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Scandali, miliardi e repulisti una pax che chiude decenni di scontri

(reuters)

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A lungo la banca è stata un crocevia di trame oscure e capitali dalla provenienza incerta: il faticoso cammino verso la trasparenza
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La pax di papa Leone sulla finanza vaticana potrebbe chiudere una contesa tra le forze della luce e delle ombre che dura da 15 anni. O forse da 50, dacché fallendo il Banco Ambrosiano emerse il ruolo centrale dello Ior in uno dei più grandi scandali della finanza italiana.

Era il 1982, Roberto Calvi — “il banchiere di Dio” — si appendeva sotto il ponte dei Frati Neri, monsignor Paul Marcinkus brillava come la stella nera della finanza vaticana, in un gorgo di prestiti, triangolazioni offshore e pacchetti bancari fuori da ogni legge e prassi di trasparenza. Gli anni in cui il faccendiere piduista Francesco Pazienza diceva: «Nessun Papa riuscirà a ridimensionare lo Ior». Che tra l’altro del “Banco” era il maggiore azionista.

Proprio i privilegi e le esenzioni…

La pax di papa Leone sulla finanza vaticana potrebbe chiudere una contesa tra le forze della luce e delle ombre che dura da 15 anni. O forse da 50, dacché fallendo il Banco Ambrosiano emerse il ruolo centrale dello Ior in uno dei più grandi scandali della finanza italiana.

Era il 1982, Roberto Calvi — “il banchiere di Dio” — si appendeva sotto il ponte dei Frati Neri, monsignor Paul Marcinkus brillava come la stella nera della finanza vaticana, in un gorgo di prestiti, triangolazioni offshore e pacchetti bancari fuori da ogni legge e prassi di trasparenza. Gli anni in cui il faccendiere piduista Francesco Pazienza diceva: «Nessun Papa riuscirà a ridimensionare lo Ior». Che tra l’altro del “Banco” era il maggiore azionista.

Proprio i privilegi e le esenzioni ottenute dagli Stati, specie l’Italia, hanno favorito il proliferare di operazioni dubbie nell’Istituto, dal riciclaggio di denaro di Cosa nostra, o di tangenti, al supporto a Solidarnosc contro il comunismo polacco o ai Contras nicaraguensi contro i filomarxisti in Sudamerica. E Marcinkus, malgrado le prove dei reati e la richiesta di mandato di cattura dei pm milanesi (1987) rimase tranquillo a guidare lo Ior fino al 1989. Poi l’Istituto, più gestore di patrimoni finanziari del clero che vera banca, ha proseguito la sua opaca attività per altri vent’anni, in cui era pratica frequente l’utilizzo di conti intestati a enti o religiosi da parte di soggetti laici, per fini più che profani.

Solo dopo i raid dell’11 settembre 2001, che spinsero gli Usa a chiedere leggi antiriciclaggio severe alle banche nel mondo, il Vaticano si risolse a farne una. Era il 2010, Benedetto XVI incaricò Ettore Gotti Tedeschi, banchiere italiano nominato presidente, e il cardinale Attilio Nicora, fautore dell’8 per mille. Non poteva essere una transazione sul velluto: e non lo fu. Partì un baccano e quella legge vaticana fu cancellata in due anni, mentre saltava tutto il nuovo vertice Ior, tra grandi polemiche e accuse poi cadute nel vuoto.

Ma il processo si era messo in moto. E anche approfittando del passaggio di consegne tra Ratzinger e Bergoglio — perché lo Ior è una vera “banca del papa” — il banchiere-avvocato tedesco Ernst von Freyberg nel 2014 ha introdotto le riforme per modernizzare lo Ior, che da allora ha chiuso i conti con intestatari ambigui, curato la comunicazione e abbracciato i criteri internazionali di Moneyval su trasparenza, antiriciclaggio e antiterrorismo.

Nemmeno Bergoglio, per quanto lungo e popolare sia stato il suo magistero, ha avuto vita facile, con lo Ior. La sua richiesta al cardinale George Pell di ripulire tutta la finanza vaticana non è andata del tutto a segno: anche perché dopo le prime inchieste interne il segretario dell’Economia fu travolto dalle accuse di pedofilia e nel 2017 dovette riparare nella natia Australia. Anche lui fu prosciolto dalle accuse. Il Papa argentino scomparso ad aprile, pauperista e culturalmente distante dalla Curia “banchiera”, ha comunque richiamato all’ordine lo Ior tre anni fa, con il rescritto che accentrava sull’Istituto le operazioni finanziarie e la gestione della liquidità di prelature e religiosi, lasciando all’Apsa l’amministrazione del patrimonio immobiliare. Una separazione, raccontano alcune fonti dietro le quinte (l’anonimato è ancora la norma, sul tema Ior), poco gradita dai clienti storici della banca. Come le grandi istituzioni cattoliche, o i benefattori laici di cui fin dal 1942 della fondazione papa Pio XII intendeva intercettare i fondi. Oltretevere qualche porporato racconta, anche, che questo ha contribuito a ridurre le masse in gestione e le operazioni negli ultimi tempi. Ora il Papa americano, con le nuove misure che riequilibrano lo Ior e consentono di usare altre banche per le operazioni, potrebbe favorire nuovi approdi con finanza e filantropia a stelle e strisce.

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