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Federico Aldrovandi vent’anni dopo: storia di un ragazzo ucciso senza un motivo

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Il 25 settembre del 2005 fu pestato a sangue da quattro poliziotti. Che sono stati condannati a soli sei mesi grazie all’indulto
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“Collega, abbiamo dovuto fare una lotta di mezz'ora con questo qua... lo abbiamo bastonato di brutto. Ora è svenuto, mezzo morto”. Quando verso le sei e trenta del mattino l’agente di polizia Enzo Pontani chiama la centrale per fare rapporto sull’intervento di qualche minuto prima, quel ragazzo però non è mezzo morto. È già deceduto per asfissia. Perché Pontani, insieme a tre colleghi intervenuti all’alba di quel 25 settembre di vent’anni fa, lo ha “bastonato di brutto”, provocandogli almeno 54 lesioni ed ecchimosi su tutto il corpo.

“La morte di Federico Aldrovandi è stata causata dalle percosse subite quando era già ammanettato” diranno i giudici di primo grado condannando quattro poliziotti – il capo pattuglia Pontani e i col…

“Collega, abbiamo dovuto fare una lotta di mezz'ora con questo qua... lo abbiamo bastonato di brutto. Ora è svenuto, mezzo morto”. Quando verso le sei e trenta del mattino l’agente di polizia Enzo Pontani chiama la centrale per fare rapporto sull’intervento di qualche minuto prima, quel ragazzo però non è mezzo morto. È già deceduto per asfissia. Perché Pontani, insieme a tre colleghi intervenuti all’alba di quel 25 settembre di vent’anni fa, lo ha “bastonato di brutto”, provocandogli almeno 54 lesioni ed ecchimosi su tutto il corpo.

“La morte di Federico Aldrovandi è stata causata dalle percosse subite quando era già ammanettato” diranno i giudici di primo grado condannando quattro poliziotti – il capo pattuglia Pontani e i colleghi Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani a tre anni e mezzo di carcere per omicidio colposo ed eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Pena ridotta ad appena sei mesi, per indulto. Cioè nulla. Per la morte di Federico Aldrovandi, diciott’anni e una vita piena di sogni e di speranze, nessuno ha pagato. “Un eroinomane”, spiegò il ministro Carlo Giovanardi in un’interrogazione parlamentare. Bugie, perché Federico al massimo faceva un paio di tiri di spinello ed era anzi molto impegnato in un progetto per la prevenzione delle tossicodipendenze nella sua città, Ferrara.

Chi era Federico

Aldrovandi è un ragazzo come tanti: studia elettronica all’Itis, gioca a calcio, la domenica va allo stadio per tifare Spal, suona il clarinetto e pratica karate. Per fare qualche soldo e uscire con gli amici, consegna pizze a domicilio come pony Express. Quel maledetto 24 settembre si dà un appuntamento con i vecchi compagni di scuola per andare a un concerto reggae al Link, un centro sociale all'aperto: qualche birra, un paio di canne forse, poi il ritorno in macchina.

C’è Matteo che guida, Aldo sul sedile davanti, Federico è in mezzo a due ragazze dietro. Decidono di fermarsi in un autogrill per mangiare qualcosa, Federico crolla dal sonno, gli propongono di portarlo a casa ma lui decide di seguire gli amici al parchetto per poi andare a fare colazione prima di rientrare. “L'ultima volta che l'abbiamo visto è stato al parchetto, camminava in direzione via Bologna, una traversa di via Ippodromo», dirà una delle ragazze ai giudici.

Saranno più o meno le cinque del mattino. Da questo momento in poi la storia di Federico Aldrovandi precipita in un abisso inspiegabile. Il ragazzo si dirige verso il parcheggio delle scuole elementari Tumiati, in un quarto d’ora fa nove telefonate ai suoi amici, nessuno gli risponde. Forse non si sentiva bene e voleva essere aiutato, mezzora dopo scoppia l’inferno.

Il volto tumefatto di Federico Aldrovandi mostrato dalla madre davanti al tribunale 

Il pestaggio

Alle 5.48 una donna chiama i carabinieri: “C’è uno che sta andando in escandescenza, urla come un matto: dice a qualcun altro, siete gente di merda”. Passa da lì un autista, sente una voce che grida “bastardi”. Poi si accorge che c’è una macchina della polizia e tira dritto. Qualcuno si affaccia dalle finestre che danno su via Ippodromo, è l’alba, quel rumore finisce per svegliare tutti. Arriva una seconda volante della polizia, poi anche un’auto dei carabinieri. Chiamano l’ambulanza, Federico è sdraiato sul selciato, i polsi ammanettati dietro la schiena. È immobile. Anzi, è morto.

La famiglia non sa ancora nulla. Il papà, Lino, agente della polizia municipale, continua a far squillare il telefono del figlio senza nessuna risposta. Accanto a lui, in ansia, c’è Patrizia Moretti, sua moglie, la mamma di Federico. A un certo punto qualcuno risponde: “Un ispettore mi disse: le faremo sapere qualcosa presto”. Stefano, il fratello minore del ragazzo, va in giro in bicicletta a cercarlo ma non riesce a trovarlo. Poi, a casa, si presentano due poliziotti della Questura. Lino capisce immediatamente: “ morto?”. Poi cade in ginocchio e comincia a piangere disperato.

Dopo i miseri tentativi di derubricare il fatto alle intemperanze di un drogato che si scaglia contro gli agenti, la verità lentamente viene a galla. Lesioni, ecchimosi, manganelli spezzati per la violenza usata contro il ragazzo, un concentrato di violenza inaudita contro un adolescente inerme. Gli esami tossicologici confermano che Federico aveva modeste quantità di alcol e droga nel sangue, sostanze rilassanti, non eccitanti.

Il libro

Sui social, dove Lino Aldrovandi continua a scrivere in nome del figlio, una volta ha confessato che “ogni anno, il 25 settembre, giunta l’alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell’uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita”. Lino e la moglie Patrizia hanno contribuito non poco al volume scritto da Michele Dalai (Compagnia editoriale Aliberti) che proprio da oggi è in libreria: si intitola Aldro, tra realtà e poesia racconta la storia di un ragazzo. Perché questo era Federico, nient’altro che un ragazzo.

“Via Ippodromo – scrive Dalai - è uno di quegli infiniti luoghi della grande provincia italiana in cui ci si conosce tutti e i vicini sanno a che ora sei uscito, quando hai spento la luce e quanto costa la macchina nuova del tizio al civico 2. In un posto così non sono contemplate tragedie e la brava gente della nazione si tiene per mano, si tiene stretta senza mai lasciare nessuno indietro. Federico è morto in via Ippodromo”.

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