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Attacchi a don Mattia Ferrari, dirigente legato a Frontex a processo il 5 novembre

(ansa)

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Nascosto dietro un anonimo account X per anni ha attaccato il cappellano di bordo di Mediterranea. Ma adesso è stato identificato: è Robert Brytan, analista informatico senior di un’azienda collegata all’agenzia europea che si occupa del controllo delle frontiere
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Nascosto dietro un anonimo account X per anni ha attaccato don Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Mare Jonio, la prima nave di Mediterranea Saving Humans, messo nel mirino per l’attività di soccorso in mare e a terra. Ma adesso ‘rgowans’ (il nome dell’account), ha un nome e un volto: si chiama Robert Brytan, è dirigente informatico alla Asseco Business Solution, società che ha accesso e gestisce gli archivi riservati di Frontex, e per quelle aggressioni virtuali dovrà andare a processo. La prima udienza è fissata a Modena il 5 novembre prossimo.

Non era scontato “dopo una richiesta di avocazione, una richiesta di archiviazione, una imputazione coatta, la richiesta di emettere un ordine di indagine europeo e numerosi ulteriori passaggi procedurali”, spiega l’avvocata Francesca Cancellaro.“Questo è un risultato collettivo - dice il giovane cappellano di Mediterranea – Ci siamo arrivati grazie agli attivisti che hanno lavorato e sono riusciti a identificare questo soggetto, agli a…

Nascosto dietro un anonimo account X per anni ha attaccato don Mattia Ferrari, il cappellano di bordo di Mare Jonio, la prima nave di Mediterranea Saving Humans, messo nel mirino per l’attività di soccorso in mare e a terra. Ma adesso ‘rgowans’ (il nome dell’account), ha un nome e un volto: si chiama Robert Brytan, è dirigente informatico alla Asseco Business Solution, società che ha accesso e gestisce gli archivi riservati di Frontex, e per quelle aggressioni virtuali dovrà andare a processo. La prima udienza è fissata a Modena il 5 novembre prossimo.

Non era scontato “dopo una richiesta di avocazione, una richiesta di archiviazione, una imputazione coatta, la richiesta di emettere un ordine di indagine europeo e numerosi ulteriori passaggi procedurali”, spiega l’avvocata Francesca Cancellaro.“Questo è un risultato collettivo - dice il giovane cappellano di Mediterranea – Ci siamo arrivati grazie agli attivisti che hanno lavorato e sono riusciti a identificare questo soggetto, agli avvocati che hanno combattuto perché si indagasse, alla politica che ha permesso di acquisire elementi importanti con interrogazioni parlamentari in Italia e in Europa”. E soprattutto, ci tiene a sottolineare, “non è una questione personale, ma collettiva perché significa sollevare almeno in parte il velo su quello che succede nel Mediterraneo”.

Sulla carta, con la Libia Bryant non ha alcun contatto diretto. Polacco di origine, ma con passaporto del Canada, lì in gioventù ha lavorato per la Guardia costiera, per poi tornare in Europa al seguito di un eurodeputato polacco e terminare da analista senior per un’azienda informatica che fornisce software a Frontex. Eppure, spiega don Mattia “da otto anni, tramite l’account ‘rgowans’ pubblica quotidianamente, anche più volte al giorno, non solo materiale per conto delle milizie libiche, ma anche documenti riservati di autorità italiane ed europee, incluse foto aeree di droni Frontex”.

Sebbene mai abbia dato risposte al riguardo, è assai probabile che l’agenzia europea ne sia a conoscenza se è vero che Bryant si è spesso preoccupata di taggarla, così come ha taggato il ministro Matteo Piantedosi quando in Ue sono state chieste risposte formali sui rapporti fra Bryant e Frontex. “Bisogna capire perché lo fa, per conto di chi e con chi abbia rapporti”, spiega don Mattia. E non perché lui tema per la propria incolumità, o lo abbia fatto in passato, “ma vivo con il timore costante per le persone con cui siamo in contatto in Libia e nel deserto, è già capitato che alcune di loro siano state catturate o siano improvvisamente sparite. A pagare sono sempre loro”.

Questo poi è solo un capitolo di una storia molto più ampia che ha a che fare, dice il sacerdote, “con quanto avviene nel Mediterraneo e con quello che lì fa la Libia”, che da Italia e Ue viene finanziata. E molte sono le pagine oscure: dagli incontri di Bija con i vertici dei servizi italiani all’addestramento di capi milizie nelle basi italiane della Guardia costiera, dal caso Almasri alla regolare presenza in Italia di alti papaveri delle due Libie, che proprio a Roma si sono incontrate per la prima volta dopo più di un decennio. “Dobbiamo lavorare per arrivare a verità e giustizia su quanto avviene da troppo tempo nel Mediterraneo, con una commissione di inchiesta o qualsiasi forma che permetta di lavorare tutti insieme per squarciare il velo – dice don Mattia Ferrari - Perché senza verità non può esserci giustizia e senza giustizia non può esserci riconciliazione. Verità, giustizia, riconciliazione, collaborazione: noi da tempo chiediamo solo questo. E vogliamo essere fiduciosi”

Dalla politica, subito è arrivata una richiesta perentoria di chiarimenti e risposte. “L’Europa deve fare piena luce“, dice l’eurodeputato dem Sandro Ruotolo. “Questa non è solo una vicenda di minacce personali ma un caso che riguarda la trasparenza e la sicurezza dell’Unione. La tutela dei diritti umani non può essere messa a rischio da chi lavora, direttamente o indirettamente, per le istituzioni europee. La sicurezza non può diventare un’arma contro chi salva vite in mare”, afferma l’europarlamentare dem che ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere chiarimenti immediati. Lo stesso faranno – ha annunciato il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni – gli eurodeputati di Avs. “Poiché a quanto pare si tratta di una persona dirigente di una società che lavora con l'Agenzia Europea Frontex, e che evidentemente per le sue attività illegali ha avuto la possibilità di accesso all'archivio riservato di Frontex, serve la massima trasparenza in questa vicenda"

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