Il volto moderno delle forze armate italiane gli deve molto. Il generale Franco Angioni si è spento ieri a 92 anni: il parà dai modi concreti e poco marziali che ha guidato la prima missione di pace, rimasta forse la più rischiosa. Restano storiche le immagini del comandante della Folgore accanto al presidente partigiano nelle strade di Beirut dilaniate dalla guerra civile.
La spedizione in Libano
La sua carriera è stata segnata proprio dalla spedizione in Libano, svolta in due fasi nel 1982. La prima per garantire la partenza dei miliziani dell’Olp di Yasser Arafat, assediati nella capitale dall’esercito israeliano che aveva invaso il Paese confinante. La seconda, più drammatica e difficile, per garantire la sicurezza dopo i massacri di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila: un orrore di cui sono stati responsabili i guerriglieri cristiano-falangisti alleati degli israeliani.
Lo stile italiano
È stata la prima spedizione all’estero, con tante difficoltà e carenze d…
Il volto moderno delle forze armate italiane gli deve molto. Il generale Franco Angioni si è spento ieri a 92 anni: il parà dai modi concreti e poco marziali che ha guidato la prima missione di pace, rimasta forse la più rischiosa. Restano storiche le immagini del comandante della Folgore accanto al presidente partigiano nelle strade di Beirut dilaniate dalla guerra civile.
La spedizione in Libano
La sua carriera è stata segnata proprio dalla spedizione in Libano, svolta in due fasi nel 1982. La prima per garantire la partenza dei miliziani dell’Olp di Yasser Arafat, assediati nella capitale dall’esercito israeliano che aveva invaso il Paese confinante. La seconda, più drammatica e difficile, per garantire la sicurezza dopo i massacri di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila: un orrore di cui sono stati responsabili i guerriglieri cristiano-falangisti alleati degli israeliani.
Lo stile italiano
È stata la prima spedizione all’estero, con tante difficoltà e carenze di equipaggiamento ma con una dimostrazione di efficienza che ha impressionato gli alleati. Il nucleo del contingente era formato dalla Folgore, affiancata da reparti di bersaglieri, fanti di marina del San Marco, incursori e carabinieri: oltre duemila ragazzi di leva, giovanissimi. Gli scontri a fuoco non sono mancati: ci fu un unico caduto, il marò Filippo Montesi, e 76 feriti. Angioni ha avuto il compito di inventare uno stile italiano in queste attività, in cui alla determinazione nelle operazioni militari si è aggiunta la mobilitazione per dare sollievo alla popolazione. Fondamentale è stata l’assistenza medica, con ambulatori per i libanesi che hanno cementato un legame con tutte le comunità: un modello che venne studiato nel mondo e copiato persino dall’Armata Rossa sovietica in Afghanistan.
Un ricordo positivo
Statunitensi e francesi, che formavano la parte più numerosa della coalizione internazionale, invece hanno avuto rapporti sempre più tesi con le comunità musulmane. Sono stati colpiti da due attentati terribili, che hanno segnato la nascita del terrorismo sciita sponsorizzato dall’Iran: nell’ottobre 1983 autobombe hanno distrutto la caserma dei marines e quella dei legionari, causando 307 morti. La flotta statunitense per ritorsione ha sparato con i grossi calibri di una corazzata contro le presunte basi degli attentatori. Poi entrambi si sono ritirati. Gli italiani sono stati gli ultimi a partire nel marzo 1984, mantenendo un presidio a protezione dei civili palestinesi: l’unica popolazione che – dopo l’esilio dei miliziani a Tunisi – non aveva forze di protezione. Ma tutta Beirut ha mantenuto un ricordo positivo del nostro intervento. “Abbiamo un rapporto ottimo con i libanesi – disse Angioni rispondendo alle domande di Enzo Biagi - e con i palestinesi con i quali non è possibile non entrare in confidenza, passiamo nei vicoli dei loro campi e siamo a stretto contatto. Siamo l’unico contingente qui a dovere gestire 24 mila profughi palestinesi e lo abbiamo fatto con delicatezza”.
Pertini
Il presidente Sandro Pertini non ha perso occasione per testimoniare i meriti di Angioni: “I nostri militari – ha dichiarato accogliendo a Livorno le truppe che tornavano in patria - hanno saputo compiere il loro dovere e lo hanno fatto con umanità. E’ questo che gli italiani non comprendono: bisognava vedere come erano amati dalla popolazione palestinese. Gli altri contingenti si chiudevano in se stessi. Loro no: andavano incontro alla popolazione, l’hanno aiutata. Vi ringrazio: avete reso onore alla bandiera italiana. Si può essere fieri soldati e allo stesso tempo uomini generosi”.
Il Libano è stato un punto di svolta nella storia militare italiana. “Cosa abbiamo dimostrato a Beirut? – rispose Angioni a Biagi - Il personale motivato e ben organizzato è in grado di fare le stesse cose degli altri eserciti che hanno molta più fiducia nelle loro capacità. Questa missione ci ha insegnato a credere in noi stessi, alla pari con gli altri”.
Il politico
Dopo avere lasciato la divisa, Angioni nel 1997 è stato nominato commissario di governo per le iniziative di supporto all’Albania, precipitata nel caos dopo il crollo delle società-truffa piramidali. Un incarico civile che affiancava l’operazione militare per riportare l’ordine nel Paese, arrivato a un passo dalla guerra civile. Nel 2001 ha compiuto un passo in apparenza sorprendente per un parà: si è candidato come indipendente nelle liste dei Democratici di Sinistra, eredi anche della tradizione del Pci. Valdo Spini fu lo sponsor di quella scelta e ieri è stato il primo a dare la notizia della morte: “Da militare e da politico, ha saputo gettare un ponte tra forze armate e istituzioni molto importante per la reciproca conoscenza di due mondi spesso separati”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha ricordato come “figura carismatica e militare dallo stile di comando inconfondibile. Angioni lascia un esempio che continuerà a ispirare le generazioni future distinguendosi per la capacità di unire rigore operativo e sensibilità umana”.