La sanità italiana non è in salute. Il finanziamento è troppo basso, le famiglie spendono molto di tasca propria, non ci sono abbastanza infermieri, restano grandi differenze di qualità dei servizi tra una regione e l’altra, ci sono ritardi nel raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. A fare il punto della situazione è la Fondazione Gimbe, nel suo rapporto annuale che come sempre utilizza dati di varie fonti, come Istat, Agenas, Ocse, Mef, ministero alla Salute, per preparare i suoi dati. “Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma”, sintetizza il presidente di Gimbe, Nino Carbabellotta.
Meno soldi per la sanità
La fondazione analizza prima di tutto il finanziamento della sanità. Come noto, il dato assoluto del valore del Fondo sanitario nazionale non basta a comprendere di quante risorse dispongono realmente le Regioni per fornire assistenza ai cittadini. Bisogna va…
La sanità italiana non è in salute. Il finanziamento è troppo basso, le famiglie spendono molto di tasca propria, non ci sono abbastanza infermieri, restano grandi differenze di qualità dei servizi tra una regione e l’altra, ci sono ritardi nel raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. A fare il punto della situazione è la Fondazione Gimbe, nel suo rapporto annuale che come sempre utilizza dati di varie fonti, come Istat, Agenas, Ocse, Mef, ministero alla Salute, per preparare i suoi dati. “Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma”, sintetizza il presidente di Gimbe, Nino Carbabellotta.
Meno soldi per la sanità
La fondazione analizza prima di tutto il finanziamento della sanità. Come noto, il dato assoluto del valore del Fondo sanitario nazionale non basta a comprendere di quante risorse dispongono realmente le Regioni per fornire assistenza ai cittadini. Bisogna valutare il contesto. Ebbene, nel triennio 2023-2025 il Fondo è cresciuto di 11,1 miliardi di euro (da 125,4 del 2022 a 136,5 del 2025) ma le risorse sono state in buona parte erose dall’inflazione, che nel 2023 ha toccato il 5,7%, e dall’aumento dei costi energetici. “Dietro l’aumento si cela un imponente e costante definanziamento, perché cambiando unità di misura le rassicuranti cifre assolute diventano solo illusioni contabili”. La percentuale del Fondo sul Pil al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025. “In altre parole – spiega il Presidente – se è certo che nel triennio 2023-2025 il Fondo sanitario nalzionale è aumentato di 11,1 miliardi, è altrettanto vero che con il taglio alla percentuale di Pil la sanità ha lasciato per strada 13,1 miliardi”. Il rapporto tra la spesa sanitaria (più alta del Fondo) e il Pil segue gli stessi principi, e si attesta sul 6,4-6,5%, molto più in basso di altri Paesi europei.
Spese private e rinunce
E’ l’Istat ad analizzare l’impatto sulle famiglie della spesa sanitaria. Di tasca propria gli italiani l’anno scorso hanno sborsato 41,3 miliardi di euro. Proprio i la necessità di pagare certi servizi (soprattutto visite ed esami) fa sì che le persone rinuncino alle prestazioni sanitarie. Un fenomeno nel 2024 ha coinvolto un italiano su 10 (oltre 5,8 milioni di persone), ossia il 9,9% della popolazione, con marcate differenze regionali: dal 5,3% della Provincia autonoma di Bolzano al 17,7% della Sardegna. “L’aumento della spesa a carico delle famiglie – dice Cartabellotta – rompe il patto tra cittadini e Istituzioni con milioni di persone costrette a pagare la sanità di tasca propria o, se indigenti, a rinunciare alle prestazioni”.
Pochi infermieri e malati che si spostano
Gimbe analizza anche i dati sui Lea, Livelli essenziali di assistenza, che dimostrano le grandi differenze tra le Regioni e anche la conseguente tendenza dei malati a spostarsi, di solito dal Sud al Nord, per curarsi. Poi attraverso i dati Ocse riferiti al 2023 dice che nel nostro Paese ci sono 315.720 medici, cioè 5,4 ogni 1.000 abitanti. Solo l’Austria ne ha di più, mentre la media è di 3,9. Va invece male con gli infermieri (e infatti al ministero alla Salute si ragiona di un piano assunzioni). L’Italia ne ha 6,5 ogni 1.000 abitanti rispetto alla media Ocse di 9,5. Nel 2023 i dipendenti erano 277.164. Proprio di recente si è visto un numero di iscritti al corso universitario per diventare infermiere inferiore rispetto ai posti disponibili.
Altro tema trattato è quello delle Case di Comunità, cioè le nuove strutture previste dal Pnrr sulle quali molto di recente Agenas ha fatto un report. Quelle attive sono ancora troppo poche. In generale, ci sono ritardi sull’attuazione del Pnrr per la sanità.
“Un patto per rilanciare il sistema sanitario”
Cartabellotta spiega che “il futuro del servizio sanitario nazionale si gioca su una scelta politica netta: considerare la salute un investimento strategico del Paese o continuare a trattarla come un costo da comprimere. Il nostro piano di rilancio punta in una direzione chiara: rafforzare e innovare quel modello di servizio sanitario istituito nel 1978, finanziato dalla fiscalità generale e basato su principi di universalità, uguaglianza ed equità, al fine di garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute a tutte le persone. Però è necessario un patto politico che superi ideologie partitiche e avvicendamenti di governo, riconoscendo nel sistema sanitario un pilastro della democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore di sviluppo economico”