La domanda delle donne che ricorrono all’ovodonazione: “Perché il mio bambino mi somiglia?”
di Giulia D'Aleo“Dopo il parto quasi tutte le pazienti tornano qui a chiedermi: dottore, perché il mio bambino mi somiglia?”. La domanda potrebbe sembrare insolita, non fosse che a porla sono madri che, per problemi di fertilità, hanno fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita (Pma) con ovociti donati da altre donne. Il loro Dna e quello del nascituro non hanno nulla in comune, eppure recenti studi confermano le impressioni delle neomamme. “C’entra l’epigenetica”, spiega Mario Mignini Renzini, professore di ginecologia e ostetricia all’Università Milano-Bicocca.
Come la spiegherebbe?
“Diversi fattori - come la dieta, lo stile di vita e le esposizioni ambientali - possono modificare l'espressione dei geni senza che venga alterata la sequenza del Dna. E i primi mille giorni sono determinanti”.
In che modo?
“Fin dal concepimento e per i due anni successivi, ogni stimolo ha un impatto. Non solo sull’aspetto del futuro neonato, ma anche sullo sviluppo neurocognitivo o sul rischio di malattie …
“Dopo il parto quasi tutte le pazienti tornano qui a chiedermi: dottore, perché il mio bambino mi somiglia?”. La domanda potrebbe sembrare insolita, non fosse che a porla sono madri che, per problemi di fertilità, hanno fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita (Pma) con ovociti donati da altre donne. Il loro Dna e quello del nascituro non hanno nulla in comune, eppure recenti studi confermano le impressioni delle neomamme. “C’entra l’epigenetica”, spiega Mario Mignini Renzini, professore di ginecologia e ostetricia all’Università Milano-Bicocca.
Come la spiegherebbe?
“Diversi fattori - come la dieta, lo stile di vita e le esposizioni ambientali - possono modificare l'espressione dei geni senza che venga alterata la sequenza del Dna. E i primi mille giorni sono determinanti”.
In che modo?
“Fin dal concepimento e per i due anni successivi, ogni stimolo ha un impatto. Non solo sull’aspetto del futuro neonato, ma anche sullo sviluppo neurocognitivo o sul rischio di malattie croniche. È chiaro che la genetica gioca un ruolo cruciale, ma il contesto uterino in cui cresce lascia un’impronta”.
Cioè, cosa accade?
“L'ovocita della donatrice fecondato viene impiantato nell'utero e inizia una complessa interazione con l’organismo della madre: attraverso il sangue, i nutrienti, il sistema immunitario. Persino lo stress. E così si trasmettono informazioni in grado di riflettersi in atteggiamenti, espressioni e persino tratti fisici simili a quelli materni. Non si esclude che gli embrioni possano ricevere stimoli sensoriali ancor prima dell’impianto: un noto centro di riproduzione assistita in Giappone diffondeva musica classica all’interno degli incubatori, nella convinzione che influenzasse positivamente lo sviluppo embrionale”.
Suggestione o realtà?
“Probabilmente non riusciremo mai a dimostrarlo con certezza scientifica, non si tratta di effetti misurabili con un prelievo del sangue. Però oggi sappiamo che l'alimentazione influisce sul successo della Pma e alcuni studi sostengono che tecniche di medicina alternativa, come l'agopuntura, possono favorire il prelievo degli ovuli e l'attecchimento degli embrioni. Gli effetti sono positivi, che siano reali o psicologici”.
In che senso?
“Purtroppo la fecondazione assistita è una procedura a bassa resa, perché anche nelle migliori condizioni – scegliendo i gameti più idonei e facendo diagnosi pre-impianto – la percentuale di successo non supera il 50 per cento. Ecco perché queste pratiche, che definirei ‘euristiche’, sono sempre più richieste dalle pazienti”.
E la somiglianza interessa poi così tanto?
“La prima domanda che i futuri genitori mi fanno è se i donatori di gameti sono sani, la seconda è se somigliano a loro”.
Per legge non possono sapere che aspetto abbiano.
“Devono rimanere anonimi per la coppia, così stabilisce la legge italiana. Ma non lo sono per il centro, che ha l'obbligo di conservarne dati per 30 anni. E in certi casi, purtroppo, si registrano delle derive commerciali”.
Di che tipo?
“Alcuni centri di Pma offrono servizi che sono puro marketing, come la misurazione del viso dei neogenitori. La promessa è di trovare donatori con caratteristiche simili: stessa distanza degli occhi, naso di pari grandezza e così via. Sulle coppie fa colpo, perché pensano di essere accoppiate a persone identiche a loro, quasi fossero dei cloni”.
Crede sia sbagliato?
“Ricevere un gamete non è diverso, biologicamente e come principio, dal ricevere un organo. Se avessi bisogno di un rene, sarei felice di riceverlo e mai mi verrebbe in mente di chiedermi che lavoro faceva il donatore, se era biondo o intelligente. La donazione è un gesto altruistico, che in Italia non viene neanche rimborsato. Esistono comunque dei criteri da rispettare”.
Ad esempio?
“Generalmente viene fatto un matching fenotipico, selezionando donatori con caratteristiche compatibili con quelle del ricevente: colore degli occhi, capelli, corporatura. E si escludono, ovviamente, persone con malattie genetiche. Poi la legge italiana prevede che ci sia una compatibilità di etnia e di gruppo sanguigno e vieta la donazione fra consanguinei”.
Quanti ricorrono all’eterologa?
“Sempre più coppie. Per questo bisogna diffondere un messaggio: la fertilità non è una risorsa infinita. Il social freezing, cioè il congelamento degli ovuli, andrebbe incentivato come scelta consapevole per chi vuole posticipare il proprio desiderio di genitorialità. Purtroppo i costi, nella maggior parte delle Regioni, non sono ancora coperti dal servizio sanitario nazionale, così rimangono un diritto di poche”.