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Piersanti Mattarella, il democristiano anomalo da bloccare a tutti i costi

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L’omicidio di Piersanti Mattarella non è dunque solo un delitto politico rimasto impunito da 45 anni. Ora assume il profilo di un depistaggio per mano di uomini dello Stato. Organici a un sistema che si muoveva nell’ombra, mimetizzandosi dentro le istituzioni, pronto a sacrificare, per la protezione dei propri interessi e dei propri uomini, verità e giustizia. E capace, dunque, come nel caso di Piersanti Mattarella, di uccidere due volte.

Nelle carte dell’inchiesta della procura di Palermo torniamo non solo a toccare con mano una ferita aperta della nostra storia repubblicana, ma anche a constatare che, negli anni più bui del nostro passato, il potere ha saputo saldare alleanze indicibili, arruolando estremismo di destra, mafia, politica e apparati infedeli dello Stato, riuscendo così a costruire, e difendere, zone franche dove il diritto si ferma e comincia il buio.

L’omicidio di Piersanti Mattarella non è dunque solo un delitto politico rimasto impunito da 45 anni. Ora assume il profilo di un depistaggio per mano di uomini dello Stato. Organici a un sistema che si muoveva nell’ombra, mimetizzandosi dentro le istituzioni, pronto a sacrificare, per la protezione dei propri interessi e dei propri uomini, verità e giustizia. E capace, dunque, come nel caso di Piersanti Mattarella, di uccidere due volte.

Nelle carte dell’inchiesta della procura di Palermo torniamo non solo a toccare con mano una ferita aperta della nostra storia repubblicana, ma anche a constatare che, negli anni più bui del nostro passato, il potere ha saputo saldare alleanze indicibili, arruolando estremismo di destra, mafia, politica e apparati infedeli dello Stato, riuscendo così a costruire, e difendere, zone franche dove il diritto si ferma e comincia il buio.

Che Cosa nostra avesse deliberato l’omicidio, la giustizia lo ha già detto. Che Riina, Greco, Madonia ne siano stati i mandanti è stato accertato. Ma la pista eversiva di destra non è stata abbandonata e viene valutata come il contesto che ha armato la mano dei killer. Ad oggi resta ancora ignoto il volto di chi ha premuto il grilletto. E la ragione è in un depistaggio. Di cui solo oggi conosciamo il protagonista: l’ex prefetto, Filippo Piritore, da ieri agli arresti domiciliari. Non un mafioso, non un terrorista, ma un uomo dello Stato. All’epoca, giovane funzionario della Squadra mobile di Palermo, presente sulla scena del ritrovamento dell’auto usata dai sicari. Responsabile, secondo i magistrati, di aver nascosto una prova decisiva. Il guanto marrone che era nella Fiat 127 utilizzata dai killer. L’unico reperto in grado di portare a chi ha premuto il grilletto. E per questo fatto sparire. Con una copertura sistematica assicurata in questi 45 anni da verbali manipolati e silenzi istituzionali.

Del resto, già nella sentenza di condanna dei mandanti mafiosi del delitto venivano sollevati «seri dubbi sulla linearità, completezza e tempestività delle indagini sull’omicidio Mattarella». Già all’epoca, emersero i tentativi di sviare le indagini compiuti da altri alti funzionari dello Stato.

Ora lo sappiamo: la verità sull’omicidio Mattarella è stata allontanata con metodo. Perché quella verità parlava di un presidente della Regione che aveva deciso di liberare la politica siciliana dall’abbraccio di Cosa nostra. Che bloccava appalti miliardari alle imprese vicine ai clan. Che si opponeva all’invasione di Vito Ciancimino negli affari pubblici. Era un democristiano anomalo, per questo pericoloso. Il progetto politico dell’allora presidente della regione era intrecciato alla svolta di cui fu anima il suo maestro e riferimento politico-morale Aldo Moro. Piersanti Mattarella allargò la maggioranza coinvolgendo il Pci nell’area di governo regionale per condurre in porto il suo piano di riforme, isolando gli interessi particolaristici e mafiosi nelle istituzioni siciliane e conducendo al tempo stesso un’azione di rigenerazione della vita interna del suo partito, smantellando correnti personali e oscuri giochi di potere. In questo modo Mattarella aveva rotto il patto di connivenza. Voleva trasparenza, controllo, legalità. Per questo si mosse “il sistema”.

Si muove la mafia, ma si muove anche il terrorismo nero, con esponenti dei Nar presenti in quel periodo a Palermo. Si muove quella parte dello Stato che non è al servizio dei cittadini. E che inquina, depista, occulta.

Ci sono intrecci già accertati tra mafiosi e neofascisti. Ora, nel quadro, entrano anche ex funzionari di polizia. Circostanza rimasta ignota per quarantacinque anni. Il delitto Mattarella ci conferma dunque che la mafia uccide, ma non è sola. Che uomini infedeli dello Stato possono esserne complici. Che il potere, quando si sente minacciato, si rifugia nella menzogna.

Ma ci dice anche altro: che il tempo non è in grado di cancellare ogni traccia. Che la giustizia, anche con ritardo, può arrivare. A patto che si abbia il coraggio di ascoltarla.

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