Leo Gullotta, oggi è il Coming out day. Era il 1995 quando lei raccontò di essere omosessuale, come andò?
«Il mio non è stato un vero e proprio coming out, piuttosto la risposta a una domanda. Ero alla conferenza stampa di presentazione del film di Christian De Sica Uomini, uomini, uomini, storia di quattro omosessuali borghesi tra l’altro apprezzatissima da chiunque, spettatori, famiglie. A un certo punto un giornalista mi chiese: “Lei è omosessuale?”. Risposti: “Sì, perché? Mi dica”. Rimase in silenzio. Erano tempi diversi, ora qualche passo avanti lo abbiamo fatto».
Cosa accadde allora?
«L’indomani invece di parlare del film tutto verteva sulla mia vita, sui fatti privati, come se avessi rivelato chissà quale segreto».
Come l’ha vissuta lei?
«Sono sempre stato tranquillo. Ho sempre cercato di vivere con chiarezza, limpidezza, una vita serena e aperta, nel rispetto degli altri e ho sempre ricevuto rispetto: una bellissima sensazione. Che senso aveva allora occuparsi del mio privat…
Leo Gullotta, oggi è il Coming out day. Era il 1995 quando lei raccontò di essere omosessuale, come andò?
«Il mio non è stato un vero e proprio coming out, piuttosto la risposta a una domanda. Ero alla conferenza stampa di presentazione del film di Christian De Sica Uomini, uomini, uomini, storia di quattro omosessuali borghesi tra l’altro apprezzatissima da chiunque, spettatori, famiglie. A un certo punto un giornalista mi chiese: “Lei è omosessuale?”. Risposti: “Sì, perché? Mi dica”. Rimase in silenzio. Erano tempi diversi, ora qualche passo avanti lo abbiamo fatto».
Cosa accadde allora?
«L’indomani invece di parlare del film tutto verteva sulla mia vita, sui fatti privati, come se avessi rivelato chissà quale segreto».
Come l’ha vissuta lei?
«Sono sempre stato tranquillo. Ho sempre cercato di vivere con chiarezza, limpidezza, una vita serena e aperta, nel rispetto degli altri e ho sempre ricevuto rispetto: una bellissima sensazione. Che senso aveva allora occuparsi del mio privato? Mi spiaceva che non si parlasse dell’attore, del lavoro».
In qualche modo fu il primo a dirlo nel mondo dello spettacolo.
«Mi invitarono anche al Pride, arrivammo vicino a Caracalla e dissi: “Io sono qua come unico rappresentante omosessuale del mondo dello spettacolo”. Ovviamente ero ironico. Altri tempi, ripeto».
Era polemico?
«Diciamo che volli sottolinearlo. Credo che parlare di omosessualità nel tempo ha fatto bene, alle mamme, ai papà, ai ragazzi, alle ragazze, soprattutto in provincia. Parlarne non come pruderie, ma seriamente, per capire, per levare un peso a chi avvertiva una oppressione, un rifiuto anche pesantissimo in famiglia».
Fu poi censurato dalla Rai.
«Dovevo interpretare una fiction su padre Puglisi. Qualche funzionario che pensava avrebbe ricevuto una bacchettata dal Vaticano – al quale io credo invece non fregasse nulla – mi escluse dal progetto di lavoro. Cominciai a protestare, mi pareva incredibile che non lavorassi perché ero omosessuale. Ci fu uno scaricabarile dopo l’altro. Oggi lo racconto non più come dolore personale, quello durò poco, ma per la censura. Sono stati conquistati moltissimi diritti in questi anni ma ci sono ancora tabù, pregiudizi, censure e rigurgiti di fascistume».
Ai ragazzi cosa direbbe?
«Di essere liberi, la libertà anzitutto. E poi di vivere la loro vita, come vogliono, da persone perbene, sane, mentalmente pulite. In giro c’è già troppa sporcizia mentale. A loro per fortuna non frega più nulla, non vivono il loro essere come una “colpa”. Eppure ci troviamo in tempi in cui questa differenza di orientamento sessuale viene segnata, sottolineata. I ragazzi parlano, discutono, hanno voglia di migliorarsi. Non devono fare come questo governo ignorante. Come chi insulta, ha sempre il dito puntato, vuole farci tornare indietro. L’Italia ha vissuto ottant’anni di libertà, e questa fase ci insegna che i diritti quando arrivano vanno presi tutti. Oggi c’è ancora da battagliare, ma i ragazzi lo sanno: non siamo più a trent’anni fa».