La presidente di D.i.Re.: “È stata lasciata sola così la donna abusata finisce in una spirale”
di Viola GiannoliUn’altra, ancora un’altra. Sono 25 anni che mi occupo di violenza di genere, tutti questi femminicidi oggi sono sconcertanti». Lo dice con rabbia, dolore e determinazione Cristina Carelli, presidente di D.i.Re, associazione di donne in rete contro la violenza: 88 organizzazioni che gestiscono 118 centri antiviolenza e più di 60 case rifugio. «Tutta l’attenzione», spiega, «si concentra sui comportamenti delle donne: se denunciano, se ci ripensano, se si salvano. E certo è interessante per dare loro aiuto e supporto. Ma ora soprattutto di due cose dovremmo occuparci: di uomini lesi nella loro identità di maschi che non si fermano davanti a nulla e delle carenze di un sistema che esiste solo sulla carta e non funziona».
Partiamo da qui. A Castelnuovo del Garda per fermare Reis Pedroso Douglas non sono bastate le chiamate ai carabinieri, le denunce seppur ritirate, il braccialetto elettronico, l’allontanamento dei figli, l’intervento della procura per violenza sessuale sulla sorella di Je…
Un’altra, ancora un’altra. Sono 25 anni che mi occupo di violenza di genere, tutti questi femminicidi oggi sono sconcertanti». Lo dice con rabbia, dolore e determinazione Cristina Carelli, presidente di D.i.Re, associazione di donne in rete contro la violenza: 88 organizzazioni che gestiscono 118 centri antiviolenza e più di 60 case rifugio. «Tutta l’attenzione», spiega, «si concentra sui comportamenti delle donne: se denunciano, se ci ripensano, se si salvano. E certo è interessante per dare loro aiuto e supporto. Ma ora soprattutto di due cose dovremmo occuparci: di uomini lesi nella loro identità di maschi che non si fermano davanti a nulla e delle carenze di un sistema che esiste solo sulla carta e non funziona».
Partiamo da qui. A Castelnuovo del Garda per fermare Reis Pedroso Douglas non sono bastate le chiamate ai carabinieri, le denunce seppur ritirate, il braccialetto elettronico, l’allontanamento dei figli, l’intervento della procura per violenza sessuale sulla sorella di Jessica Stapazzolo, le botte in strada. Cos’è che non funziona?
«Non sono giustizialista ma mi chiedo come sia potuta mancare in questo caso, dopo una tale scia di violenze, una custodia cautelare. Sono arrivate solo ammonizioni, un braccialetto che non funziona, divieti d’avvicinamento: misure inadeguate».
Perché accade?
«Troppo spesso si sottovalutano i rischi, non si riconoscono le forme della violenza che una donna racconta in caserma, manca la formazione costante e obbligatoria per tutti gli operatori che hanno a che fare con gli abusi sulle donne, non c’è educazione sentimentale, si usano strumenti acclaratamente malfunzionanti come i braccialetti elettronici, ci sono scelte giudiziarie davanti a episodi così gravi che lasciano un punto di domanda, le violenze non vengono lette assieme ma come episodi singoli, slegati tra loro. È un problema serio in Italia».
L’ex sindaco di Castelnuovo ha raccontato anche che lo sportello antiviolenza era stato chiuso.
«È gravissimo che non ci fosse un presidio fisico, la rete dei centri antiviolenza va potenziata non indebolita. Ma noi facciamo anche accoglienza, consulenza legale e psicologica online e al telefono e su questo non si fa informazione».
La presidente di D.i.Re. Cristina Carelli
Perché è fondamentale lo sguardo di un centro antiviolenza?
«Perché aiuta la donna a valutare il rischio, la aiuta a mettere in campo tutte le azioni per tutelarsi. E al contrario di quel che si pensa colpevolizzando le donne, non per forza la denuncia arriva subito».
Ci spiega perché?
«Spesso mancano gli strumenti di protezione. C’è un rischio connesso anche alla scelta di denunciare: le donne devono esserne consapevoli, è un percorso in cui vanno accompagnate e invece si ritrovano sole. Chi denuncia e poi ritratta, perché terrorizzata o manipolata, non viene più ritenuta credibile, si innesca il sospetto che abbia inventato tutto. E invece accade perché non ha ancora fatto l’intero cammino per uscire serenamente dalla spirale di violenza. Quando vivi con un maltrattante perdi tutta una serie di autonomie e riconquistarle non è una passeggiata. Trovare una via di uscita, che significa l’interruzione protetta del rapporto, una nuova casa, un’indipendenza economica, una nuova rete sociale, un aiuto legale, un supporto psicologico, non è semplice. Ancor di più se non si viene accompagnati».
Per questo è così difficile spezzare una relazione tossica anche quando diventa violenta?
«Ci sono situazioni, dinamiche che ci sembrano incomprensibili ma fanno parte sia della complessità delle relazioni, sia del contesto culturale partiarcale che non aiuta e sottovaluta ancora la violenza maschile. Le donne, come Jessica Stapazzolo, con questi uomini violenti sono state in una relazione affettiva, hanno portato avanti progetti di vita, nella loro quotidianità hanno normalizzato atteggiamenti violenti ricorrenti. Ed è difficile allontanarsi, elaborare il proprio vissuto e quel che hanno sperimentato, comprendere fino in fondo il livello di rischio all’interno della propria relazione anche quando si è maturata una distanza, anche quando non si ama più. I tempi possono essere estremamente lunghi».
Intanto questi uomini violenti non si fermano.
«Il loro obiettivo è eliminare la donna, punirla quando vengono colpiti nella loro identità. Esistono come maschi solo se dominano, se possiedono. Hanno riempito la loro esistenza di controllo e quando se lo vedono sottratto, picchiano, uccidono, e no, non si fermano».