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Le armi della guerra al servizio della droga: il nuovo potere delle reti criminali

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I sequestri di cocaina nei porti europei, Rotterdam, Anversa, Amburgo, sono calati drasticamente nel 2024, ma i prezzi e la disponibilità sul mercato sono rimasti stabili. La produzione, dunque, non rallenta; cambiano solo i canali di accesso, più invisibili, più protetti
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Il traffico globale di droga resta oggi il termometro più fedele della potenza delle reti criminali. Non c’è crisi, non c’è guerra, non c’è emergenza che ne riduca la portata. Al contrario: i conflitti moltiplicano gli affari, aprono varchi logistici, offrono uomini e tecnologie. È il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, a sottolinearlo durante la presentazione della relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa): «La guerra restituisce grandi risorse alle reti criminali. Le tecnologie che sono oggi impiegate nei teatri di guerra, forse sono già impiegate nei teatri criminali. I cartelli messicani già utilizzano da anni i droni per trasportare gli stupefacenti dall’altra parte del confine nordamericano. Nel conflitto in Ucraina operano uomini che provengono da quelle fila e che sono impegnati nei teatri di guerra per aumentare e moltiplicare skills e capacità di controllo di queste tecnologie».

Il traffico globale di droga resta oggi il termometro più fedele della potenza delle reti criminali. Non c’è crisi, non c’è guerra, non c’è emergenza che ne riduca la portata. Al contrario: i conflitti moltiplicano gli affari, aprono varchi logistici, offrono uomini e tecnologie. È il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, a sottolinearlo durante la presentazione della relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa): «La guerra restituisce grandi risorse alle reti criminali. Le tecnologie che sono oggi impiegate nei teatri di guerra, forse sono già impiegate nei teatri criminali. I cartelli messicani già utilizzano da anni i droni per trasportare gli stupefacenti dall’altra parte del confine nordamericano. Nel conflitto in Ucraina operano uomini che provengono da quelle fila e che sono impegnati nei teatri di guerra per aumentare e moltiplicare skills e capacità di controllo di queste tecnologie».

La vera novità è che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, ma anche le crisi istituzionali in Ecuador o in Perù non sono più scenari lontani. Sono fabbriche di nuove competenze criminali.

«Solo un illuso può pensare che tutti gli uomini che sono impegnati nei conflitti in Europa orientale o in Medio Oriente, una volta terminati questi conflitti, come tutti si augurano, si dedicano all'occupazione pacifica o all'agricoltura. Molti di loro ingrosseranno le fila dei sistemi criminali quando altri non le facciano già in altre parti, perché o danno vita a nuovi criminali da caratteri tecnologici che non riusciamo neanche ad immaginare», dice Melillo. La guerra diventa incubatrice di leadership mafiose: non più selezionate dalla sola ferocia, ma dalla capacità di governare tecnologie, mercati, criptomonete.

In questo spazio che si allarga, la risposta degli Stati è fragile. «C’è un’integrazione delle strutture criminali e una frammentazione della cooperazione internazionale», spiega il procuratore. La relazione della Dcsa lo ripete con linguaggio tecnico: occorre moltiplicare accordi bilaterali, missioni comuni, squadre investigative. Ma la realtà è che mentre le mafie si muovono come multinazionali, gli Stati restano legati a confini e burocrazie.

Il traffico di droga oggi è questo: specchio di un ordine mondiale che si sgretola, fabbrica di capitali che finanziano guerre e destabilizzazioni, sistema integrato che abita in Europa tanto quanto in Colombia.

Il quadro offerto dalla Relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga è coerente con questo allarme. La guerra in Ucraina, scrive la Dcsa, ha fatto da cornice a un mutamento dei “modi operandi” dei gruppi criminali e delle rotte consolidate delle sostanze stupefacenti.

Non è un dettaglio: i sequestri di cocaina nei porti europei, Rotterdam, Anversa, Amburgo, sono calati drasticamente nel 2024, ma i prezzi e la disponibilità sul mercato sono rimasti stabili. La produzione, dunque, non rallenta; cambiano solo i canali di accesso, più invisibili, più protetti.

Melillo insiste su un punto: «Dobbiamo abituarci all’idea che i processi di raffinazione della pasta di cocaina non avvengono più nella giungla amazzonica ma vengono qui da noi. Questo consente di ridurre enormemente i volumi da esportare, ridurre i rischi, ridurre i controlli». La Relazione conferma: laboratori clandestini e nuove rotte (via Africa occidentale, via Caucaso, via Balcani) garantiscono continuità di forniture.

Il fenomeno, osserva Melillo, non è più questione di “joint venture occasionali”: mafie italiane e cartelli sudamericani, insieme a consorzi criminali africani, balcanici, mediorientali, costituiscono ormai «sistemi criminali integrati che controllano con strategie comuni infrastrutture portuali da una parte all’altra dello scacchiere, che condividono strategie di riciclaggio e di investimento speculativo». La Dcsa registra lo stesso trend: le mafie italiane, dalla ’ndrangheta alla camorra, a Cosa nostra, operano in mercati saturi e globalizzati, alleandosi con sodalizi albanesi, turchi, nigeriani.

La guerra, intanto, fa da acceleratore. Le tecnologie militari, come i droni o i sistemi di comunicazione cifrata, entrano nelle mani dei narcos. Ma è la gestione dei flussi finanziari il terreno più delicato. Le reti criminali, nota la Dcsa, ricorrono sempre più a criptovalute e a meccanismi di compensazione informale, aggirando i circuiti bancari. Così si finanziano acquisti, guerre, destabilizzazioni.

Per l’Italia, il rischio non è remoto. La mafia albanese ha occupato interi segmenti del riciclaggio e del commercio, acquistando aziende e quote societarie. I cartelli colombiani e messicani mantengono canali diretti con cosche calabresi e pugliesi. La relazione descrive un “mercato unico” della droga in cui l’Italia non è periferia, ma snodo.

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