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Dalle Acli al Leoncavallo, tutte le voci del popolo pro Pal: “Violenta è la guerra, non noi”

Bologna 24/09/2025 Corteo pro palestina foto Massimo Gennari / Eikon Studio 

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“Non mi piace la parola maranza, etichetta persone in modo spregiativo”
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Punto primo: «Le persone hanno bisogno di poter manifestare contro il massacro di Gaza». Ma se poi finisce come è finita a Milano, con la guerriglia in via Vittor Pisani e alla Centrale, allora anche una grande manifestazione «diventa un’occasione sprecata, perché mai come ora il movimento per la pace ha un tale favore popolare», ragiona Paolo Petracca, e così sta facendo la gente che c’era con lui, in queste ore ancora discutendo sulle ragioni della violenza che è scoppiata così, sorprendendo i più. E «c’era davvero tutta Milano, le associazioni, i cattolici e i laici, studenti, sindacalisti, centri sociali, e decine di migliaia di persone che hanno aderito allo sciopero senza appartenere a comunità di base». Il dibattito viaggia sui social, veloce, frenetico. Giusta o sbagliata, o addirittura «necessaria» come pensa qualcuno, quella violenza finale? Non partecipano al dibattito i forse cento cosiddetti “maranza”, infine protagonisti di un evento politico cominciato così bene, «ma è …

Punto primo: «Le persone hanno bisogno di poter manifestare contro il massacro di Gaza». Ma se poi finisce come è finita a Milano, con la guerriglia in via Vittor Pisani e alla Centrale, allora anche una grande manifestazione «diventa un’occasione sprecata, perché mai come ora il movimento per la pace ha un tale favore popolare», ragiona Paolo Petracca, e così sta facendo la gente che c’era con lui, in queste ore ancora discutendo sulle ragioni della violenza che è scoppiata così, sorprendendo i più. E «c’era davvero tutta Milano, le associazioni, i cattolici e i laici, studenti, sindacalisti, centri sociali, e decine di migliaia di persone che hanno aderito allo sciopero senza appartenere a comunità di base». Il dibattito viaggia sui social, veloce, frenetico. Giusta o sbagliata, o addirittura «necessaria» come pensa qualcuno, quella violenza finale? Non partecipano al dibattito i forse cento cosiddetti “maranza”, infine protagonisti di un evento politico cominciato così bene, «ma è fastidioso come il governo usa questi fatti, mentre dovrebbe avere una posizione chiara sul riconoscimento dello Stato di Palestina, e sulle democrazie che diventano autocrazie, come gli Stati Uniti e Israele».

Ora, Paolo Petracca non è un pericoloso sovversivo, ma uomo forte delle Acli, e già presidente di quelle milanesi. Consigliere comunale, obiettore di coscienza, un cattolico. Idee chiarissime: «Non si può cercare la pace praticando la violenza». Critico verso il governo: «Tace per mesi, mentre a Gaza si uccidono i bambini. Ma se uccidono un attivista illiberale nello Utah, eccolo diventare un martire». E in quanto esperto di manifestazioni («dal 1985, sempre per la pace») sa che «sbaglia, chi va a cercare la provocazione con le forze dell’ordine». E «forzare le zone rosse, per chi ricorda il G8 di Genova, è sempre una cavolata».

A Milano non c’erano zone rosse. Ma uno dei punti della discussione del mondo pro Pal è “perché è scoppiata la violenza”, in un’area che di colpo è diventata rossa, così si domanda Rossella Sacco, portavoce del Forum del terzo settore di Milano, e la domanda gira tra le migliaia di persone che lavorano nelle cooperative sociali, nelle associazioni di volontariato e di promozione sociale, negli oratori. Erano in piazza pure loro. «Dov’è nato il conflitto? Dai primi manganelli che si sono levati? O da quei ragazzi che volevano entrare in Centrale?». E «solo due settimane fa, abbiamo partecipato alla manifestazione a difesa del Leoncavallo e degli spazi pubblici, così necessari per i giovani. Non è successo niente. Perché quella volta è andata così, e lunedì invece la guerriglia?». Bella domanda, a cui risponde Maso Notarianni, presidente Arci, oltre che capomissione di Tom, “Tutti gli occhi sul Mediterraneo”, che sta giusto pensando di unirsi alla Flottilla.

E allora, perché è successo a Milano? «Perché qui tra poco ci sono le elezioni, e la destra vuole prendersi Milano a tutti i costi. Quindi, si è cercato lo scontro». Poi, «ho visto gente in giacca e cravatta che rispediva al mittente i lacrimogeni. Facce nuove, ma tutta gente arrabbiata. E chi non lo è, per quello che succede in Palestina?». E sì, «c’è stata violenza. Che per il 99,9 per cento, non serve mai a niente. E anzi, crea danno alle cause. Ma non ci si può stupire che la gente sia così arrabbiata».

Indigna “il carcere ai ragazzini”, e dopo la notizia della loro scarcerazione, Rossella Sacco è ancora più indignata, «perché gli hanno tolto la scuola, che dovrebbe essere il luogo in cui far crescere in educazione». E poi, «mi dà molto fastidio la parola “maranza”». Si stanno etichettando persone con una definizione spregiativa. Molti la pensano così, sa? Noi, che lavoriamo tanto sulle periferie difficili, sappiamo che sono persone che vanno seguite, curate. Con loro, come per tutti, serve un linguaggio di pace. E l’ascolto, i punti di incontro, il confronto, non il conflitto». Ma sembrano parole al vento, se una come lei sente l’esigenza di richiamare tutti «all’articolo 2 della Costituzione. Perché lo Stato non può essere solo repressivo e punitivo».

Lo Stato «per me è il poliziotto che cercava di menarmi perché volevamo bloccare i treni», dice un ragazzo di centro sociale, anonimo perché i centri sociali sono storicamente un nemico naturale, da sempre, a Milano. «Ho visto altri ragazzi andare all’attacco. Chi erano? Non lo so, e se lo sapessi non lo direi». Certo, aggiunge un altro, «che se ci avessero lasciato fare come è successo nelle altre città, non sarebbe successo niente. Ci saremmo sdraiati sui binari, ecco». E i danni, «pochi, rispetto a quello enorme su un’intera popolazione vittima di genocidio». E non lo sa, il giovane attivista studente di liceo molto bene, ma la tesi è la stessa del documento firmato da un centinaio di scrittori, musicisti, da Zerocalcare, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto, Max Pisu… «La politica parla di vandalismo e violenza per un paio di vetrate cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Ma la violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra».

Scontri al corteo per la Palestina a Milano, 22 settembre 2025. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI (ansa)

Comunicato del Leoncavallo: «È assurdo finire in carcere per aver manifestato la propria legittima rabbia davanti al genocidio di un popolo». C’era, il Leonka, e il Lambretta e molti altri, tutti convinti «della evidente sproporzione tra una vetrina rotta e chi continua a rifornire di armi un governo che occupa un territorio fuori dal diritto internazionale e perpetra un massacro scientifico». Infine, l’appello per la libertà degli arrestati, tra cui i giovanissimi.

Ecco, i ragazzi. Gli arresti dei minorenni hanno molto impressionato i coetanei, dai collettivi studenteschi si chiede a gran voce la loro libertà. Molti hanno paura di parlare, il ragionamento è: «se torno in piazza rischio l’arresto, anche se manifesto per una causa giusta». «Io ne ho visti alcuni, sulle scale mobili della stazione, già con le mani alzate», ricorda Notarianni. «Erano disarmati». «La violenza è di chi bombarda i bambini, gli ospedali. Di chi porta avanti un genocidio impunito, e da ben due anni», dice Giorgia Salvati (Filosofia in Statale) attivista di “Cambiare rotta”. Dice anche che «non si può negare la rabbia collettiva, di fronte a questo massacro in diretta». Quanto agli arrestati, e a quelli che prima o poi verranno identificati, «eravamo tutti in piazza, lunedì. Tutti».

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