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Cinzia Pinna uccisa tra i vigneti, confessa Emanuele Ragnedda: “Le ho sparato e l’ho nascosta”

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Lei, cameriera in un hotel di Palau, era scomparsa due settimane fa. Lui, imprenditore, arrestato. Il corpo buttato sotto delle sterpaglie
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Palau (Olbia) – Gettata in un terreno tra rami secchi e terra, dentro un piccolo bosco, sul suo corpo straziato dai colpi di pistola un mucchio di sterpaglie per celare alla vista l’orrore dell’ennesimo femminicidio. Così è stata ritrovata Cinzia Pinna, 33 anni, sassarese di Castelsardo, scomparsa la notte dell’11 settembre scorso da Palau, in Gallura. L’ultima volta era stata vista alle 2 di notte davanti a un locale.

Il rampollo sotto accusa

Per la sua morte dopo due settimane di indagini viene sottoposto a fermo Emanuele Ragnedda. Ha confessato, dopo un interrogatorio di quasi sei ore, di averla uccisa sparandole contro «nemmeno so quanti colpi di pistola». Imprenditore del vino di 41 anni, rampollo di una famiglia di Arzachena conosciuta per avere prodotto la bottiglia di Vermentino più costosa al mondo, crolla davanti ai magistrati e ai carabinieri che da giorni indagavano sulla scomparsa della donna dopo la denuncia dei familiari. «Sì, sono stato io, mi aveva aggredito», cerca d…

Palau (Olbia) – Gettata in un terreno tra rami secchi e terra, dentro un piccolo bosco, sul suo corpo straziato dai colpi di pistola un mucchio di sterpaglie per celare alla vista l’orrore dell’ennesimo femminicidio. Così è stata ritrovata Cinzia Pinna, 33 anni, sassarese di Castelsardo, scomparsa la notte dell’11 settembre scorso da Palau, in Gallura. L’ultima volta era stata vista alle 2 di notte davanti a un locale.

Il rampollo sotto accusa

Per la sua morte dopo due settimane di indagini viene sottoposto a fermo Emanuele Ragnedda. Ha confessato, dopo un interrogatorio di quasi sei ore, di averla uccisa sparandole contro «nemmeno so quanti colpi di pistola». Imprenditore del vino di 41 anni, rampollo di una famiglia di Arzachena conosciuta per avere prodotto la bottiglia di Vermentino più costosa al mondo, crolla davanti ai magistrati e ai carabinieri che da giorni indagavano sulla scomparsa della donna dopo la denuncia dei familiari. «Sì, sono stato io, mi aveva aggredito», cerca di giustificarsi. Una ricostruzione poco credibile per la procura di Tempio Pausania che ha aperto il fascicolo e ha fermato l’imprenditore per omicidio volontario. Sott’accusa anche un amico di Ragnedda, un giardiniere di 26 anni, iscritto sul registro degli indagati per occultamento di cadavere. «L’ho chiamato e mi ha aiutato», ha detto l’imprenditore tirando in ballo un presunto complice. Ma anche quest’ultima dichiarazione appare poco verosimile e gli accertamenti sul suo cellulare sono ancora in corso. «Non c’entro nulla, non ero con loro», si difende il giardiniere.

Le tracce di sangue

È nella proprietà di Concaentosa, una wine estate a Arzachena, dove Cinzia è stata ritrovata e molto probabilmente anche uccisa. Svanito nel nulla il suo telefonino. I Ris dei carabinieri per tutto il giorno di ieri sono rimasti al casolare in pietra dentro la tenuta e hanno trovato tracce di sangue su un divano e su una parete. Ma ne cercano altre.

Il femminicidio piomba sulla Gallura, dove si assaporano gli ultimi scampoli d’estate. Cinzia Pinna viene vista per l’ultima volta la sera del giovedì di due settimane fa davanti al locale “Bianco e Rosso”. Barcollava, qualcuno l’ha anche filmata, il suo zaino le scivolava dalle spalle. Era sola su un marciapiede. «Veniva spesso qua ma con lui non l’ho mai vista. Quella sera era con un amico del lavoro e altre colleghe», racconta uno degli impiegati del pub. Nessuno l’ha soccorsa. Cinzia svanisce nel nulla, all’hotel dove lavorava non si presenta la mattina dopo. Nessuno si impensierisce perché era stata assunta da dieci giorni.

L’allarme e la tentata fuga

Il 16 settembre l’allarme parte dalla sorella della trentatreenne. La famiglia di Cinzia è nota perché il padre ha un ristorante. Su Facebook Carlotta Pinna lancia un appello dopo la denuncia ai carabinieri che partono con le indagini dalla strada del locale, intrecciano le immagini di videosorveglianza, le testimonianze. Sospettano che la vittima fosse sotto effetto di droghe. Arrivano al nome di Emanuele Ragnedda perché la sua auto viene inquadrata nelle stesse strade percorse da Cinzia Pinna quella sera. Ancora non è chiaro se tra i due ci fosse una relazione. Qualcuno racconta che si conoscevano da poco, i tabulati del cellulare potranno dare le prime risposte. I carabinieri iniziano a torchiarlo ma lui resta muto. Gli sequestrano il telefono, si presentano nella tenuta di Arzachena. Si sgretola la sua facciata di uomo senza macchia. Ormai alle strette tenta la fuga su un gommone e arriva a Baja Sardinia, abbandona il tender semi sgonfio e a piedi si rifugia nella casa di famiglia del Residence Rena Bianca. Il padre avverte i carabinieri che è armato. Lo stanano i militari con i giubbotti antiproiettile. Così inizia la fine delle sue bugie e decide di accompagnare gli investigatori dove Cinzia è stata abbandonata. Uccisa non si sa ancora perché.

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