«Sono la moglie di Fausto Coppi. L’unica. La vera». Bruna Ciampolini è morta nel 1979. Aveva sposato il Campionissimo nell’inverno del 1945, ma Fausto l’aveva lasciata nel 1954 per andare a vivere con un’altra donna, Giulia Occhini, la celebre Dama Bianca: un fotoromanzo di carne, e non di carta, che divise l’Italia. Da quel giorno, Bruna è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Doveva crescere Marina, la figlia avuta da Coppi nel 1947. Le uniche parole per raccontare una vita intera, un grande amore e un feroce dolore le aveva affidate a un amico, Franco Rota, a sua volta intimo di Fausto di cui era confidente e portavoce. Cronista de La Notte, Rota incontrava Bruna Ciampolini nella casa della donna a Novi Ligure, il cui indirizzo era già tutto un programma: viale Rimembranza. Lei, seduta in punta di divano e in lacrime, affidò all’amico un vero e proprio diario. C’era anche una bambina, in quegli incontri. Era Luciana, la figlia di Franco, che domandava: «Papà, perché fai sempre pi…
«Sono la moglie di Fausto Coppi. L’unica. La vera». Bruna Ciampolini è morta nel 1979. Aveva sposato il Campionissimo nell’inverno del 1945, ma Fausto l’aveva lasciata nel 1954 per andare a vivere con un’altra donna, Giulia Occhini, la celebre Dama Bianca: un fotoromanzo di carne, e non di carta, che divise l’Italia. Da quel giorno, Bruna è sempre rimasta nell’ombra, in silenzio. Doveva crescere Marina, la figlia avuta da Coppi nel 1947. Le uniche parole per raccontare una vita intera, un grande amore e un feroce dolore le aveva affidate a un amico, Franco Rota, a sua volta intimo di Fausto di cui era confidente e portavoce. Cronista de La Notte, Rota incontrava Bruna Ciampolini nella casa della donna a Novi Ligure, il cui indirizzo era già tutto un programma: viale Rimembranza. Lei, seduta in punta di divano e in lacrime, affidò all’amico un vero e proprio diario. C’era anche una bambina, in quegli incontri. Era Luciana, la figlia di Franco, che domandava: «Papà, perché fai sempre piangere la signora Bruna?».
Il diario di Bruna è ora diventato un libro, Fausto, il mio Coppi (Lab Dfg Editore), messo in pagina proprio dalla bambina di allora, Luciana Rota, giornalista. Un testo dal grande valore documentale e umano, nel quale emerge un Coppi tormentato e sensibile, travolto dal suo stesso destino di gloria e buio. «Mi innamorai di un ragazzo timido e modesto, al cinema non sapeva come prendermi la mano. Lo vidi per la prima volta sulla provinciale che va da Villalvernia a Cassano Spinola, nell’Alessandrino, al paracarro 57 della statale 35. Tornava da un allenamento e anch’io ero in bicicletta. Aveva 22 anni, io 19. Gli domandai una fotografia. Attraversando la strada per raggiungerlo, venni quasi investita da un camion».
Il fidanzamento discreto, la guerra, le lettere d’amore quasi quotidiane, il ritorno, il matrimonio, la nascita di Marina. Le ritrosie e le rinunce. «Ho sempre frenato gli slanci d’affetto, volevo essere la moglie perfetta di un perfetto campione». Un timore che fa quasi arrossire di tenerezza, adesso, anche pensando agli “slanci” che il campione non terrà per sé, fuori di casa, da lì a qualche tempo. «Solo io sapevo quanto fosse fragile e dolce l’atleta che il mondo riteneva d’acciaio».
Il diario è ricchissimo di dettagli e curiosità. Come quando Coppi comprò una cinepresa per filmare la piccola Marina, la figlia adorata per la quale inventava favole, e presto capì di poter rivedere al proiettore anche le immagini di sé stesso in bicicletta. E lo fece, trovandosi pieno di difetti. Studiò ogni fotogramma per migliorarsi, modernissimo anche in questo. Naturalmente, il duello non solo sportivo ma soprattutto umano con Gino Bartali è protagonista di numerose pagine. «Fausto era ossessionato da Gino, e parlava di lui in termini di grande ammirazione. Mi ripeteva: se io non fossi Fausto Coppi, sarei il più acceso dei bartaliani».
Nei grandi giri, Bartali arrivava sovente in ritardo alla partenza delle tappe. «A volte andava in albergo nella camera di Fausto e rovistava nel cestino, alla ricerca di scatole di medicinali. Fausto, che usava solo ricostituenti e disintossicanti, lo sapeva e ne approfittava: davanti a Gino ingoiava misteriose pastiglie che in realtà erano soltanto bicarbonato, e Gino si sforzava di leggerne il nome». Eppure, il Campionissimo in apparenza imbattibile pativa quel toscano prodigioso: «In Bartali sento il nemico», ripeteva.
Fausto Coppi fragile nelle ossa e nell’anima, annichilito dalla morte in corsa del fratello Serse («Fui a un attimo dal lasciare il ciclismo»), le numerose cadute e non solo dalla bicicletta, l’incontro fatale con la donna dal montgomery bianco. «Una donna bruna, slanciata, aggressiva e spavalda», scrive Bruna. «Era baldanzosa ma era anche sposata, madre di due bambini. Io fui un’ingenua a ritenerla soltanto una dei tantissimi tifosi di mio marito. Tentai di capire, Fausto era strano, temevo fosse malato. Il 9 maggio 1954 mi disse: “Sì, c’è una donna, è la moglie di quel medico di Varano Borghi”. Il 20 giugno se ne andò di casa. Da quel giorno sono stata l’anima di una donna morta, chiusa nel corpo di una donna viva».
Eppure, Bruna Ciampolini era sicura che Fausto sarebbe tornato da lei e dalla bambina. «Lo perdonai subito e lo aspettai sempre, e sono certa che avremmo saputo ritrovarci. Lui non ne poteva più di quella vita, il suo sogno era smettere con la bicicletta e fare l’agricoltore come il padre. Mi lasciò piangendo e mi disse: “Sono solo un disgraziato, non sono più Fausto Coppi”. Purtroppo, era anche un testardo. “Farei di tutto per tornare, ma non so come fare”. Il declino venne, e fu rapido».
Il marito e la moglie continuarono per un po’ a vedersi la sera tardi, di nascosto, Fausto teneva la mano di Bruna ma non sapeva come lasciare Giulia. Fu Bruna a dire basta: non poteva incontrare furtivamente il marito, lei moglie, di nascosto dall’amante di lui. Poi nel 1955 nacque Faustino, a Buenos Aires, che non poté chiamarsi Coppi perché in Italia non c’era il divorzio. «Non ci vedemmo per anni, ma io continuai ad aspettarlo. La signora mi mandò a casa la vera di Fausto senza che lui lo sapesse, e quando passava veloce in auto davanti a casa mia rallentava, e mi faceva le boccacce. Dal giudice, firmai l’atto di separazione tenendomi il polso con la mano mentre Fausto taceva, impietrito». Era un uomo stanco, forse arreso. Aveva appena quarant’anni. «Sul letto di morte chiamava la sua bambina».