Cronaca

I batteri del pleistocene si risvegliano con il caldo: così tornano in vita i microbi dell’artico

Il tunnel del permafrost in Alaska
Il tunnel del permafrost in Alaska 

Esperimento dell’università di Boulder. Prelevati in Alaska, i microrganismi, sepolti nel ghiaccio da 40mila anni, si sono moltiplicati in laboratorio: non è chiaro se possano causare malattie o intossicazioni. Gli scienziati: “Ecco cosa accade con la fusione del permafrost causata dal cambiamento climatico”

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Nei primi sei mesi non succede nulla. I batteri rimasti sepolti 40mila anni nel permafrost sembrano morti. Ma il loro è solo un risveglio lento. Piano piano iniziano a moltiplicarsi nei vetrini di laboratorio, fino a riempire gli oculari dei microscopi. I ricercatori dell’università americana di Boulder li hanno attesi con pazienza, dopo averli rubati a un riposo iniziato nel tardo pleistocene e trascorso nelle profondità del ghiaccio.

Geologi e biologi dell’ateneo di Boulder sono andati fino in Alaska per studiare la vita sepolta nel ghiaccio. Hanno descritto il risveglio dei microbi antichi in un articolo sul Journal of Geophysical Research. E oggi avvertono: il permafrost si sta fondendo a causa del cambiamento climatico. Il mix di terra, roccia e ghiaccio non è inerte. Al suo interno sono intrappolate grandi quantità di molecole composte da carbonio che possono ulteriormente contribuire al riscaldamento climatico. Ci sono anche molti resti di piante, animali e appunto batteri.

Se il freddo e il tempo hanno ucciso piante e animali, il destino dei microbi restava incerto. L’esperimento di Boulder ha dimostrato che un caldo prolungato può risvegliare esseri viventi di cui nulla si conosce. Non si sa che tipi di microbi abitino il permafrost. Non si sa a quali temperature si possano risvegliare. E non si sa se possano causare malattie o intossicazioni.

Nel 2016 ad esempio la penisola di Yamal, un angolo remoto di Siberia oltre il circolo polare artico, registrò un’epidemia di antrace che provocò il ricovero di decine di persone e la morte di un dodicenne. Alcune famiglie furono evacuate perché il batterio aveva infettato circa 2mila renne e minacciava di diffondersi fra la popolazione. La fonte dei contagi fu individuata in una renna morta per il microbo quasi un secolo prima, poi sepolta dal ghiaccio. Le spore del bacillo dell’antrace che ospitava nel suo organismo erano sopravvissute nel permafrost. Poi, nell’estate particolarmente calda del 2016, si erano risvegliate.

Del rischio che questo possa accadere anche con altri microbi gli scienziati sono oggi ben consci. Il permafrost ricopre solo nell’emisfero nord 14 milioni di chilometri quadri suddivisi in 8 nazioni. Uno studio sulla rivista Environmental Sustainability nel 2021 aveva stimato che ogni anno quattro sestilioni di microbi (quattro per dieci seguito da 21 zero) vengono rilasciati nell’ambiente a causa della fusione del permafrost. Animali o uccelli migratori potrebbero essere i vettori dei contagi. Esperimenti come quello di Boulder puntano a capire in quali condizioni il risveglio degli antichi microrganismi potrebbe avvenire.

Il gruppo di geologi e biologi è atterrato nell’Alaska centrale e ha percorso una galleria scavata anni fa dalle forze armate. Nel “Tunnel del permafrost” si vedono ossa di bisonti e mammut preistorici spuntare dalle pareti di ghiaccio grigiastro. “La prima cosa che noti quando ci cammini dentro è l’odore davvero pessimo. Per un microbiologo è molto interessante, perché cattivo odore vuol dire microbi” spiega Tristan Caro, il geologo che ha coordinato lo studio.

I ricercatori hanno estratto del ghiaccio dal tunnel e lo hanno portato in laboratorio, a temperature che i batteri artici considerano alte: fra 4 e 12 gradi, l’equivalente di un’estate polare ai tempi del cambiamento climatico. Qui è avvenuto il lentissimo risveglio. Nei primi mesi si è moltiplicata solo una cellula su 100mila, poi la comunità dei batteri ha iniziato a fiorire, ricoprendo i vetrini in cui era stata messa in coltura.

Non conoscendo la natura dei microrganismi, i ricercatori li hanno tenuti in isolamento. “Non sono affatto campioni privi di vita” ha commentato Tristan Caro. “Sono ancora molto capaci di vivere e di metabolizzare materia organica, rilasciando anidride carbonica come prodotto di scarto”.

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