«Sì, lo confesso, ho avuto paura. Soprattutto nei primi giorni, quando tutto era incerto e non si capiva quale direzione avrebbe preso la vicenda. Mi chiedevo se sarei rimasto lì per mesi, forse anni. È stato un pensiero angosciante, ma ho cercato di aggrapparmi alla fiducia nella giustizia e nel lavoro dei miei legali».
Dopo 75 giorni nel carcere di Fier in Albania, arrestato per un incidente stradale avvenuto ad agosto, il professore Michele D’Angelo, docente di Biologia all’Università dell’Aquila, è tornato in libertà su cauzione. Con la compagna e collega Vanessa Castelli, tra i suoi gatti e i suoi libri.
Professore D’Angelo, come sono stati questi due mesi e mezzo in cella in Albania?
«È difficile metabolizzare tutto. Sono stati giorni lunghi, intensi, in cui ho dovuto fare i conti con me stesso, con la solitudine, con il dolore per quanto accaduto. Ogni giorno portava con sé un peso emotivo enorme e solo ora, tornando a casa, riesco a respirare davvero».
La sua carcerazione è…
«Sì, lo confesso, ho avuto paura. Soprattutto nei primi giorni, quando tutto era incerto e non si capiva quale direzione avrebbe preso la vicenda. Mi chiedevo se sarei rimasto lì per mesi, forse anni. È stato un pensiero angosciante, ma ho cercato di aggrapparmi alla fiducia nella giustizia e nel lavoro dei miei legali».
Dopo 75 giorni nel carcere di Fier in Albania, arrestato per un incidente stradale avvenuto ad agosto, il professore Michele D’Angelo, docente di Biologia all’Università dell’Aquila, è tornato in libertà su cauzione. Con la compagna e collega Vanessa Castelli, tra i suoi gatti e i suoi libri.
Professore D’Angelo, come sono stati questi due mesi e mezzo in cella in Albania?
«È difficile metabolizzare tutto. Sono stati giorni lunghi, intensi, in cui ho dovuto fare i conti con me stesso, con la solitudine, con il dolore per quanto accaduto. Ogni giorno portava con sé un peso emotivo enorme e solo ora, tornando a casa, riesco a respirare davvero».
La sua carcerazione è sembrata sproporzionata rispetto alle contestazioni che le sono state mosse. Si è dato una spiegazione?
«Il carcere, una custodia cautelare così lunga, per una persona incensurata come me e un’accusa di violazione del codice stradale mi è sembrato eccessivo. È stato un pensiero angosciante, ma ho cercato di aggrapparmi alla fiducia nella giustizia e nel lavoro dei miei legali».
In quell’incidente purtroppo è morto un ragazzo. Vuol dire qualcosa alla sua famiglia?
«Sì, e lo dico con profondo rispetto e dolore. Ogni giorno ho pensato alla famiglia del ragazzo, alla loro perdita, al vuoto che devono affrontare».
Come si è arrivati alla scarcerazione? Ora cosa succederà, il processo si svolgerà in Italia o dovrà tornare in Albania da libero?
«La scarcerazione è arrivata quando il giudice albanese ha accettato la cauzione: 15mila euro per la libertà. Ma so di dover dire grazie al lavoro instancabile della Farnesina, dell’ambasciata, del consolato, dell’avvocato e alla valutazione del giudice che ha riconosciuto la mia condotta collaborativa. Sono ancora in corso le indagini e le perizie, il processo si svolgerà in Albania e io resto a totale disposizione».
Come trascorreva le sue giornate in quella condizione?
«Le giornate erano scandite da piccoli gesti: leggere, scrivere, riflettere. Cercavo di mantenere la mente attiva, ma era il pensiero di chi mi sosteneva che mi teneva in piedi. Mi ha aiutato tantissimo il sostegno dei colleghi e di tutti quelli che hanno scelto di starmi vicino».
Per lei si sono mossi in tanti.
«Voglio ringraziare Vanessa, la mia compagna, che ha fatto l’impossibile per me, il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, il deputato D’Alfonso, i rettori dell’Università dell’Aquila, la direttrice del mio dipartimento. Ma anche i colleghi, le associazioni scientifiche, gli studenti, gli amici, e anche chi non mi conosceva ma ha scelto di credere nella mia buona fede. Ogni messaggio, ogni gesto, è stato un raggio di luce».
Tornerà subito dai suoi studenti?
«Il mio più grande desiderio è ritrovare una quotidianità serena, tornare a insegnare, a fare ricerca nel mio laboratorio, riprendere i miei progetti scientifici e ricominciare a condividere sapere e passione con i miei studenti. L’università è casa mia, e non vedo l’ora di rientrare in laboratorio e in aula. Ma prima, voglio assaporare la normalità, riabbracciare i miei gatti, stare a casa e pranzare con la mia famiglia. Sono piccoli gesti che ora hanno un valore immenso».
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