L’artigiano che ridà vita ai suoni di 300 anni fa: “Il mio mestiere in via di estinzione”
di Paolo LazzariUn centinaio di parrocchie disseminate tra il centro storico e le campagne: quella di Pavia è una diocesi dalle dimensioni tutto sommato modeste, ma il lavoro non manca mai. Alessandro Venchi ha aperto qui la sua ditta, oltre vent’anni fa. Scegliendo di immergersi in profondità tra le fenditure di un mestiere antico, di quelli che oggi fanno storcere gli angoli della bocca alle nuove generazioni. Lui e i suoi soci – Simone e Giancarlo, padre e figlio – infatti fanno gli organari. Restaurano strumenti che nella maggior parte dei casi risalgono al Settecento, e certe volte ne costruiscono anche.
“È un lavoro che pretende tre requisiti fondamentali – spiega Venchi – che sono pazienza, fatica, precisione”. Intirizziti dal freddo delle chiese che li accolgono, il viso marezzato per via degli sforzi profusi a sollevare componenti pesanti, i movimenti parchi per sventare il pericolo di fare danni: il prontuario del perfetto or…
Un centinaio di parrocchie disseminate tra il centro storico e le campagne: quella di Pavia è una diocesi dalle dimensioni tutto sommato modeste, ma il lavoro non manca mai. Alessandro Venchi ha aperto qui la sua ditta, oltre vent’anni fa. Scegliendo di immergersi in profondità tra le fenditure di un mestiere antico, di quelli che oggi fanno storcere gli angoli della bocca alle nuove generazioni. Lui e i suoi soci – Simone e Giancarlo, padre e figlio – infatti fanno gli organari. Restaurano strumenti che nella maggior parte dei casi risalgono al Settecento, e certe volte ne costruiscono anche.
“È un lavoro che pretende tre requisiti fondamentali – spiega Venchi – che sono pazienza, fatica, precisione”. Intirizziti dal freddo delle chiese che li accolgono, il viso marezzato per via degli sforzi profusi a sollevare componenti pesanti, i movimenti parchi per sventare il pericolo di fare danni: il prontuario del perfetto organaro si avvicina alquanto al concetto di missione. Ci vuole un certo grado di fede, anche in questo caso, per pensare di andare avanti a lavorare per mesi, augurandosi che poi funzioni tutto perfettamente, che nulla strida. Ma le competenze battono sempre la speranza. Venchi e i suoi soci ne possiedono in abbondanza. Cinquantadue anni e un flirt nei confronti della musica classica che è deflagrato già da adolescente, Alessandro non è incasellabile nella categoria dell’ereditarietà dei mestieri.
“Mio padre faceva il medico, mentre mio nonno il ferroviere. Eppure lui, il nonno, non voleva privarsi di una certa cultura musicale. Aveva fatto l’abbonamento a La Scala. Andava nel loggione, per spendere meno. Poi tornava a casa e ci trasmetteva quel sapere. Anche mio papà era un grande appassionato di musica classica”. Comincia così, quasi per osmosi, l’infatuazione di Venchi per la musica. Dapprima una relazione svelta con il violino, poi il pianoforte, quindi lui, l’organo.
“Mozart sosteneva che fosse il sovrano degli strumenti. Di certo è il più magniloquente. In Italia è rimasto prevalentemente legato all’ambiente ecclesiastico, difficile trovarne nelle abitazioni private, se non di dimensioni contenute”. Nel nostro paese esiste un albo degli organari – categoria dell’albo dei restauratori di beni culturali - che contiene, spiega Venchi, non più di trenta ditte. Gli organi distribuiti in tutto il nostro paese, invece, sono circa 30mila. Il che significa che il flusso di lavoro assegnato dalle Diocesi è costante e voluminoso.
“Ad un certo punto - prosegue - decisi di mollare ogni velleità da organista professionista ed iniziai ad appassionarmi agli aspetti tecnici. Negli anni Novanta frequentai uno dei pochissimi corsi per organari restauratori esistenti, a Crema, e nel 2002 aprii la mia ditta”. Quella dell’organaro è una figura che ha dovuto sbattere contro un lunghissimo processo di riconoscimento, dal momento che l’albo professionale è sorto soltanto nel 2018. “In Francia e Germania invece esiste da molto tempo. È anche un fatto culturale, che produce un certo dispiacere. Quando le guide ti fanno visitare una chiesa, quasi mai si soffermano sull’organo. Eppure, si tratta di un bene artistico al pari degli altri, se non, in certi casi, anche più rilevante”.
Il lavoro commissionato per un singolo strumento, si diceva, può protrarsi per mesi e si sviluppa quasi sempre in condizioni per nulla confortevoli. “Facciamo tutto come una volta, a mano. Il restauro richiede di smontare, sistemare e rimontare l’organo pezzo per pezzo. Servono molto tempo e cura, e questo significa passare lunghe settimane all’interno dei luoghi di culto, spesso con cinque o sei gradi di temperatura. Inoltre, parliamo di strumenti dalle dimensioni monumentali: lo sforzo fisico per estrarre e riposizionare le singole componenti è notevole”.
Competenze peculiari applicate, tonnellate di ore impiegate e costo dei materiali determinano un valore complessivo del restauro che risulta sempre elevato, pur collocandosi su fasce differenti. “Si va dai 100mila euro per un organo medio-piccolo fino a qualche centinaia di migliaia di euro per gli strumenti più grandi. Quando invece parliamo della costruzione, è possibile anche arrivare ad un paio di milioni di euro per strumenti monumentali. La Cei si preoccupa di finanziare la maggior parte di queste opere grazie all’otto per mille”.
Rimettere in carreggiata un organo, dunque, non è certo un balsamo per la salute. Qui, del resto, non c’è intelligenza artificiale o automatizzazione che tenga. “Dobbiamo fare tutto con la forza delle braccia. La cassa lignea è l’unica cosa che resta al suo posto, mentre le canne sono una delle prime cose che estraiamo. In un organo piccolo possono essere 400 ma, per darvi un’idea, quello del duomo di Milano ne conta oltre 15mila. Poi smontiamo il somiere, la grande cassa che riceve l’aria che serve a produrre il suono, quindi i mantici, le tastiere e le pedaliere”. Venchi e i suoi soci ripuliscono accuratamente e rinnovano le componenti usurate. Tra queste c’è anche la pelle di montone, che si trova generosamente distribuita in ogni tipo di valvola. “Sostituiamo le parti lignee attaccate dai tarli e i pezzi delle canne rosicchiati dai topi. Poi procediamo a riassemblare lo strumento”. Nemmeno a questo punto però è concesso di rilassarsi, perché cominciano le fasi dell’intonazione e dell’accordatura, che possono durare anche 3 mesi.
“Nel nord Italia – osserva Venchi – gli organi sono per la maggior parte Sette-ottocenteschi, mentre nel centro-sud è possibile scovarne anche di più antichi, risalenti al Quattro-cinquecento. Naturalmente l’età dello strumento determina un grado di scrupolosità crescente”.
Quando si sofferma sul potenziale ricambio generazionale, la voce si flette: “Viviamo un tempo dominato dalle sollecitazioni dei social, mentre quello dell’organaro è un mestiere che va esattamente nella direzione opposta, perché non appare. Difficile che possa attrarre le nuove generazioni, anche se la speranza è che succeda. Se noi scompariamo, la sopravvivenza di questi strumenti sarà seriamente messa a repentaglio”.