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Nell’ex Ansaldo di Milano, tutti a lezione di fallimento: “Ripartiamo ascoltando chi sbaglia”

Milano, BASE, Fuckup Nights in foto: Montserrat Fernandez Blanco e Pablo Trincia (Milano - ,

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L’organizzatrice: “Portiamo l’appuntamento in 300 città nel mondo ma questi numeri non li fa nessuno”
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MILANO – Traffico, aperitivi e sentore modaiolo. Milano Sud è zona di design, movida e sfilate. Qui un tempo c’era lo stabilimento Ansaldo, oggi c’è un “hub culturale e creativo”. Da fuori somigliamo ai nostri stereotipi: eleganti senza ostentare, cripto-arroganti, procediamo a testa alta nell’autunno metropolitano.

L’ideatrice: Montserrat Fernandez Blanco ha portato a Milano le Fuckup Nights

 

Basta varcare una soglia. Visto da vicino nessuno è normale, tanto meno qui, in questo enorme spazio dove sono assembrate mille persone, per un appuntamento che è una consuetudine e una festa, una follia collettiva, la celebrazione caparbia della nostra pasta perdente. Oggi si celebrano i dieci anni delle Fuckup Nights, eventi catartici e corali, nati per raccontare il fallimento — stigma, vergogna, scintilla, inevitabile condanna delle nostre vite imperfette — nell’atto rivoluzionario del…

MILANO – Traffico, aperitivi e sentore modaiolo. Milano Sud è zona di design, movida e sfilate. Qui un tempo c’era lo stabilimento Ansaldo, oggi c’è un “hub culturale e creativo”. Da fuori somigliamo ai nostri stereotipi: eleganti senza ostentare, cripto-arroganti, procediamo a testa alta nell’autunno metropolitano.

L’ideatrice: Montserrat Fernandez Blanco ha portato a Milano le Fuckup Nights

 

Basta varcare una soglia. Visto da vicino nessuno è normale, tanto meno qui, in questo enorme spazio dove sono assembrate mille persone, per un appuntamento che è una consuetudine e una festa, una follia collettiva, la celebrazione caparbia della nostra pasta perdente. Oggi si celebrano i dieci anni delle Fuckup Nights, eventi catartici e corali, nati per raccontare il fallimento — stigma, vergogna, scintilla, inevitabile condanna delle nostre vite imperfette — nell’atto rivoluzionario della condivisione.

L’habitué, Fabio Solaro: “Vengo perché il tema mi interessa”

 

Il format è speculare ai Ted: a ogni appuntamento tre persone, spesso considerate vincenti, ripercorrono pubblicamente la discesa negli abissi delle loro sconfitte. Sul palco della disfatta sono passati, per un pubblico di oltre 15.000 partecipanti, 157 speaker, tra cui lo scrittore Roberto Saviano, la linguista Vera Gheno, il pallavolista Andrea Zorzi, il giornalista Mario Calabresi, ognuno con il proprio disastro personale o professionale.

Montserrat Fernandez Blanco viene da Barcellona e si definisce «ricercatrice di falliti». Li individua, li avvicina e li invita in questo circo liberatorio. È stata lei a portare a Milano le Fuckup nights da Città del Messico, dove furono inventate nel 2012, e a cercare risposte alla domanda «Cosa fanno le persone quando falliscono?». Forse è proprio questa sfumatura introspettiva a sedurre le migliaia di persone che, nella Milano imbruttita e votata al successo, si ritrovano con inaudito entusiasmo. «I numeri di Milano non li fa nessuna delle 300 città che ospitano le Fuckup nights nel mondo».

L’evento sta per iniziare. C’è il calore familiare di un ritrovo tra amici. Cristina Salis è venuta con e per il figlio Andrea: «È importante che gli adolescenti affrontino il tema del fallimento in un mondo in cui bisogna sempre superperformare». Andrea è d’accordo? «Certo, altrimenti non sarei qui». Fabio Solaro è un habitué: «Ho studiato da counselor e sono disabile. Vengo perché il tema mi interessa e mi piace come viene trattato. Non è facile mettere a nudo un lato così oscuro». Sabina Zanino, coach, è una grande sostenitrice della cultura del fallimento. «Ascoltare chi ha sbagliato è tranquillizzante. Ognuno di noi deve fare la sua parte nel parlarne».

La coach, Sabina Zanino: “Ascoltare chi ha sbagliato è tranquillizzante” 

 

Prima il fallimento era un indicibile tabù. «Sono sempre stata ossessionata dai tabù perché, quando si rompono, scaturisce moltissima energia», racconta dal palco Fernandez Blanco che ha assistito, negli anni, a un cambio della narrazione del fallimento: «Da stigma a opportunità, da errore a lezione di vita».

Questa serata è un punto di arrivo e di partenza, un collage delle esperienze fatte e una dichiarazione programmatica per quello che verrà. Sul palco salgono lo speaker numero 118 (ebbene sì, ogni fallito ha un numero, il marchio della non gloria), Pablo Trincia, scrittore, giornalista e podcaster e il numero uno, l’imprenditore Riccardo Zilli, che per primo si è messo in gioco.

«Io adesso voglio lo stadio di San Siro», annuncia spavalda Fernandez Blanco e nessuno si scompone perché il fallimento merita luci forti e spazi ampi. «Cercare falliti non è un compito facile», ammette. C’è sempre il rischio che qualcuno non prenda bene la chiamata. Non è il caso del 118, Pablo Trincia: «Ho subito pensato: che figata! Dentro ogni percorso ci sono tanti momenti tragici e io, che racconto tragedie, ho colto il grande potere di questa iniziativa», ricorda il podcaster che ha ripercorso «15 anni di fuckup» da un andamento scolastico accidentato a «una carriera faticosa, costellata di inciampi e delusioni».

Mamma e figlio, Cristina Salis e il figlio Andrea: “Importante che affronti il fallimento”

 

Trincia, che ha studiato otto lingue (e se fallisce un tale poliglotta non c’è speranza per nessuno) e conosce il potere liberatorio della resa, ritiene che il punto di arrivo sia «conoscere i propri punti di forza e convincersi di potersela cavare in qualsiasi scenario».

Qui non c’è pudore né vergogna: ci si confessa guasti, infantili, in analisi da troppi anni. È una grande, benevola terapia di gruppo in cui si invocano comprensione, tempo, possibilità di crogiolarsi sul fondo del pozzo.

Cosa ha imparato Zilli, primo fuckupper della nostra storia? «ll fallimento non è un’eventualità. Prima o poi ti schianti. E questa consapevolezza non ti rende fatalista ma semplicemente più leggero». Qui succedono magie: «La cosa che più mi ha colpita in questi anni è che, durante la preparazione, lo speaker si fermava e diceva: “Questo non l’ho mai raccontato a nessuno.” Significa che ci sono parti di noi con cui non vogliamo confrontarci, che nascondiamo come se fossero pericolose», dice Fernandez Blanco.

Riceviamo in regalo dei fiammiferi, per illuminare il buio della nostra vergogna, senza negare la fatica e il dolore che il fallimento porta con sé. Ma tutti insieme, forse, in questi dieci anni, abbiamo imparato a cadere con grazia e saggezza.

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