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Disgelo Roma-Caracas, spiragli per Trentini

(ansa)

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Potrebbe andare agli arresti domiciliari. La famiglia: “C’è speranza”. Decisiva la telefonata tra il viceministro Cirielli e la sua omologa
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Sono stati undici mesi difficilissimi, con Alberto Trentini che è stato a un passo da una condanna farsa. E lo sono ancora, perché il cooperante italiano è ancora in carcere. Ma, per la prima volta, i negoziatori italiani sono fiduciosi: il dialogo con il Venezuela si è incanalato negli ultimi giorni su una strada giusta che potrebbe portare nelle prossime settimane per lo meno a una scarcerazione del cooperante italiano. A sbloccare la situazione due circostanze: la telefonata del 25 settembre scorso tra il vice ministro degli Esteri, Edmondo Cirielli e la sua omologa venezuelana, Andrea Corrao. Era quello che il governo Maduro aveva chiesto fin dal principio: un riconoscimento ufficiale del governo italiano. A seguire, qualche giorno dopo, l’invito alla delegazione venezuelana nel corso della Conferenza degli stati sudamericani che si è tenuta a Roma.

Sono stati undici mesi difficilissimi, con Alberto Trentini che è stato a un passo da una condanna farsa. E lo sono ancora, perché il cooperante italiano è ancora in carcere. Ma, per la prima volta, i negoziatori italiani sono fiduciosi: il dialogo con il Venezuela si è incanalato negli ultimi giorni su una strada giusta che potrebbe portare nelle prossime settimane per lo meno a una scarcerazione del cooperante italiano. A sbloccare la situazione due circostanze: la telefonata del 25 settembre scorso tra il vice ministro degli Esteri, Edmondo Cirielli e la sua omologa venezuelana, Andrea Corrao. Era quello che il governo Maduro aveva chiesto fin dal principio: un riconoscimento ufficiale del governo italiano. A seguire, qualche giorno dopo, l’invito alla delegazione venezuelana nel corso della Conferenza degli stati sudamericani che si è tenuta a Roma.

Sin dal principio è stato subito chiaro che l’arresto di Trentini è stato una rappresaglia del Venezuela contro l’Italia. E l’Europa. In un momento in cui il governo Maduro aveva dato disposizione di arrestare gli europei per chiedere un riconoscimento ai vari governi. Ed è quello che ha fatto con l’Italia. Che in un primo momento rifiuta ogni contatto, per via diplomatica. E che poi apre invece attraverso canali di intelligence, sotto il coordinamento del sottosegretario Alfredo Mantovano che gestisce il dossier. Il Venezuela fa alcune richieste: risulta a Repubblica che sul tavolo viene messo un possibile scambio di prigionieri, con un uomo caro al governo venezuelano e sotto indagine in Italia. Una possibilità, viene però spiegata loro, non praticabile: «In Italia non è possibile alcun intervento dell’esecutivo sul lavoro delle procure e dei giudici». I venezuelani — che poco prima di Pasqua sembravano aver aperto uno spiraglio — a quel punto si chiudono. Continuano a negare le visite in carcere a Trentini. Gli impediscono di chiamare casa. E questo nonostante i primi detenuti americani che erano rinchiusi a El Rodeo, con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, vengono liberati. Sono loro che raccontano le condizioni di vita in quella prigione. E offrono notizie, non rassicuranti, su Alberto.

Da quel momento in poi è tutto un sali e scendi: piccole aperture e improvvisi muri. Ora qualcosa sembra essere cambiato, dopo un serie di contatti tra intelligence, gli uffici di Mantovano, il commissario indicato dalla Farnesina, Luigi Vignali, e il Venezuela. Per la prima volta filtra ottimismo. Perché è stata concessa la visita consolare. Perché Trentini ha potuto chiamare casa. E altre concessioni sono state fatte agli altri detenuti con passaporto italiano che si trovano a El Rodeo: Mario Burlò, un imprenditore torinese, ha potuto chiamare sua figlia. Mentre Biagio Pilieri, un italo-venezuelano, ha ricevuto una visita della moglie. Cosa potrebbe accadere ora? Trentini potrebbe andare, prima del 15 novembre, perlomeno agli arresti domiciliari. Un passo propedeutico al suo ritorno in Italia. «Ora abbiamo speranza» dicono i genitori di Trentini, insieme con la loro legale, Alessandra Ballerini. «Grazie a chi sta lavorando al nostro fianco per la liberazione di Alberto».

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