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Venezia, dà della “cicciona” alla figlia undicenne: padre condannato

(ansa)

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Confermata dalla Cassazione la sentenza della Corte d'appello del tribunale veneto. I fatti risalgono al 2020
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"Cicciona, fai schifo! Susciti repulsione in me e in chi ti guarda". Così un padre si rivolgeva alla figlia di appena 11 anni. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna dell’uomo, confermando la sentenza della Corte d’appello di Venezia. Un verdetto importante che sancisce la gravità del body shaming, ovvero le offese che vengono rivolte sull’aspetto fisico. L’episodio, riportato da Il Gazzettino, segna un passaggio rilevante: anche gli insulti ripetuti e denigratori all’interno del contesto familiare – non solo, quindi, quelli online o che rientrano nella fattispecie del bullismo – possono configurare il reato di maltrattamenti.

Il disprezzo per la figlia

Secondo quanto ricostruito dai giudici, tra gennaio e luglio 2020 l’imputato avrebbe manifestato in più occasioni disprezzo nei confronti della figlia, colpendola con frasi umilianti legate al suo aspetto fisico e alle sue capacità relazionali. Parole come “cicciona, fai schifo, susciti repulsione” – si legge nella sente…

"Cicciona, fai schifo! Susciti repulsione in me e in chi ti guarda". Così un padre si rivolgeva alla figlia di appena 11 anni. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna dell’uomo, confermando la sentenza della Corte d’appello di Venezia. Un verdetto importante che sancisce la gravità del body shaming, ovvero le offese che vengono rivolte sull’aspetto fisico. L’episodio, riportato da Il Gazzettino, segna un passaggio rilevante: anche gli insulti ripetuti e denigratori all’interno del contesto familiare – non solo, quindi, quelli online o che rientrano nella fattispecie del bullismo – possono configurare il reato di maltrattamenti.

Il disprezzo per la figlia

Secondo quanto ricostruito dai giudici, tra gennaio e luglio 2020 l’imputato avrebbe manifestato in più occasioni disprezzo nei confronti della figlia, colpendola con frasi umilianti legate al suo aspetto fisico e alle sue capacità relazionali. Parole come “cicciona, fai schifo, susciti repulsione” – si legge nella sentenza – avrebbero compromesso la personalità della minore, generando un “regime di vita svilente”, aggravato dalla particolare vulnerabilità dell’età. Nel luglio dello stesso anno, la situazione sarebbe ulteriormente degenerata: il padre arrivò anche a colpire fisicamente la bambina, con il pretesto di “motivi legati all’igiene alimentare”.

I testimoni dei maltrattamenti

A confermare la condotta dell’uomo sono state non solo le testimonianze della madre della ragazzina e della sorella dell’imputato, ma anche una relazione dei servizi sociali. La difesa dell’uomo ha tentato di ridimensionare i fatti, sostenendo che l’uomo non vivesse stabilmente con la figlia in quel periodo e che, complice la pandemia, l’avesse incontrata solo in tre diversi fine settimana. La sentenza della Cassazione ribadisce invece come certi atteggiamenti non possano essere derubricati a semplici “scherzi di famiglia”. Quelli che un tempo potevano essere considerati epiteti “fisiologici” in ambito domestico – “cicciona”, “brutto”, “secca”, “nano” – oggi hanno un nome preciso: body shaming. E la giurisprudenza, con questa decisione, ne riconosce la gravità fino a inquadrarli all’interno del diritto penale.

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