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“In cella Michele sta crollando. In Albania ha solo i libri, ora il governo lo riporti a casa”

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Intervista a Vanessa Castelli, compagna di Michele D’Angelo, il professore di Biologia de l’Università de l’Aquila detenuto da quasi due mesi dopo un incidente stradale. Dalla cella la sua voce: “Non voglio privilegi ma il rispetto dei diritti fondamentali”. Appello a Giorgia Meloni: “ Si attivi per far trasferire il procedimento in Italia”
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Dal carcere albanese di Fier, dove è detenuto da quasi due mesi in seguito ad un incidente stradale del quale è rimasto vittima un ragazzino di 15 anni, morto tre giorni dopo in ospedale, la voce sofferente di Michele D’Angelo, professore di Biologia dell’università de l’Aquila, arriva attraverso la compagna Vanessa Castelli, anche lei collega di Ateneo.

"Ho avuto un crollo psicologico, ma cerco di resistere. Non chiediamo privilegi, ma rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie che ogni cittadino dovrebbe avere, soprattutto in momenti così difficili”.

Subito prima di ripartire per l’Albania per la visita settimanale in carcere, attraverso Repubblica, Vanessa Castelli rivolge un accorato appello a Giorgia Meloni.

"Mi rivolgo nuovamente con fiducia alla Presidente del Consiglio alla quale ho già scritto una lettera e alle istituzioni italiane affinché si attivino con determinazione per garantire che Michele possa affrontare questa situazione con dignità, serenità e giustizia. C…

Dal carcere albanese di Fier, dove è detenuto da quasi due mesi in seguito ad un incidente stradale del quale è rimasto vittima un ragazzino di 15 anni, morto tre giorni dopo in ospedale, la voce sofferente di Michele D’Angelo, professore di Biologia dell’università de l’Aquila, arriva attraverso la compagna Vanessa Castelli, anche lei collega di Ateneo.

"Ho avuto un crollo psicologico, ma cerco di resistere. Non chiediamo privilegi, ma rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie che ogni cittadino dovrebbe avere, soprattutto in momenti così difficili”.

Subito prima di ripartire per l’Albania per la visita settimanale in carcere, attraverso Repubblica, Vanessa Castelli rivolge un accorato appello a Giorgia Meloni.

"Mi rivolgo nuovamente con fiducia alla Presidente del Consiglio alla quale ho già scritto una lettera e alle istituzioni italiane affinché si attivino con determinazione per garantire che Michele possa affrontare questa situazione con dignità, serenità e giustizia. Confido nei solidi rapporti tra Italia e Albania, e nella sensibilità delle autorità competenti, affinché si possa valutare la possibilità di trasferire il procedimento in Italia, dove Michele potrebbe affrontarlo con maggiore tutela, in un contesto che conosce, circondato dai suoi affetti, dai suoi colleghi, dai suoi studenti.

Dottoressa Castelli, innanzitutto, quali sono le condizioni di detenzione del suo compagno?

"Michele è psicologicamente molto provato. È solo, lontano da casa, in un contesto che non conosce, con una lingua che non parla. La detenzione lo sta segnando profondamente, lo sta logorando giorno dopo giorno. È una persona sensibile, un professore stimato, abituato a vivere tra studenti, esperimenti in laboratorio, tanti colleghi.Ora i libri sono il suo rifugio, ma la solitudine è pesante. Ogni visita è un momento intenso, ma anche doloroso. Cerca di mantenere la lucidità e la dignità, ma è evidente che questa esperienza lo sta mettendo a dura prova.In questo contesto difficile, voglio ringraziare sinceramente il direttore dell’istituto penitenziario, tutti i dipendenti e le persone che ci hanno aiutato con umanità, rispetto e continuità. La loro disponibilità e il loro atteggiamento rispettoso hanno fatto la differenza e gliene siamo profondamente grati”.

Come è possibile che il suo compagno è in carcere da due mesi per una banale accusa di violazione del codice della strada? Lei era presente. Ci spiega esattamente cosa è avvenuto quel giorno di agosto?

"Quella sera stavamo andando al matrimonio di amici con il cuore leggero e sereni. La strada era libera, Michele stava svoltando lentamente, con la freccia inserita, sulla linea tratteggiata che indicava l’ingresso al ristorante dove si celebrava il matrimonio. In quel momento, all’improvviso, è apparso un Mercedes Benz bianco a velocità elevatissima, che non sembrava rallentare. Michele ha frenato istintivamente, e questo ha fatto si che l’impatto sia risultato meno catastrofico.Eravamo sotto shock: le mani tremavano, il volto pallido, lo sguardo perso.

Purtroppo, però, c’è stata una vittima.

"Sì, un ragazzo di 16 anni ha perso la vita tre giorni dopo. È una tragedia che ci ha profondamente segnati. Non spetta a noi stabilire responsabilità, ma è chiaro che quella sera qualcosa è andato storto, in modo improvviso e drammatico. Chiunque abbia guidato sa quanto la strada possa cambiare in un istante. A volte basta una decisione presa da altri, una velocità che non si controlla, e tutto si trasforma. Michele stava svoltando con attenzione, su una strada libera, quando è sopraggiunta un’auto a velocità molto elevata. E da lì, tutto è cambiato. Michele vive questo dolore con grande rispetto e silenzio. Pensa ogni giorno alla famiglia del ragazzo e prega affinché possano trovare un po’ di pace”.

Cosa facevate voi in Albania? Eravate in vacanza?

"No, non eravamo in vacanza. Eravamo in Albania per partecipare al matrimonio di una cara amica. Era un’occasione speciale, un momento di festa e condivisione che aspettavamo con gioia perché sappiamo l'importanza che gli Albanesi danno a questa cerimonia.

Le accuse rivolte al suo compagno sono violazione del codice della strada e abbandono dell’auto, non quella di omicidio. Cosa è successo dopo l’impatto?

"Michele era sotto shock. Lo ricordo pallido, con lo sguardo perso, confuso. Dopo che quella Mercedes è passata davanti ai nostri occhi come un proiettile, è sceso immediatamente in strada a cercare aiuto. Entrambi gridavamo “help” a squarciagola, agitando le mani, cercavamo disperatamente di attirare l’attenzione. Ma nessuno si è fermato. Eravamo spaventati, disorientati, e il nostro unico pensiero era far arrivare il prima possibile un’ambulanza. Il resto, in quell’istante di terrore, non contava. Volevamo solo che qualcuno intervenisse".

Quando hanno fermato il professor D’Angelo?

“Dopo l’incidente, ci aspettavamo da un momento all’altro che la polizia venisse a interrogare noi e i numerosi testimoni presenti. Ma non vedendo arrivare nessuno, abbiamo deciso di recarci al commissariato già la sera stessa. Purtroppo, era chiuso.Il mattino seguente ci siamo diretti al commissariato più vicino al nostro albergo, quello di Valona, dove un poliziotto molto gentile ci ha ascoltati e ci ha indicato la strada per tornare a Fier per rendere la nostra testimonianza. E così abbiamo fatto. E’ stato solo dopo la nostra presentazione spontanea a Fier che Michele è stato trattenuto. Le accuse, secondo quanto ci è stato riferito riguardano il mancato rispetto del codice stradale perché l’allontanamento da luogo dell’incidente, secondo gli avvocati, prevede una sanzione amministrativa, non una detenzione”.

Come mai in questi quasi due mesi è calato il silenzio su questa storia? Avete avuto contatto con la Farnesina? E se sì, cosa le dicono?

“Sì, ho avuto contatti con la Farnesina, con il consolato di Valona e con l’ambasciata italiana a Tirana, che ci hanno fornito un supporto costante. Li ringrazio sinceramente in un momento così difficile, la loro presenza è stata per me un punto di riferimento, umano e istituzionale.Detto questo, è vero che su questa vicenda è calato un silenzio pesante. Non è facile far emergere la complessità di una situazione così delicata, soprattutto quando ci si trova in un paese straniero, con una lingua che non si conosce e con dinamiche che sfuggono.Confido nella diplomazia e nella sensibilità delle istituzioni, affinché si possa garantire un trattamento equo e trasparente e far emergere la verità con chiarezza”.

I suoi colleghi stanno portando avanti iniziative e una mobilitazione a vostro sostegno. Lei va a trovare il suo compagno regolarmente e che difficoltà sta incontrando?

"Sì, i nostri colleghi e amici stanno dimostrando una vicinanza straordinaria. Sono nate iniziative spontanee, lettere aperte, raccolte fondi. Siamo grati in particolare alla professoressa Cimini, direttrice del nostro dipartimento, che ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali e i viaggi. È un gesto che ci ha profondamente commossi.Io cerco di andare a trovare Michele regolarmente nelle quattro visite mensili permesse, compatibilmente con le difficoltà logistiche. Ogni visita è emotivamente intensa, c’è la gioia di rivederlo, ma anche il dolore di lasciarlo lì. Le distanze, la lingua, le procedure, tutto è complicato. Ma non smetterò di stargli accanto".

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