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Ancora morti a Lampedusa. Mediterranea torna in mare per una nuova missione

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Quando Finanza e Guardia costiera sono arrivate, per quattro ragazzi era già troppo tardi. In meno di una settimana, due naufragi costano la vita a più di 60 fra morti e dispersi. Marmorale: “I migranti non sono spazzatura, lo ha detto anche papa Leone”
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Mentre da Lampedusa arriva l’eco di nuovi lutti, con quattro ragazzi morti intossicati dalle esalazioni su una barca a doppio ponte raggiunta troppo tardi per loro da Finanza e Guardia costiera, torna in mare Mediterranea, la nuova nave dell’omonima ong. Liberata per ordine del giudice di Trapani dall’ormeggio obbligatorio imposto dal fermo di due mesi ordinato dal Viminale dopo la prima missione, la nave è salpata oggi da Trapani e domani sera potrebbe già essere in zona operativa.

“Come ci ha detto giovedì scorso papa Leone – spiega la presidente Laura Marmorale - non possiamo accettare che le persone migranti siano trattate come ‘spazzatura’. Non possiamo accettare che il nostro mare Mediterraneo sia trasformato in una zona di guerra contro l’umanità. Per questo torniamo a soccorrere e torneremo a intervenire là finché le cose non cambieranno”. Un riferimento diretto al discorso del Pontefice che durante il giubileo dei movimenti popolari sulle politiche di frontiera è stato netto:…

Mentre da Lampedusa arriva l’eco di nuovi lutti, con quattro ragazzi morti intossicati dalle esalazioni su una barca a doppio ponte raggiunta troppo tardi per loro da Finanza e Guardia costiera, torna in mare Mediterranea, la nuova nave dell’omonima ong. Liberata per ordine del giudice di Trapani dall’ormeggio obbligatorio imposto dal fermo di due mesi ordinato dal Viminale dopo la prima missione, la nave è salpata oggi da Trapani e domani sera potrebbe già essere in zona operativa.

“Come ci ha detto giovedì scorso papa Leone – spiega la presidente Laura Marmorale - non possiamo accettare che le persone migranti siano trattate come ‘spazzatura’. Non possiamo accettare che il nostro mare Mediterraneo sia trasformato in una zona di guerra contro l’umanità. Per questo torniamo a soccorrere e torneremo a intervenire là finché le cose non cambieranno”. Un riferimento diretto al discorso del Pontefice che durante il giubileo dei movimenti popolari sulle politiche di frontiera è stato netto: “Gli Stati hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio”, ha detto per poi specificare “con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato”. Soccorrere i naufraghi, ha sottolineato, è Vangelo.

Ma oggi spiegano da Mediterranea, che vede i suoi cofondatori e parte dell’equipaggio di Mare Jonio in missione nel settembre 2020 a processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è considerata attività eversiva. Una minaccia che di certo non basta a fermare le missioni di monitoraggio in mare. “La situazione nel Mediterraneo centrale è drammatica. Solo nelle ultime due settimane si è avuta notizia di quattro naufragi con conseguenze tragiche”, dice la capomissione Sheila Melosu.

In meno di una settimana, 40 persone hanno perso la vita al largo della Tunisia, almeno 18 ieri al largo della Libia, mentre continuano – e sono sempre più violente - le intercettazioni di Guardia costiera tunisina e libica, come delle milizie che meno di un mese fa hanno sparato su un gruppo di naufraghi. “Da inizio anno – sottolinea Melosu – secondo le Nazioni Unite oltre 1.400 vittime hanno perso la vita nel Mediterraneo”.

Per tutti, la traversata non è una scelta, ma un obbligo. In assenza di canali legali, sicuri e rapidi il mare è l’unica via di fuga dall’infernale industria della detenzione libica – con i suoi gironi di carcerazioni arbitrarie, torture e stupri in videocall per obbligare i parenti a pagare riscatti impossibili, mercato di esseri umani – o dalla sempre più forte stretta repressiva in Tunisia, dove rastrellamenti e deportazioni nel deserto spesso si concludono con la vendita dei migranti subsahariani alle milizie libiche. “È una situazione inaccettabile – tuona Marmorale - donne, uomini e bambini in fuga da Libia e Tunisia dovrebbero poter arrivare in Europa attraverso corridoi umanitari, canali sicuri e legali di accesso. Invece i nostri governi, quello italiano e le istituzioni europee, rafforzano la collaborazione con milizie e regimi criminali, responsabili di ogni genere di inaudite violenze”.

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