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La marea di Roma: “Siamo un milione, stop al genocidio”

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Tanti giovani in piazza: un serpentone lungo chilometri. Poi spuntano gli incappucciati, ma i manifestanti li isolano
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«Noi siamo dalla parte giusta della storia», c’è scritto su un manifesto innalzato da una ragazza all’angolo tra via Labicana e via Merulana. Ed è in quel momento che i tamburi del Collettivo di fabbrica della Gkn di Firenze cominciano a rullare con più forza. È come un tacito richiamo, il fischio modulato alla moltitudine. Un ragazzo accende un fumogeno rosa. La gente comincia ad applaudire. Il tambureggiare si fa ossessivo. Il corteo si arresta. «Che succede?» chiede un signore.

Le battaglie importanti

«Free Palestineee», squarcia l’improvviso silenzio un operaio con la maglietta nera e la scritta Insorgiamo. Grida a pieni polmoni nel megafono. Cento voci, che presto diventano mille, e poi migliaia, ripetono «free Palestine!». Il capo dei percussionisti — un tizio alto, muscoloso e tatuatissimo — guarda i suoi compagni con pronunciata emozione. Si percepisce un senso di condivisione, di misericordia verso un popolo martoriato, ma anche di segreta amicizia tra quelli che sono lì…

«Noi siamo dalla parte giusta della storia», c’è scritto su un manifesto innalzato da una ragazza all’angolo tra via Labicana e via Merulana. Ed è in quel momento che i tamburi del Collettivo di fabbrica della Gkn di Firenze cominciano a rullare con più forza. È come un tacito richiamo, il fischio modulato alla moltitudine. Un ragazzo accende un fumogeno rosa. La gente comincia ad applaudire. Il tambureggiare si fa ossessivo. Il corteo si arresta. «Che succede?» chiede un signore.

Le battaglie importanti

«Free Palestineee», squarcia l’improvviso silenzio un operaio con la maglietta nera e la scritta Insorgiamo. Grida a pieni polmoni nel megafono. Cento voci, che presto diventano mille, e poi migliaia, ripetono «free Palestine!». Il capo dei percussionisti — un tizio alto, muscoloso e tatuatissimo — guarda i suoi compagni con pronunciata emozione. Si percepisce un senso di condivisione, di misericordia verso un popolo martoriato, ma anche di segreta amicizia tra quelli che sono lì. Non è per queste battaglie che vale la pena essere uomini, in fondo?

250mila per la polizia

Forse non erano proprio un milione, come sostenuto dagli organizzatori del corteo per Gaza ieri pomeriggio a Roma — 250mila per la questura — ma certo erano un numero enorme. «Ma quanti siamo?» continuavano a ripetere i più guardandosi indietro. Quando, alle cinque del pomeriggio i primi erano arrivati a piazza San Giovanni, in migliaia erano ancora fermi ai blocchi di partenza, a piazzale Ostiense, a tre chilometri di distanza. A volte in queste manifestazioni vedi più o meno le stesse facce. Nei raduni per la Palestina non è così. Metà di quelli che c’erano ieri sono under trenta. Una marea. Un fatto nuovo, politico. È proprio ciò che fa paura alla destra: questi nostri figli si sono autoconvocati spontaneamente, indignati da quel che hanno visto fare da Israele, stupiti dal cinismo del potere. Non sono iscrivibili alla sinistra tout court.

Compassione

Li anima un sentimento più complesso, esistenziale. «Questi pensano solo a fare affari con Israele, non hanno compassione», sintetizza il suo pensiero Elia, da Napoli. Compassione, ecco la parola chiave. E dovremmo smettere di giudicare, sempre ci piace avere il ditino alzato, per poi scoprire che per la generazione Z Gaza è quel che per i loro nonni era il Vietnam e per i loro padri i missili Cruise a Comiso. Avvertono acutamente che l’indifferenza non è un’opzione. Al punto da accollarsi due manifestazioni in 24 ore, due scioperi in due settimane.

04 OTTOBRE 2025 foto FRANCESCHI Manifestazione pro palestina roma 

Gli elicotteri

Alle due Testaccio è già intasata. Ventenni che si tengono per mano, le bandiere palestinesi e della pace sulle spalle, è come la marcia di avvicinamento a un happening. È tornato a far caldo. Roma a ottobre può viziare. Nel cielo volteggiano gli elicotteri. Non si capisce dove sia la testa del corteo, piazzale Ostiense scoppia di persone. Un adolescente di un collettivo liceale urla nel megafono: «Pagherete caro, pagherete tutto», i suoi compagni e compagni con incrollabile serietà ripetono lo slogan, e vi aggiungono «Free Plaestine». Un capo Cobas si rallegra di quel che vede: «È un’altra giornata di popolo». Se la prende con Giorgia Meloni che ha irriso quelli che con lo sciopero di venerdì volevano allungare il week end: «Molti di noi lavorano sabato e domenica».

Gli striscioni

Innumerevoli striscioni si fanno beffe di quello che può rivelarsi un errore di comunicazione di palazzo Chigi. «Vivono nel loro mondo separato», ci dice una signora che viene da Orvieto. Tazebao in piazza di Porta Capena: «Daje, Giorgia, sto week end è quasi finito». Parte il coro: «Governo Meloni/ dimissioni». Canzoni da stadio contro Netanyahu. E spunta uno striscione inaccettabile: «7 ottobre giornata della Resistenza palestinese», subito dietro la testa del serpentone. E va registrata una bandiera di Hamas, su cui gli esponenti di centrodestra si aggrapperanno per apparecchiare il loro banchetto polemico. A sera, col buio, si registrano degli incidenti, vanno a fuoco dei cassonetti, un’auto, ma durante la marcia i vari servizi d’ordine avevano impedito qualsiasi tipo di deriva. «Genocidio, genocidio», risuona più volta. Un manifestante che fuma la pipa esibisce questo manifesto: «Auschwitz, Dachau, Mathausen, Buchenwald, Gaza, Cisgiordania».

Il ballo

Superato il Circo Massimo ecco lo striscione dei lavoratori della Sammontana. Perché è venuto?, chiediamo a Marco Rossi, della Cgil. «Come mai non sono tutti qui?», risponde. «Non possiamo più voltarci dall’altra parte, no? Ha visto quanti giovani?» e indica un gruppo che sta urlando «Palestina libera dal fiume al mare». Al Colosseo ci si accorge della prima bandiera di partito, del M5S. Siamo tutti un po’ stanchi, per il camminare sotto il sole, e per la folla di immagini. Poi a San Giovanni i tamburi dei Gkn tornano a rullare. Una donna che sembra uscita da un film di Sorrentino attacca una danza sensuale. Roma annega nell’oro. «Vede, quando non si muovono i governi scendono in campo i popoli», dice Antonella Pino, che fa parte del Collettivo giunto da Firenze, e agita il suo tamburello.

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