per cui Chico Forti, condannato nel 2000 all’ergastolo negli Stati Uniti per l’omicidio dell’imprenditore Dale Pike e che il governo Meloni ha riportato a casa su un volo di Stato, dovrà rimanere ancora dietro le sbarre. Il Tribunale di sorveglianza di Venezia ha respinto l’istanza di libertà condizionale presentata dai suoi legali, «stupiti» dalla decisione.
«A prescindere dalla colpevolezza o meno» del loro assistito, i presupposti, sostengono i difensori, c’erano tutti, a partire dagli anni già trascorsi in carcere. Toccano quota ventisei, durante i quali, sottolinea l’avvocato Alessandro Favazza «ha sempre dimostrato un corretto comportamento carcerario». A testimoniarlo, ci sarebbero non solo le relazioni degli psicologi del carcere di Verona in cui Forti è detenuto, ma anche la documentazione a fatica recuperata in Florida. Sul risarcimento invece, stando a quanto filtra, ci sarebbero delle d…
Non si è ravveduto e non ha risarcito i familiari della vittima. Sono queste le ragioni per cui Chico Forti, condannato nel 2000 all’ergastolo negli Stati Uniti per l’omicidio dell’imprenditore Dale Pike e che il governo Meloni ha riportato a casa su un volo di Stato, dovrà rimanere ancora dietro le sbarre. Il Tribunale di sorveglianza di Venezia ha respinto l’istanza di libertà condizionale presentata dai suoi legali, «stupiti» dalla decisione.
«A prescindere dalla colpevolezza o meno» del loro assistito, i presupposti, sostengono i difensori, c’erano tutti, a partire dagli anni già trascorsi in carcere. Toccano quota ventisei, durante i quali, sottolinea l’avvocato Alessandro Favazza «ha sempre dimostrato un corretto comportamento carcerario». A testimoniarlo, ci sarebbero non solo le relazioni degli psicologi del carcere di Verona in cui Forti è detenuto, ma anche la documentazione a fatica recuperata in Florida. Sul risarcimento invece, stando a quanto filtra, ci sarebbero delle difficoltà tecniche legate alla differenza di ordinamento fra Stati Uniti e Italia.
«L’istanza è stata presentata in quanto supportata da evidenze documentali tali da ritenere a nostro avviso sussistenti i presupposti per la concessione della liberazione condizionale, funzionale a un reinserimento nella società», spiega l’avvocato, che annuncia: «Sottoporremo questa convinzione alla valutazione della Corte di Cassazione». I tempi saranno lunghi, passeranno mesi ed è la migliore delle ipotesi. Delusi i familiari, a partire dallo zio Gianni Forti, che parla di «motivazioni assurde e inesistenti». E attacca: «Qualcuno lo odia a tal punto da volerlo vedere morire in carcere».
Titolare di una casa di produzione specializzata in filmati di sport estremi, Forti viene arrestato per l’omicidio di Dale Pike. Dal padre Anthony, il produttore italiano stava acquistando un hotel. Una sospetta truffa — condizionale d’obbligo, l’imputato non ha mai autorizzato la pubblicazione dei verbali del processo — false testimonianze e una pistola di proprietà di Forti e intestata a un amico: in Usa sono stati elementi sufficienti per arrivare a una condanna.
In un penitenziario statunitense Forti ha passato quasi 25 anni, per poi ottenere la possibilità di scontare la pena in Italia su pressioni del governo Meloni. Riportato a casa su un volo di Stato, all’aeroporto di Pratica di mare ha trovato ad accoglierlo la premier in persona. Un’accoglienza che ha suscitato non poche polemiche, al pari del «trattamento da re» che Forti ha dichiarato di ricevere dietro le sbarre. Il suo nome è tornato alla ribalta un anno fa. Un educatore avrebbe segnalato la confidenza ricevuto da un detenuto, secondo cui Forti avrebbe voluto «contattare uno della ‘ndrangheta» per zittire Marco Travaglio, Selvaggia Lucarelli e il sindacalista Aldo Di Giacomo che in passato lo avevano criticato. Al riguardo, ha confermato all’epoca la procura, sarebbe stata aperta un’inchiesta contro ignoti, «ma su di lui non c’è nulla — dicono dal pool difensivo — tant’è che anche in questo provvedimento non se ne fa menzione». Carte di cui il detenuto non ha autorizzato la diffusione.