Minori esposti fin dai primi attimi di vita, l'aumento dei reati online e le sfide poste dall'intelligenza artificiale: come ripensare la presenza degli under 18 e perché vietare i social non è una soluzione
Minori esposti fin dai primi attimi di vita, l'aumento dei reati online e le sfide poste dall'intelligenza artificiale: come ripensare la presenza degli under 18 e perché vietare i social non è una soluzione
di Chiara Nardinocchi
Esibiti, esibirsi. Per sfamare l'algoritmo e raggiungere una platea più vasta possibile. Gli schermi come specchio, come campo di battaglia in cui l'infanzia diventa un'opportunità. Genitori manager, bambini sempre più adulti che promuovono prodotti fino a diventarlo. E poi immagini e dati sensibili dati in pasto all’algoritmo senza il consenso di chi, una volta adulto, dovrà farci i conti.
Partendo dal fenomeno dei baby influencer, abbiamo provato a capire quali sono le conseguenze psicologiche e sociali per i minori sovraesposti, i motivi dietro lo sharenting e le sfide future in vista di una legge che tarda ad arrivare e dell'Ai che si sta imponendo nella realtà onlife dei giovanissimi.
Non esistono dati che definiscono con esattezza quando, in media, i bambini italiani inizino ad avere una vita anche sui social. Sebbene la legge vieti la creazione di account prima dei 14 anni, secondo un report di Save the children il 32,6% dei minori tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni. Un dato in aumento (nel 2018 erano il 18,4%) che nel sud e nelle isole tocca picchi del 44,4%, circa 20 punti in più rispetto alle regioni del nord. Prima di approfondirne le motivazioni, è necessario focalizzarsi sulle conseguenze che l’uso così precoce dei social può comportare sui più piccoli.
È una sovraesposizione a stimoli che riguardano tutti gli aspetti sensoriali e naturalmente questo si ripercuote sulla costruzione della personalità del bambino. Questo bambino va incontro ad una serie di disregolazioni emotive perché in realtà è necessario consentire al bambino di crescere avendo come dei filtri protettivi.
L’essere esposti, recitare copioni, l'abitudine ad essere guardati e quindi giudicati ha delle forti ripercussioni anche sulla percezione che questi bambini o ragazzi hanno del loro corpo. “È uno dei terreni più fragili e meno controllabili per bambini e adolescenti – afferma Serena Mazzini, tra le prime in Italia ad occuparsi del fenomeno dei baby influencer e autrice de
"Il lato oscuro dei social network.
Come la rete ci controlla e ci manipola" - Le piattaforme social, attraverso filtri, algoritmi e modelli estetici ripetuti, alimentano una rappresentazione distorta del corpo, in particolare di quello femminile, che viene spesso sessualizzato, anche quando appartiene a soggetti minorenni [...] L’algoritmo apprende dai contenuti più cliccati e tende a riproporre immagini simili, generando un ciclo di rinforzo che trasforma l’esposizione in norma estetica”.
Una delle principali questioni dibattute riguarda le conseguenze che questa sovraesposizione ha sullo sviluppo psicofisico dei minori. La costante performance richiesta, la popolarità come appagamento, il continuo confronto con l’estetica della “perfezione”. Diversi studi hanno associato la sovraesposizione sui social a disturbi di ansia, depressione e di patologie del comportamento alimentare.
Mi sembra che creiamo delle situazioni che determinano una distorsione della costruzione della personalità. Questo vuol dire che poi quando arrivano in adolescenza in età adulta pagheranno tutto questo con dei disturbi di personalità, stati di ansia, oscillazioni dell'umore, disregolazione emotiva.
Negli ultimi anni fenomeni come i “Sephora kids”, ossia baby influencer ingaggiati dai grandi marchi per promuovere prodotti legati alla skin care e alla cosmesi, hanno messo in luce la tendenza all’adultizzazione dei minori che davanti allo schermo assumo non solo le movenze, ma anche il tono di voce e le locuzioni dei “colleghi” maggiorenni.
“Bambine e adolescenti – dice Mazzini - replicano modelli estetici e linguaggi propri dell’età adulta, spesso ispirandosi a influencer più grandi. Quello che un tempo era gioco imitativo diventa una performance pubblica, misurata in like e visualizzazioni. Il problema è anche delle talent house. In Italia esistono decine di account di minori, spesso gestiti o seguiti da talent agency e manager, che costruiscono attorno a ragazzine e ragazzini di 13 o 14 anni veri e propri business digitali".
Oltre alle ripercussioni psicofisiche, tra i pericoli principali dell’esposizione dei minori ci sono i reati legati alla pedopornografia che, grazie alla diffusione massiccia di materiali online, cresce di anno in anno. Ma questo è solo una, sebbene la più allarmante, delle conseguenze che la diffusione di materiale visivo e di dati sensibili possono avere nella vita di quei bambini sovraesposti.
0%
pornografia minorile
0%
detenzione di materiale pedopornografico
Anche nei reati ascrivibili al digitale è netta la prevalenza di vittime femminili
0%
detenzione di materiale pedopornografico
0%
detenzione di materiale nella pornografica minorile
“Condividere immagini, video o qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonista un bambino significa, di fatto, costruire un “dossier digitale” senza il suo consenso - continua Mazzini - Questo dossier può renderlo vulnerabile a fenomeni come il child grooming, una forma di adescamento che si sviluppa proprio a partire dalle informazioni personali pubblicate online, spesso dagli stessi genitori. Un altro rischio è il divario tra l’identità che il minore costruisce nel tempo e quella proiettata online dai genitori, spesso senza il suo consenso”.
Da alcuni anni a questa parte si è iniziato a parlare di Sharenting, termine per definire il fenomeno di condivisione da parte dei genitori di contenuti riguardanti i propri figli sulle piattaforme digitali. Secondo i dati di uno studio europeo richiamato nella proposta di legge al vaglio in questi giorni in Senato, ogni anno i genitori condividono online all’incirca 300 tra foto e informazioni sensibili dei loro figli. Un’enorme mole di dati che costituisce un archivio digitale del bambino del tutto fuori controllo.
L'esposizione, quindi, inizia fin dalle prime immagini del bambino che dovrà fare, una volta cresciuto, i conti con una “profilazione affettiva – sottolinea Mazzini - che inizia prima ancora che il minore sia in grado di parlare. Questo significa che, anche quando è priva di intenzioni dannose o di mercificazione dell’infanzia tramite contenuti sponsorizzati, questa pratica in costante crescita può esporre i minori a pericoli”.
Noi diciamo di proteggere le nuove generazioni, ma è una sorta di lava coscienza perché di fatto proponiamo parallelamente un modello di successo e popolarità di questo tipo. Si chiama pornografizzazione delle emozioni cioè crei una dimensione in cui quello che conta non è una relazione diretta ma conta essere visibile attraverso i social. Le nuove generazioni quando qualcuno non avrà successo a scuola o in altri campi anzi lei cercherà all'interno della società che abbiamo creato.
Dal punto di vista di Matteo Lancini, psicoterapeuta presidente della Fondazione “Minotauro” e autore di diversi libri sull'adolescenza di cui l'ultimo "Chiamami adulto", puntare il dito contro i social in realtà non risolve il problema e al contrario allontana la soluzione.
“Il più grande spacciatore di smartphone, videogiochi, social è il genitore”, afferma sottolineando la responsabilità di genitori e società nell’abituare i più piccoli all’individualismo e a un uso dei social malato che il minore poi è portato a replicare. Una scuola incentrata sulla competizione, così come lo sgretolamento della comunità accudente e un’esasperazione della pericolosità del mondo esterno impattano sulla costruzione di sé e della propria identità. In questo quadro, incolpare i social dei problemi dei minori è secondo Lancini un modo per alleggerire la coscienza e non mettere in discussione invece, la società che porta quei minori in rete.
“Il malessere delle nuove generazioni - conferma Lancini - dipende dal fatto che gli adulti si fanno troppo i fatti propri e stanno sempre più in rete, per poi incolpare i minori di seguire il loro esempio. In internet i ragazzi vanno a ridurre la solitudine che sperimentano ogni giorno in famiglia e a scuola".
Secondo Massimo Ammaniti che da anni analizza il rapporto tra adolescenti e società, molti genitori “sono malati di esibizionismo e lo trasmettono ai loro figli. Invece di aiutarli a definire la loro identità, li abituano precocemente ad alienarsi. In questo modo il bambino non ha più un'immagine di sé, non è in contatto con i propri stati d'animo e con le proprie emozioni”.
Aver costruito un sistema appunto di interazione tra vita reale e vita virtuale ha reso i videogiochi e i social network gli ambiti di espressione e di sperimentazione della crescita delle nuove generazioni che una volta erano i cortili e i giardini.La frase vietato il gioco del pallone, la chiusura dei cortili, il fatto che i bambini non potessero più tornare da scuola è iniziata molto prima dell'avvento dello smartphone, non solo dei social che sono ancora più tardivi. Cioè è iniziata nel momento in cui noi abbiamo deciso che i bambini erano liberi di fare ma non di essere e quindi oggi un bambino fa tantissime attività ma non può socializzare.
La generazione Alpha, nata dopo il 2012, è la prima a sperimentare la crescita in rete. E sarà la prima a dover fare i conti con le ripercussioni e con alcune delle sfide che si presentano. La viralità dei contenuti che ontologicamente preclude la capacità di mappare la diffusione di un video o di un’immagine renderà difficile, se non impossibile, esercitare il diritto all’oblio su materiali di fatto diffusi senza il consenso del minore. Guardando al breve futuro invece, l’intelligenza artificiale pone molti interrogativi. Il primo riguarda la costruzione del sé. "Come sarà la generazione che dopo esser stata fotografata dalla mamma sin dal giorno della morfologica, creerà una immagine di sé con l’intelligenza artificiale? - si domanda Lancini - La ricaduta della cultura individualista ha comportato il passaggio dal corpo sessuale che oggi non è più il problema (tanto che i dati parlano di ragazzi che fanno sempre meno sesso) al corpo estetico, un corpo esibito”.
Un altro problema invece è sulle possibilità che l’Ai pone da un punto di vista di elaborazioni delle immagini che può esasperare fenomeni come il Cyberbullismo o reati come revenge porn. Nel mondo, infatti, si sono già registrati casi di suicidio di adolescenti per diffusione di materiale modificato o in seguito a interazioni costanti con i chatbot. “L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il modo in cui i minori vengono esposti al rischio online – sottolinea Mazzini - Oggi è possibile generare immagini e video di abuso sessuale sintetici (AI-CSAM), indistinguibili dal reale: un fenomeno che secondo l’Internet Watch Foundation e il National Center for Missing & Exploited Children è in forte crescita, con migliaia di segnalazioni solo nell’ultimo anno. Parallelamente, l’AI viene usata per adescamento e ricatto: chatbot e generatori di immagini permettono di creare deepfake pornografici per estorcere denaro o materiale alle vittime. L’allarme, infatti, riguarda anche i rischi di sextortion, con un esponenziale aumento dei casi”.
Revenge porn
0%
*Dati indifesaAlienazione della vita reale
0%
Molestie
0%
Cyberbullismo
0%
Il ddl in discussione al Senato vuole alzare a 15 anni l’età per poter aprire profili online, vincola la diffusione delle immagini da parte dei genitori e irreggimenta gli introiti derivanti dalle sponsorizzate sui social.
Limitare l’accesso dei più piccoli ai social può quindi essere considerato solo una piccola parte di un processo che dovrebbe riscrivere molti dei comportamenti degli adulti, ma anche delle piattaforme che ad oggi incoraggiano ed alimentano la produzione di prodotti con al centro minori. Il problema, infatti non sarebbe solo sociale ma anche tecnologico. “Da un lato si condanna l’eccesso - spiega Mazzini - dall’altro si premiano i contenuti familiari, con visualizzazioni e interazioni spesso fino a tre volte maggiori rispetto ai contenuti con solo i genitori. Il paradosso è che l’infanzia continua a generare attenzione, engagement e valore economico, quindi il problema è, soprattutto, delle piattaforme e della gestione degli algoritmi: semplicemente, hanno capito che grazie alla visibilità dei bambini potevano creare un nuovo mercato, rendendoli influencer dei loro coetanei. In questo contesto, una legge che regolamenti in modo esplicito la rappresentazione dei minori, soprattutto a fini commerciali, potrebbe rappresentare un punto di svolta”.
Continuamente
0%
Più volte al giorno
0%
Ogni giorno (o quasi ogni giorno)
0%
Qualche volta a settimana
0%
Meno spesso
0%
Mai
0%
Oltre all’aspetto “punitivo e irrealistico”, vista la diffusione e la capacità di aggiramento delle norme, che potrebbe avere il divieto di accedere ai social entro una fascia d’età, c’è anche un importante nodo legato alla privacy. Vincolare l’accesso alle piattaforme a dati biometrici e documenti d’identità, potrebbe infatti tradursi nel dare in pasto alle corporate che li gestiscono una mole enorme di dati sensibili.
“Dietro la retorica della tutela, spesso, si nasconde una normalizzazione del controllo. Pensiamo al caso di Chat Control. In definitiva –conclude Mazzini - una soluzione più efficace potrebbe consistere nell’educare i giovani a un uso consapevole dei social media e nel potenziare i controlli delle piattaforme per ridurre i rischi, piuttosto che cercare di escluderli completamente”.