A Lettomanoppello, in provincia di Pescara, la comunità è ancora sotto shock per il femminicidio che ha spezzato la vita di Clelia Mancino, 66 anni, uccisa dal suo ex marito Antonio Mancini, 70 anni, in strada a colpi di pistola, fuori da una farmacia. Un delitto che si carica ora di nuove, inquietanti ombre. Non solo, infatti, l’annuncio sui social dell’assassino, che scriveva “è pronta la valigia per il carcere”. Ma il figlio della donna, Camillo, denuncia pubblicamente che l’uomo possedeva una pistola, che lui più volte lo aveva segnalato ai carabinieri e che quell’arma gli andava tolta e invece nessuno ha fatto niente.
Il delitto annunciato
Il dramma si è consumato in silenzio, ma i segnali c’erano. Negli ultimi mesi Mancini aveva riempito i social di post dal tono minaccioso, scrivendo sotto lo pseudonimo Antonio Ayatollah frasi come: “È pronta la valigia per andare in carcere” e “Sfogherò tutta la rabbia accumulata”. Una sorta di confessione annunciata, che oggi appare come una …
A Lettomanoppello, in provincia di Pescara, la comunità è ancora sotto shock per il femminicidio che ha spezzato la vita di Clelia Mancino, 66 anni, uccisa dal suo ex marito Antonio Mancini, 70 anni, in strada a colpi di pistola, fuori da una farmacia. Un delitto che si carica ora di nuove, inquietanti ombre. Non solo, infatti, l’annuncio sui social dell’assassino, che scriveva “è pronta la valigia per il carcere”. Ma il figlio della donna, Camillo, denuncia pubblicamente che l’uomo possedeva una pistola, che lui più volte lo aveva segnalato ai carabinieri e che quell’arma gli andava tolta e invece nessuno ha fatto niente.
Il delitto annunciato
Il dramma si è consumato in silenzio, ma i segnali c’erano. Negli ultimi mesi Mancini aveva riempito i social di post dal tono minaccioso, scrivendo sotto lo pseudonimo Antonio Ayatollah frasi come: “È pronta la valigia per andare in carcere” e “Sfogherò tutta la rabbia accumulata”. Una sorta di confessione annunciata, che oggi appare come una terribile premonizione. L’uomo, ex operaio, viveva solo, nutrendosi di rancori e rivendicazioni. Chi lo conosceva racconta di un carattere duro, isolato, ossessionato dal controllo. “Da tempo – racconta il figlio al quotidiano Il Centro – sapevo che aveva un’arma. Avevo avvisato le forze dell’ordine, perché non la toglievano? Nessuno è intervenuto”. Una denuncia che solleva interrogativi pesanti sulle mancate misure di prevenzione e sui meccanismi di controllo delle armi.
Il giallo sul possesso dell’arma
Le indagini, coordinate dalla procura di Pescara, dovranno accertare non solo la dinamica dell’omicidio, ma anche la responsabilità istituzionale di chi avrebbe potuto impedire la tragedia. Se la presenza della pistola verrà confermata, si aprirà un nuovo fronte: chi doveva vigilare sulla sicurezza della donna? Nel piccolo centro della Maiella si respira dolore e rabbia. “Era una persona buona, ha pagato per l’ossessione di un uomo malato di possesso”, raccontano i vicini. Le autorità locali, intanto, invocano un rafforzamento delle reti di ascolto e delle tutele per le donne in pericolo: “La prevenzione – dice il sindaco – non può restare solo una parola”.
Per il figlio di Clelia, quella che si apre ora è una nuova battaglia: non solo per la giustizia, ma per la memoria di una madre due volte vittima — prima della violenza, poi dell’indifferenza.