Slogan, bandiere e striscioni: la festa all’aeroporto di Roma per i 18 italiani liberati
di Alessia CanditoBandiere, cori, striscioni, kefyie. Decine di ragazzi, studenti, sindacalisti che portano all’interno del terminal 3 di Fiumicino i cori, gli slogan, la determinazione che sulle gambe della marea umana che ha invaso Roma qualche ora prima, saturando il centro, riempito di bandiere palestinesi, striscioni e cartelli. È questo il comitato di accoglienza che hanno trovato all’uscita dall’aeroporto i 18 italiani liberati in mattinata dalle carceri israeliane e arrivati in serata a Roma dopo una lunga sosta a Istanbul. Sulle spalle hanno più di due giorni da incubo: l’intercettazione e l’abbordaggio in acque internazionali, il trattenimento senza motivo prima al porto di Ashdod, poi nelle carceri israeliane. “Un incubo, ci hanno trattato come terroristi”, dice più di uno.
Escono uno dopo l’altro, molti alzano il pugno davanti alla folla che quasi nasconde i parenti, a cui tocca quasi sgomitare per mantenere il posto in pri…
Bandiere, cori, striscioni, kefyie. Decine di ragazzi, studenti, sindacalisti che portano all’interno del terminal 3 di Fiumicino i cori, gli slogan, la determinazione che sulle gambe della marea umana che ha invaso Roma qualche ora prima, saturando il centro, riempito di bandiere palestinesi, striscioni e cartelli. È questo il comitato di accoglienza che hanno trovato all’uscita dall’aeroporto i 18 italiani liberati in mattinata dalle carceri israeliane e arrivati in serata a Roma dopo una lunga sosta a Istanbul. Sulle spalle hanno più di due giorni da incubo: l’intercettazione e l’abbordaggio in acque internazionali, il trattenimento senza motivo prima al porto di Ashdod, poi nelle carceri israeliane. “Un incubo, ci hanno trattato come terroristi”, dice più di uno.
Escono uno dopo l’altro, molti alzano il pugno davanti alla folla che quasi nasconde i parenti, a cui tocca quasi sgomitare per mantenere il posto in prima fila per abbracciare il primo possibile i propri cari. Sono stanchi i 18 italiani, glielo si legge sui volti stravolti che il sorriso non nasconde. Solo in due hanno riavuto il bagaglio, identificato con un numero, come numero - non persone, non esseri umani - sono diventati loro. I più hanno ancora addosso la tuta che l’Idf li ha obbligati a indossare quando sono finiti dietro le sbarre, alcuni hanno in mano le ciabatte. Le scarpe sono quelle che hanno dato loro i turchi, insieme a un mazzo di fiori all’arrivo a Istanbul.
“Quando ci hanno portato in carcere – dice Paolo De Montis, sindacalista romano accolto dai parenti e dalla famiglia dei Cub - abbiamo veramente capito quello che fanno regolarmente ai palestinesi. Le donne erano in 15 in una cella da 4, noi eravamo in 10 in una da 7”. Il problema non era semplicemente il sovraffollamento, ma le condizioni. “Un solo rotolo di carta igienica per tutti, senza acqua e costretti a mangiare il cibo da terra”. E poi “l’aggressività, l’odio” insensati. De Montis è uno di quelli che ha subito il trattamento più duro già dal molo: strattoni, spintoni, manate perché tenesse lo sguardo a terra e non alzasse gli occhi mai”. Altri prigionieri si sono visti portare via medicine salva vita. "Greta Thumberg? L'abbiamo vista dentro ed anche al porto: aveva le braccia legate e con una bandiera israeliana vicina, a presa in giro, come le violenze verbali e psicologiche che l’Idf mettevano in atto sempre, a ridicolizzare, svilire, farsi una risata in momenti in cui non c'era nulla da ridere", racconta il giornalista Saverio Tommasi. Anche alcuni degli italiani hanno subito un trattamento duro, tutti pratiche degradanti: denudati per le perquisizioni, colpiti in testa per obbligarli a tenere la testa bassa, con i polsi chiusi da fascette per ore interminabili. E poi insulti e offese. “Cercano a tutti i costi di spezzare la tua volontà”.
Al terminal si riunisce quasi l’intero equipaggio della Karma. Mancano il consigliere regionale Paolo Romano e l’imam di Bologna, Yassine Lafram, entrambi atterrati a Milano, ma ad accogliere i capitani – Margherita Cioppi e Maso Notarianni – oltre all’Arci, incluso il suo presidente Walter Massa, ci sono anche i deputati che con loro erano imbarcati sulla Karma: Annalisa Corrado e Arturo Scotto. “Adesso che sono qui, che li abbiamo rintracciatai, va meglio”, dice Corrado, dopo aver abbracciato stretta e a lungo Cioppi. Ci scappa qualche lacrima, ma sono più i sorrisi. Ad accogliere i 18 appena rientrati c’è anche l’europarlamentare Benedetta Scuderi. Aspetta la giornalista Barbara Schiavulli e José Nivoi, sindacalista del Calp, il Collettivo autonomo lavoratori portuali, accolto, festeggiato e lanciato in aria da una folla che lo attendeva.
Tutti sanno delle manifestazioni che hanno attraversato l’Italia, ma non hanno visto le foto delle piazze riempite da quelle spontanee scoppiate dopo la loro cattura, dello sciopero generale del 3 – inedito per numeri e partecipazione – dell’oceanica manifestazione del quattro. E quasi rimangono a bocca aperta quando gliele si mostra. Poi è il momento dei racconti smozzicati su quello che si è subito, qualcuno ha portato una bottiglia di prosecco e si festeggia la vita, la libertà ritrovata. “Non abbiamo mai visto un dottore, anche se alcuni stavano male”, raccontano. Da tutti arriva una richiesta: “continuiamo a bloccare tutto: “perché rimangono altri italiani dietro le sbarre, insieme a altre centinaia di attivisti. Ma soprattutto per Gaza”.