✕

La morte del padre di Cucchi, in trincea nel nome del figlio

Giovanni Cucchi con il figlio Stefano 

 

Ascolta l'audio

Mai visto una famiglia così colpita dall’ingiustizia di Stato nutrire una tale fiducia nella giustizia
2 minuti di lettura

Una famiglia italiana. Figuriamoci, lui, Giovanni, geometra; lei, Rita, insegnante di scuola dell’infanzia; e quella figlia maggiore, Ilaria, amministratrice di condominio. Il quartiere, uno dei più popolari e popolosi della città di Roma, tra via Casilina e Villa Gordiani. Poi c’era quel figlio, Stefano, geometra anche lui, afflitto da troppe inquietudini e troppe sofferenze. Una famiglia italiana, appunto. Poco o nulla interessata alla politica e, semmai, orientata a destra, come nel voto che padre e figlia avevano indirizzato in passato verso Msi e Alleanza Nazionale. E c’erano gli scout. Giovanni è stato tutta la vita uno di loro e oggi, nella bara, porta al collo il “fazzolettone” dell’Associazione guide e scout cattolici italiani.

Su questo nucleo familiare, dall’esistenza modesta e attiva, dove era consuetudine viaggiare con il camper e vivere all’aria aperta, si abbatté, ormai sedici anni fa, il 22 ottobre del 2009, la tragedia più atroce: la morte di quel figlio disperato e a…

Una famiglia italiana. Figuriamoci, lui, Giovanni, geometra; lei, Rita, insegnante di scuola dell’infanzia; e quella figlia maggiore, Ilaria, amministratrice di condominio. Il quartiere, uno dei più popolari e popolosi della città di Roma, tra via Casilina e Villa Gordiani. Poi c’era quel figlio, Stefano, geometra anche lui, afflitto da troppe inquietudini e troppe sofferenze. Una famiglia italiana, appunto. Poco o nulla interessata alla politica e, semmai, orientata a destra, come nel voto che padre e figlia avevano indirizzato in passato verso Msi e Alleanza Nazionale. E c’erano gli scout. Giovanni è stato tutta la vita uno di loro e oggi, nella bara, porta al collo il “fazzolettone” dell’Associazione guide e scout cattolici italiani.

Su questo nucleo familiare, dall’esistenza modesta e attiva, dove era consuetudine viaggiare con il camper e vivere all’aria aperta, si abbatté, ormai sedici anni fa, il 22 ottobre del 2009, la tragedia più atroce: la morte di quel figlio disperato e amato. È allora che qualcosa avviene nelle vite di Giovanni, Rita e Ilaria. È ciò che nella teologia cattolica viene definita grazia di stato: la circostanza in cui la persona attraversata, e fin lacerata, da un lutto, da una crisi, da una sventura, trova in sé energie e risorse che mai avrebbe creduto di possedere. E da qui, la forza per andare avanti.

In termini non religiosi, è l’infinita capacità di adattamento dell’essere umano. I familiari di Stefano hanno fatto del loro dolore più intimo e riservato un grande tema pubblico di verità e di giustizia, e hanno potuto così, semplicemente con i loro volti e con i loro corpi, e con tutta la determinazione che lo strazio senza conforto può suscitare, mobilitare le coscienze di tanti.

Giovanni, fino a tre anni fa insieme a Rita, è sempre stato là: anche quando un infingardo esponente di governo definì loro figlio «larva, zombie, sieropositivo, tossico, epilettico» (e grazie al Cielo l’oblìo me ne ha fatto scordare persino il nome). Giovanni era costantemente là come un inesorabile osservatore di quanto accadeva, a testimoniare non solo dell’amore e del legame di sangue, ma anche della volontà di conoscere. Conoscere tutta la vita e tutta la morte di quel figlio che, prima di essere ucciso per mano di alcuni carabinieri, aveva dovuto percorrere una macerata Via Crucis, dove ogni stazione corrispondeva a un apparato ostile (caserma, cella sotterranea, tribunale per la convalida, pronto soccorso, infermeria, ancora cella, reparto detentivo ospedaliero…).

Nel corso di questi sedici anni ci sono state tre inchieste e una dozzina di processi, conclusisi infine con la condanna degli assassini e con quella dei tanti autori di manipolazioni e depistaggi, talvolta tra gli appartenenti alle gerarchie medio-alte dell’Arma dei carabinieri. Un percorso processuale tortuoso, fatto anche di frustrazioni e delusioni: eppure ogni volta mi accadeva di rimanere stupito nel trovare, all’interno di quella famiglia che aveva provato dolorosamente l’ingiustizia di Stato, una così intensa aspettativa, spes contra spem, nella giustizia giusta.

Quei familiari di vittime, tanti in questi anni (Aldrovandi, Uva, Rasman, Ferrulli, Budroni, Magherini, Soldi, Mastrogiovanni e altri ancora), hanno rappresentato una ostinata riserva di fiducia nelle istituzioni; e hanno continuato a credere — nonostante tutto e nonostante soprusi e iniquità — nella possibilità di ottenere giustizia.

Giovanni e Rita sono morti dopo aver visto le loro domande ottenere, infine, risposte da un Tribunale della Repubblica. Ma tanti altri familiari sono tuttora in attesa o hanno dovuto subire una sconfitta che rinnova crudelmente il loro lutto. E il nostro scontento.

Leggi i commenti