Albinati: “Il delitto del Circeo, uno sfregio alle donne che non ha insegnato nulla”
di Maria Novella De LucaEdoardo Albinati, sono passati cinquant’anni, ogni giorno una donna viene uccisa. Eppure è il massacro del Circeo a restare nitido nella memoria collettiva come paradigma assoluto della più feroce violenza di genere. Perché quel doppio femminicidio avvenuto del 1975 è stato uno spartiacque nella storia italiana?
«È quello che mi sono chiesto anch’io da vent’anni a questa parte. Da quando nel 2005, Angelo Izzo, uno degli assassini del Circeo, uccise altre due donne. Pensavo che quella storia fosse oramai sepolta nella memoria e invece tornava attuale più che mai, fin quasi a far passare in secondo piano l’orrore per i nuovi omicidi. È stato allora che ho cominciato a pensare di dover scrivere di quegli anni. Due dei tre assassini che uccisero Rosaria Lopez e seviziarono Donatella Colasanti erano miei compagni di scuola, al San Leone Magno. Angelo Izzo e Gianni Guido. Un anno più grandi di me».
Il libro è “La scuola cattolica”, ciclopico e travolgente romanzo di 1300 pagine, premio Stre…
Edoardo Albinati, sono passati cinquant’anni, ogni giorno una donna viene uccisa. Eppure è il massacro del Circeo a restare nitido nella memoria collettiva come paradigma assoluto della più feroce violenza di genere. Perché quel doppio femminicidio avvenuto del 1975 è stato uno spartiacque nella storia italiana?
«È quello che mi sono chiesto anch’io da vent’anni a questa parte. Da quando nel 2005, Angelo Izzo, uno degli assassini del Circeo, uccise altre due donne. Pensavo che quella storia fosse oramai sepolta nella memoria e invece tornava attuale più che mai, fin quasi a far passare in secondo piano l’orrore per i nuovi omicidi. È stato allora che ho cominciato a pensare di dover scrivere di quegli anni. Due dei tre assassini che uccisero Rosaria Lopez e seviziarono Donatella Colasanti erano miei compagni di scuola, al San Leone Magno. Angelo Izzo e Gianni Guido. Un anno più grandi di me».
Il libro è “La scuola cattolica”, ciclopico e travolgente romanzo di 1300 pagine, premio Strega nel 2016. Era il 30 settembre del 1975 quando nel portabagagli di una Fiat 127 vennero ritrovati i corpi di due ragazze: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Rosaria, 19 anni, morta, Donatella, 17 anni, che riuscirà a salvarsi fingendosi morta. Gli autori di quel massacro vennero arrestati subito, tranne Ghira che riuscì a fuggire. Erano tre “bravi ragazzi” di una scuola cattolica, di tradizionali famiglie borghesi.
«È per questo che il delitto del Circeo è diventato esemplare ed è rimasto piantato nella memoria collettiva. Emerse allora che la violenza di genere poteva scatenarsi in qualunque ambiente, non era necessariamente appannaggio di aree disagiate o degradate della società, o di pochi “mostri”, ma potenzialmente riguardava tutte e tutti, allargando non tanto la platea delle vittime, poiché ogni donna, bella o brutta, ricca o povera, vecchia o giovane, può esserlo, ma soprattutto quella dei carnefici. Inoltre avvenne a metà di un decennio clamoroso per l’Italia e fu “doppiato” un mese dopo dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini».
In realtà Ghira, Izzo e Guido, erano tutt’altro che “bravi ragazzi” del quartiere Trieste, militavano nell’estremismo nero, Ghira era stato già in carcere per rapina, Izzo aveva violentato due ragazzine. Il massacro di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti venne letto all’inizio in chiave politica, di violenza di classe.
«Credo che l’effettiva politicità di quel delitto consista comunque nella violenza di genere. All’epoca non molti lo capirono preferendo una lettura basata su categorie di classe e basta. Quell’episodio lo si potrebbe leggere come rappresaglia esemplare nei confronti del movimento di emancipazione femminile che si apprestava a cambiare la società italiana, molto in ritardo rispetto a quel tema. L’atteggiamento insomma era: “Ah sì? Adesso vi rimettiamo in riga noi”».
Ragazzi assassini cresciuti, come lei racconta, nell’ambiente claustrofobico di una scuola cattolica totalmente maschile e dove l’unica donna ammessa era la Vergine Maria.
«L’elemento forse essenziale di quella scuola non era che fosse privata e religiosa, ma che fosse esclusivamente maschile. Un ambiente omosociale, per cui inevitabilmente nello sguardo degli studenti le ragazze erano aliene che potevano essere desiderate, angelicate o denigrate, mai viste in modo paritario. Ed è stato proprio per capire il delitto del Circeo che sono tornato agli anni della scuola, in quelle case e in quelle famiglie borghesi così simili alla mia famiglia e alla mia casa. Gente “normale”, come si usa dire».
A cinquant’anni di distanza è ancora degli assassini che continuiamo a parlare, invece che delle vittime. Lo ripeteva sempre Donatella Colasanti che coraggiosamente affrontò il processo, difesa da Tina Lagostena Bassi.
«È vero, io stesso sono stato rimproverato per questo: ma io volevo scrivere solo di quel che conoscevo bene. “La scuola cattolica” non è un libro sul delitto del Circeo, ma su un gruppo di giovani, sul Quartiere Trieste di Roma, su quel modo di vivere, cioè tutto quel che sta intorno a quel delitto epocale, in cerchi concentrici. Io avevo 18 anni, abitavo a 150 metri dalla casa di Izzo e dal San Leone, ad altri 150 metri c’è viale Pola dove nella 127 bianca furono trovati i corpi di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Aggiungo che nel quartiere Trieste quel delitto segnò l’inizio di otto anni di violenza diffusa, con l’assassinio di militanti di destra e di sinistra, poliziotti, magistrati, o di semplici passanti uccisi per sbaglio, fino alla morte di Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù. E però tutto ebbe inizio in Viale Pola, con un crimine a sfondo sessuale, il che ne spiega la natura implicitamente politica».
E qual è il legame con le spaventose sevizie inflitte da Izzo, Ghira e Guido a Rosaria Lopez e Donatella Colasanti?
«Secondo alcune femministe, quella di genere è la violenza primaria da cui discendono tutte le altre. E una tesi radicale ma molto plausibile: il male lo si fa alla persona che ti è più prossima. Per un uomo, la donna. Basti pensare a quante donne e ragazze oggi vengono uccise dal loro partner o dal loro ex».
È importante ricordare però che il processo fu anch’esso uno spartiacque nella storia dei processi contro stupratori e assassini di donne.
«Sì, fu di fatto il primo grande evento dove venne messo in pubblico e discusso accesamente il tema della violenza di genere, che fino ad allora era avvolto da un velo di ipocrisia. Ho letto le centinaia di pagine degli atti, soprattutto le pagine dove gli avvocati della difesa mettevano in scena le solite tattiche diversive alla ricerca di attenuanti».
Mezzo secolo dopo poco è cambiato. Ogni giorno un femminicidio.
«Ripeto quel che ho scritto nel libro, “nascere maschi è una malattia incurabile”, ma cerco di spiegarmi meglio: essere maschi è una malattia solo se la propria mascolinità si viene obbligati a esprimerla col culto della forza e della sopraffazione, quando invece la natura maschile è fatta anch’essa di tenerezza e fragilità, non meno di quella femminile. E’ anche dalla frustrazione rispetto a quel modello virile che può nascere la brutalità contro le donne”.
Vede una strada possibile?
«Un atto di autocoscienza dei maschi che riconoscano fino in fondo quando hanno a che spartire, direttamente o indirettamente, con quella violenza che poi in concreto solo pochi di loro agiscono”.