Cnr, il presidente Lenzi: “Sto riattivando un mastodonte che oggi impiega 10 mesi per un acquisto”
di Corrado ZuninoROMA – Presidente Andrea Lenzi, sono trascorsi i primi due mesi di lavoro. Che cosa ha fatto al Cnr in questi 60 giorni?
"Ai 60 giorni bisogna togliere sabati e domeniche, e quattro giorni di ferie estive. Trasferendomi da Piazzale Aldo Moro 5, la sede dell’Università La Sapienza, a Piazzale Aldo Moro 7, la presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche, ho comunque scoperto il lavoro più divertente della mia vita. Mi hanno nominato la sera di venerdì 25 luglio e il lunedì ero seduto alla scrivania cercando di capire dov’ero stato paracadutato. Mi sentivo al timone della portaerei Eisenhower, senza equipaggio, armato solo di una patente nautica. L’ente ha 9.537 persone dipendenti a tempo indeterminato, 2-3000 ricercatori in formazione, 351 sedi periferiche, 88 istituti di ricerca, quindi navi, basi artiche e antartiche, progetti nel Sahara, in Russia, in Cina. Ecco, in questi due mesi ho conosciuto il luogo Cnr e le persone. Per la prima volta un presidente ha incontrato tutti i re…
ROMA – Presidente Andrea Lenzi, sono trascorsi i primi due mesi di lavoro. Che cosa ha fatto al Cnr in questi 60 giorni?
"Ai 60 giorni bisogna togliere sabati e domeniche, e quattro giorni di ferie estive. Trasferendomi da Piazzale Aldo Moro 5, la sede dell’Università La Sapienza, a Piazzale Aldo Moro 7, la presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche, ho comunque scoperto il lavoro più divertente della mia vita. Mi hanno nominato la sera di venerdì 25 luglio e il lunedì ero seduto alla scrivania cercando di capire dov’ero stato paracadutato. Mi sentivo al timone della portaerei Eisenhower, senza equipaggio, armato solo di una patente nautica. L’ente ha 9.537 persone dipendenti a tempo indeterminato, 2-3000 ricercatori in formazione, 351 sedi periferiche, 88 istituti di ricerca, quindi navi, basi artiche e antartiche, progetti nel Sahara, in Russia, in Cina. Ecco, in questi due mesi ho conosciuto il luogo Cnr e le persone. Per la prima volta un presidente ha incontrato tutti i responsabili degli uffici amministrativi, i direttori centrali, i direttori dei dipartimenti scientifici e i direttori degli istituti”.
Oggi nel portafogli ha sempre solo la patente nautica?
"Oggi ho capito che la portaerei, altrimenti detta il mastodonte, è ancora, come quando ero un giovane ricercatore, il garante della ricerca scientifica nazionale. È un luogo con una potenzialità immensa, il 20 per cento dei suoi ricercatori sono top scientists e il livello l’ho scoperto presente in tutti i dipartimenti. Ho capito, dopo due mesi, che questa realtà il Cnr deve restituirla all’esterno, deve ricreare l’immagine che merita”.
Basteranno due anni, la durata del suo mandato?
"Per far muovere il mastodonte sì, sono addestrato. Ho lavorato in università grandi, ho esperienze istituzionali complesse e di peso. Poi, chi mi seguirà, proseguirà nel lavoro. Sono un professore in pensione, non ho interessi personali, non devo coccolare qualcuno. Finito il mandato, tornerò a casa”.
Da dove vuole iniziare?
"La burocrazia. Insieme all’Accademia dei Lincei stiamo rivedendo la normativa per gli ordini dei bene e servizi, oggi perdiamo quasi sempre la competizione scientifica con i concorrenti stranieri. Per acquistare uno strumento il Cnr impiega dieci mesi, gli istituti dei Paesi con cui ci confrontiamo dai sette ai dieci giorni. La bontà degli ordini va controllata dopo, si fa così in tutto il mondo, non prima. Non è possibile che per ottenere uno spettrometro di gas massa o un microscopio ci si debba mettere il tempo necessario per autorizzare la costruzione di un edificio ministeriale”.
Che cosa le ha chiesto la ministra Anna Maria Bernini prima dell’insediamento e che cosa le chiede oggi?
“Prima, abbiamo fortemente ragionato se valesse la pena che fosse un ricercatore in pensione, seppure con mille pubblicazioni all’attivo, a fare il presidente del Cnr. Ero già risultato il primo nelle candidature del 2020, poi hanno annullato la graduatoria. Oggi la ministra mi chiede di sistemare la macchina e dare alla ricerca italiana uno strumento di garanzia”.
Di quanti soldi ha bisogno il Cnr per funzionare e quanti ne mancano? Le risorse pubbliche nel 2025 sono state pari a 844 milioni di euro.
"A queste dobbiamo aggiungere 1,2 miliardi per i bandi competitivi nazionali e internazionali, più collaborazioni e attività consortili. Ancora, 899 milioni attratti grazie al Pnrr, tutto sommato un doping di bilancio fino al 2026. Siamo vicini a gestire 2,5 miliardi nell’arco di una stagione, non possiamo lamentarci”.
La ministra Anna Maria Bernini, per giustificare l’impasse dei cento giorni attesi per le nuove nomine, aveva denunciato problemi finanziari all’ente: il Cnr aveva chiuso il 2024 con un rosso di 21 milioni di euro. Maria Chiara Carrozza, allora presidente, aveva negato. Come sono questi conti?
"Ottimi. Il bilancio negativo dipendeva dalla contabilità finanziaria, la contabilità economico-patrimoniale invece è a posto: c’erano decine di milioni accantonati. Abbiamo un fondo per il piano di rilancio e stiamo assegnando una due diligence a un’azienda privata per ottenere un bilancio certificato da un ente terzo”.
La ricerca costa.
"Tanto. E per sostenerla serve un maggiore ingresso di privati. Va detto che la ricerca scientifica è il campo migliore per un investitore a rischio: se scommetti su 100 progetti, vincono solo in 2, in 3, ma poi ti rendono per 1.000. Al Cnr, voglio dirlo, abbiamo i alcuni Ronaldo della scienza applicata. Una nostra ricercatrice ha vinto ben cinque borse europee Erc, ambito dove uno su mille ce la fa. Ha preso lo Starting Erc, poi il Consolidator, poi l’Advanced, quindi due ampliamenti dei lavori precedenti. Il Consiglio nazionale è attrattivo con uno scienziato estero, possiamo offrirgli una funzione molto alta, ricercatore di primo livello, direttore di ricerca. Con Marco Mancini, il segretario generale del ministero, ho condiviso proprio questa priorità: semplificare l’arrivo degli studiosi dall’estero. Con gli interni, invece, l’offerta non è possibile, la normativa esistente resta un nonsense. Troppi ragazzi italiani iniziano al Cnr e poi, vista la carriera lenta, finiscono all’estero o nelle industrie private”.
L’ente è sinonimo di ricercatori precari. La questione ha due ordini di problemi: fare il precario è duro e non aiuta la buona scienza. I piani di assunzione che ogni tanto si allestiscono non garantiscono l’entrata dei migliori.
"Conosco il precariato per esperienza diretta, sono stato un docente in formazione nel 1977 e, nonostante il curriculum, mi hanno assunto dopo undici anni. Di piani di assorbimento dei precari ne discuterò con la ministra a breve, ma la volontà è quella di fare spazio ai migliori: fammi vedere che hai fatto fino ad ora. Da noi servono ricercatori e non impiegati, devi dimostrare di saper fare ricerca. Restare qui a batter l’aria è noioso e depressivo. L’anzianità ha un valore, ma non è sufficiente. Un precario che è al Cnr da dieci anni, che lo facciamo, direttore? Serve un minimo di competitività, senza punire nessuno”.
Siamo distanti dai volumi e dalla qualità dei grandi centri di ricerca francese e tedesco?
"Dal punto di vista scientifico, pubblichiamo come il Cnrs francese, ma noi abbiamo meno di diecimila ricercatori, loro sono ventiquattromila. Il Max Planck tedesco, poi, ha numeri irraggiungibili: è una federazione di centri di ricerca portata avanti da quarantamila studiosi. Per arrivare a quei volumi, dobbiamo far crescere la percentuale del prodotto interno lordo nazionale che finisce alla scienza. Ma questo, da noi, è fantascienza. In Italia non ho mai ascoltato un comizio elettorale in cui si parlasse di finanziamenti dedicati. Sarei contento se alla fine del mio mandato, appunto tra due anni, di ricerca si parlasse”.
Come è l’habitat in cui si muovono gli scienziati, in Italia? C’è una quota di negazionisti della scienza ufficiale, peraltro accarezzati da pezzi del governo, che mette in discussione tutto: risultati e metodi.
"Definirei quella quota non importante, i no vax sono pochi, i terrapiattisti ancora meno. Negli Stati Uniti i complottismi sono ben più forti. Siamo il Paese di Galileo Galilei e Leonardo Da Vinci, vivaddio. Sì, da noi i medici anti-vaccino sono tornati al loro posto, ma quello dipende dall’inclinazione italiana al buonismo e da una normativa del lavoro che non consente punizioni severe”.
Le ultime di Donald Trump: ha definito il cambiamento climatico una grande bugia che ha tolto posti di lavoro e la tachipirina un farmaco che può danneggiare il feto di una mamma incinta.
"Mi esprimo sulla Tachipirina, visto che sono un medico. Gli studi pubblicati, ad oggi, dicono il contrario. Leggo di nuovi lavori in arrivo, li stiamo aspettando. La retorica trumpiana fa parte di una captatio benevolentiae sul suo elettorato, purtroppo contribuisce alla disinformazione e fa danni”.
Perché l’Europa non approfitta di questa deriva ascientifica nordamericana e richiama alle sue università e ai suoi centri di ricerca i migliori scienziati emigrati?
"Il ministero dell’Università e della Ricerca, in Italia, ha messo 50 milioni di euro sul tema. Per quanto riguardo il Cnr, ricordo che lo Iupac, l’istituto che promuove e classifica la chimica globale, sta lasciando i suoi uffici nella Carolina del Nord per insediarsi al Cnr di Roma. Ancora, l’Arctic circle Forum si svolgerà qui da noi, nel 2026”.
C’è una volontà di disinvestimento da parte del Governo Meloni sulla ricerca italiana?
"I segnali non li vedo. Questo esecutivo segue il corso dei precedenti, mantiene un finanziamento limitato. Io vorrei invertire il trend, ma per farlo serve una popolazione che non si arrabbi perché si toglie lo 0,1 per cento del Pil, per dire, sugli ecobonus e lo si gira sulla ricerca. La ricerca, d’altronde, è l’auto elettrica in autosalone ed è il vaccino per la pandemia. Al momento del voto, non lo ricordiamo mai”.