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La breccia social aperta per la Flotilla in mondovisione nel muro del silenzio

(afp)

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Dalla diretta ai commenti, milioni di utenti hanno seguito da smartphone e pc l’intervento israeliano sulle barche dei volontari
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Tutti, o quasi, se non sulla stessa barca, davanti. Attraverso gli schermi di cellulari e computer, collegati ai social, l’abbordaggio alla Flotilla è stato un evento seguito in tutto il mondo, con punte di interesse inedite e sentimenti pressoché univoci nella loro negatività (ira, tristezza, paura). Per l’Italia il paragone è improprio, ma dà il senso della misura: picchi raggiunti soltanto durante la serata finale del festival di Sanremo. Sette milioni i commenti nel corso della giornata, di cui un milione soltanto nell’ora successiva all’intervento israeliano. Quelli favorevoli: il 5%, schiacciati dai neutrali e dai contrari. Solidarietà, indignazione ma, prima ancora, desiderio di vedere, finché possibile, fino al grido “Phone in the water!”, telefoni in acqua, per interrompere la trasmissione delle immagini. Ciò che accade da due anni a Gaza, in un tempo in cui tutto è filmato, è la più grande storia invisibile. La Flotilla ha parzialmente forzato quest’altro blocco. Ma che cosa…

Tutti, o quasi, se non sulla stessa barca, davanti. Attraverso gli schermi di cellulari e computer, collegati ai social, l’abbordaggio alla Flotilla è stato un evento seguito in tutto il mondo, con punte di interesse inedite e sentimenti pressoché univoci nella loro negatività (ira, tristezza, paura). Per l’Italia il paragone è improprio, ma dà il senso della misura: picchi raggiunti soltanto durante la serata finale del festival di Sanremo. Sette milioni i commenti nel corso della giornata, di cui un milione soltanto nell’ora successiva all’intervento israeliano. Quelli favorevoli: il 5%, schiacciati dai neutrali e dai contrari. Solidarietà, indignazione ma, prima ancora, desiderio di vedere, finché possibile, fino al grido “Phone in the water!”, telefoni in acqua, per interrompere la trasmissione delle immagini. Ciò che accade da due anni a Gaza, in un tempo in cui tutto è filmato, è la più grande storia invisibile. La Flotilla ha parzialmente forzato quest’altro blocco. Ma che cosa ha potuto guardare chi ha voluto farlo?

(afp)

Curiosamente, ha assistito a una sorta di sintesi tra i film più visti del momento: Una battaglia dopo l’altra e La voce di Hind Rajab. Dal primo, pura finzione, è stato tratto il gruppo di attivisti devoti a una causa persa, ma per cui vale la pena battersi, in questo consistendo l’unica possibile vittoria. Disarmati quelli della Flotilla; armati, anche se decisi a non spargere sangue, quelli del movimento French 75 di Leonardo di Caprio. Anche loro falliscono, vengono arrestati, ma riprendono la lotta, altrove e in diverso modo, con manifestazioni e operazioni a sorpresa. Dal secondo film, che riproduce un fatto reale e drammatico, sono derivate invece l’ambientazione, la tensione, l’accavallarsi di comunicazioni contrastanti, la speranza alimentata dalla fede più che dalla ragione, il crescente timore, per lo spettatore italiano, di assistere, come avviene al cinema, a un’altra Vermicino, in cui la crudeltà strappa il ruolo alla fatalità. Invece, alla fine nessuno muore, se non una possibilità, una dopo l’altra, fino a che le voci non si sentono più.

Nelle sequenze frammentate sono apparsi individui che incarnavano altrettanti archetipi, come fossero il prodotto di una sceneggiatura di genere. A dare l’ultimatum è una soldatessa israeliana che ricalca l’immaginario: di spalle, con la treccia chiara, decisa e intransigente. L’ora in cui lo proclama, le 19 e 30, è la stessa della morte accertata, il 29 gennaio 2024, della piccola Hind Rajab. Dall’altra parte ci sono gli attivisti: 530, da 40 nazioni diverse, ma ridotti a un comune denominatore, infilati nei giubbotti di salvataggio, seduti sui ponti delle loro imbarcazioni, resistenza passiva, passaporti nelle tasche, numeri di soccorso scritti sulla pelle, ultimi messaggi registrati, come se del domani non avessero certezza.

È sempre difficile lasciare un’eredità di parole, è già stato tutto detto. Quando il consigliere regionale lombardo e democratico Paolo Romano conclude: «Fate rumore, siate pacifici e implacabili» riecheggia Steve Jobs: «Stay hungry, stay foolish». Qui gli affamati sono a terra e i folli ovunque.

Anche chi è abbastanza in là con gli anni da non aver protestato firmando petizioni on line, ma scendendo in strada e affrontando cariche tra i fumogeni, resta colpito, immaterialmente, dagli idranti che spargono getti di acqua maleodorante o dalle flash bomb che assordano e accecano. Sono effetti dedotti, ma non, per una volta, evocati da un racconto di terza mano: si possono valutare le conseguenze. Il confronto tra i protagonisti è schiacciante: gli uomini scuri salgono a bordo e si muovono, quelli colorati sono seduti e restano immobili. Come fosse un gioco di prestigio: black-out e quando torna la luce il ponte dell’imbarcazione è deserto. Non ci scusiamo per l’interruzione, le trasmissioni non riprenderanno.

I più hanno guardato con ansia, qualcuno magari anche con l’eccitazione per l’eventualità dell’incidente, ma per tutti valeva l’occasione di rompere il drappo scuro oltre il quale le cose a Gaza avvengono: denunciate, negate, strumentalizzate, schernite. La Flotilla ha aperto l’unico canale in chiaro e in diretta. Fin qui ci è stata concessa soltanto l’autopsia della realtà, la voce postuma di una ragazzina intrappolata ai cui soccorsi si è sparato, un telo sopra ogni cadavere per occultarne le sembianze e poterne riscrivere la biografia, l’età, il ruolo. Il video della Flotilla fermata sulla rotta per Gaza si è concluso con un bilancio “win-win”. Gli israeliani hanno impedito l’approdo, gli attivisti affermato un principio e non l’hanno fatto da un salotto televisivo. Se il risultato è stato questo e non un altro, più temuto, è anche perché tanti occhi potevano e volevano osservare.

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