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Il docufilm su don Matteo: l’ironia viaggia in bicicletta

Il cardinale Matteo Zuppi in bicicletta

 

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Presentato al Maxxi di Roma il documentario di Emilio Marrese sul cardinale Zuppi, presidente della Cei
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Il sorriso prima di tutto. Che resta anche negli occhi degli spettatori quando le luci si accendono e la platea della Festa del Cinema applaude a lungo, in piedi, don Matteo Zuppi, l’arcivescovo di strada, il prete che non voleva essere papa, il ragazzo della Comunità di Sant’Egidio che portava sollievo nelle borgate romane e partecipò alla pace in Mozambico.

Lui, il presidente della Cei, legatissimo a papa Francesco, ieri non c’era al Maxxi alla presentazione del documentario di Emilio Marrese, “Chiamami don Matteo. Zuppi, il vescovo di strada”, perché, ha ricordato Filippo Ceccarelli suo compagno di liceo al “Virgilio” di Roma, «non voleva assistere alla propria autocelebrazione».

In realtà l’intenso ed emozionante documentario di Emilio Marrese, che parte dai giorni del conclave per raccontare poi l’allegria di don Matteo per non essere diventato papa («però mi colpiva il tifo dei giovani per me») non ha nulla di celebrativo, ma è il racconto umanissimo di un uomo che si è messo al…

Il sorriso prima di tutto. Che resta anche negli occhi degli spettatori quando le luci si accendono e la platea della Festa del Cinema applaude a lungo, in piedi, don Matteo Zuppi, l’arcivescovo di strada, il prete che non voleva essere papa, il ragazzo della Comunità di Sant’Egidio che portava sollievo nelle borgate romane e partecipò alla pace in Mozambico.

Lui, il presidente della Cei, legatissimo a papa Francesco, ieri non c’era al Maxxi alla presentazione del documentario di Emilio Marrese, “Chiamami don Matteo. Zuppi, il vescovo di strada”, perché, ha ricordato Filippo Ceccarelli suo compagno di liceo al “Virgilio” di Roma, «non voleva assistere alla propria autocelebrazione».

In realtà l’intenso ed emozionante documentario di Emilio Marrese, che parte dai giorni del conclave per raccontare poi l’allegria di don Matteo per non essere diventato papa («però mi colpiva il tifo dei giovani per me») non ha nulla di celebrativo, ma è il racconto umanissimo di un uomo che si è messo al servizio degli altri. «Se ho rosicato di non essere diventato papa? No, è andata benissimo cosi».

Tra il serio e lo scanzonato, Marrese segue Zuppi e la sua bicicletta dall’arrivo a Bologna da vescovo nel 2015, al suo ruolo di mediatore di pace in Ucraina. Fino ai giorni convulsi dopo la morte di Francesco, quando buona parte dell’Italia sperava di vederlo sul soglio di Pietro. Mite, gentile, ironico, di una profondità che tocca l’anima, «se vai verso l’altro trovi te stesso», «il contrario della paura è l’amore», «clericalismo è la malattia dei preti», Zuppi si racconta nel buio di un teatro ad Alessandro Bergonzoni. Le sobrie stanze in cui vive, il suo abbraccio (e cita Alda Merini) a coloro «i vecchi, i malati, il cui odore ci respingerebbe». Il doc si chiude con Zuppi che a Monte Sole, dove i nazisti sterminarono oltre 700 civili, legge i nomi dei bimbi palestinesi uccisi a Gaza. Per non dimenticare.

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