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Vajont, 62 anni dopo: il ricordo di una tragedia che resta monito per l’Italia

Nella notte del 9 ottobre 1963, in pochi minuti, oltre 1.900 persone persero la vita. Famiglie intere furono cancellate, case e sogni spazzati via da una colata d’acqua e fango che cambiò per sempre il volto di quelle vallate e la coscienza del Paese
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Sessantadue anni sono trascorsi dalla notte del 9 ottobre 1963, quando un’enorme frana si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale del Vajont, provocando un’onda di proporzioni apocalittiche che travolse i paesi sottostanti, in particolare Longarone, Erto e Casso. In pochi minuti, oltre 1.900 persone persero la vita. Famiglie intere furono cancellate, case e sogni spazzati via da una colata d’acqua e fango che cambiò per sempre il volto di quelle vallate e la coscienza del Paese.

Loopvideo Vajont

Rischio già noto

La tragedia del Vajont non fu soltanto un disastro naturale, ma anche una vicenda giudiziaria che mise in luce gravi responsabilità umane e istituzionali. Già nelle ore successive alla sciagura, emerse che il rischio di una frana nel bacino era noto da tempo: studi geologici e segnalazioni di tecnici avevano più volte evidenziato l’instabilità del versante del Monte Toc, ma gli avvertimenti furono ignorati o sottovalutati.

Il processo

Il processo si aprì nel 1968 a L’Aquila, dopo che fu deciso di spostare il dibattimento dal Veneto per ragioni di ordine pubblico. Al centro delle accuse, i dirigenti della Sade (Società Adriatica di Elettricità), che aveva costruito la diga, e alcuni funzionari statali che avevano autorizzato i lavori e la gestione dell’impianto. Il procedimento si concluse nel 1971 con la condanna dell’ingegner Carlo Semenza, progettista della diga, e di Edoardo Callegari e Franco Pancini, dirigenti della Sade, per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Molti altri imputati furono assolti, ma la sentenza riconobbe per la prima volta in modo ufficiale che la tragedia non era stata una fatalità, bensì il risultato di negligenze, errori di valutazione e mancanza di precauzioni.

I risarcimenti

La Corte stabilì che le operazioni di riempimento e svuotamento del bacino avevano aggravato la frattura del monte, provocando il distacco del fronte di frana. Il processo d’appello, conclusosi nel 1975, ridusse alcune pene, ma confermò le responsabilità principali. Le vittime e i loro familiari ricevettero risarcimenti solo dopo lunghi anni di battaglie legali, mentre la ricostruzione dei paesi distrutti richiese decenni. Oggi, il Vajont resta nella memoria collettiva anche come una lezione di giustizia tardiva, simbolo di un Paese che, dopo la tragedia, comprese l’urgenza di un nuovo approccio alla sicurezza ambientale e alla trasparenza nelle opere pubbliche.

L’anniversario

Oggi, nel 62° anniversario, l’Italia torna a ricordare una delle più grandi tragedie civili della sua storia. Cerimonie, momenti di raccoglimento e iniziative commemorative si svolgono nei luoghi colpiti, dove la memoria resta viva grazie all’impegno delle comunità locali e delle istituzioni. Le parole del Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, richiamano il senso profondo di quel ricordo: “Sessantadue anni fa la tragedia del Vajont scosse profondamente la coscienza dell’Italia, restando incisa nella memoria collettiva. Quella sciagura, che provocò migliaia di vittime innocenti, continua a essere un richiamo alla responsabilità, affinché ogni comunità si senta chiamata a vigilare costantemente sul proprio territorio, senza mai abbassare la guardia. Il cambiamento climatico non deve diventare un alibi, ma uno stimolo a rafforzare la prevenzione strutturale e la sicurezza”.

Un monito

Sulla stessa linea la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, che sottolinea come “il Vajont è un monito per tutti noi: il rispetto della natura e la prevenzione del rischio devono guidare ogni scelta. Da friulana sento profondamente questa ferita che appartiene all’Italia intera. Solo investendo nella sicurezza e nella responsabilità possiamo evitare che simili tragedie si ripetano. Rinnoviamo oggi il nostro impegno per la protezione del territorio, il contrasto al dissesto idrogeologico e la memoria delle comunità colpite”. Nel ricordo commosso di quella notte, l’eco del Vajont continua a interrogare l’Italia sul rapporto fragile e complesso tra progresso e natura, tra sviluppo e sicurezza. Un anniversario che non è soltanto memoria, ma invito costante alla consapevolezza e alla vigilanza.

Pagina buia

"Un boato. Poi il silenzio. Una frana di roccia e terra si stacca dal monte toc e precipita nel bacino del Vajont. L'impatto solleva un'onda gigantesca che scavalca la diga e in pochi istanti cancella interi paesi. 1.917 Vite spezzate", ricorda il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che prosegue: "la tragedia del Vajont, 62 anni fa, è una delle pagine più buie della nostra storia. Ha scosso un territorio e l'intera nazione, lasciando devastazione, lutti e una ferita ancóra viva. Ricordare significa onorare le vittime e ribadire che la sicurezza delle persone deve venire prima di tutto. Vuol dire mettere al centro la tutela del territorio, la manutenzione delle infrastrutture e la responsabilità di costruire un'Italia più sicura, consapevole e giusta", conclude il ministro.

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