Entro il 9 novembre Medici Senza Frontiere (MSF) dovrà lasciare la Libia. L’ordine è arrivato con una comunicazione ufficiale del ministero degli Esteri del governo Dbeibeh, con cui l’Italia si appresta a rinnovare il Memorandum di collaborazione, che bolla l’organizzazione umanitaria come “soggetto non grato”. È l’esito ultimo di una stretta sulle organizzazioni umanitarie avviata nel marzo scorso, quando Msf e altre nove fra associazioni, ong e agenzie Onu come Unhcr sono state individuate come “attori ostili”, al centro di attività mirate a favorire l’ingresso e il radicamento dei migranti africani in Libia, all’origine – sostenevano all’epoca le autorità - “dell’instabilità politica ed economica del Paese”.
Una valutazione che non sembra essere c…
Entro il 9 novembre Medici Senza Frontiere (MSF) dovrà lasciare la Libia. L’ordine è arrivato con una comunicazione ufficiale del ministero degli Esteri del governo Dbeibeh, con cui l’Italia si appresta a rinnovare il Memorandum di collaborazione, che bolla l’organizzazione umanitaria come “soggetto non grato”. È l’esito ultimo di una stretta sulle organizzazioni umanitarie avviata nel marzo scorso, quando Msf e altre nove fra associazioni, ong e agenzie Onu come Unhcr sono state individuate come “attori ostili”, al centro di attività mirate a favorire l’ingresso e il radicamento dei migranti africani in Libia, all’origine – sostenevano all’epoca le autorità - “dell’instabilità politica ed economica del Paese”.
Una valutazione che non sembra essere cambiata, sebbene, spiega Steve Purbrick, responsabile dei programmi di Msf in Libia, non sia “stata fornita alcuna motivazione per giustificare la nostra espulsione e il processo rimane poco chiaro. La registrazione presso le autorità competenti in Libia è ancora valida, speriamo, quindi, ancora di poter trovare una soluzione positiva a questa situazione".
Sette mesi fa, nel provvedimento con cui ordinava a Medici senza frontiere e altre nove organizzazioni di fermare le attività a sostegno dei migranti, a partire dall’assistenza medica di base che in Libia non è né permessa, né garantita, il governo Dbeibeh le aveva accusate si partecipare a un unico “piano” mirato a cambiare “la composizione demografica del Paese”, con l’effetto di “creare una società frammentata, segnata da disomogeneità culturali e religiose, potenzialmente esplosive” e incoraggiare “valori contrari all’identità libica, come il cristianesimo, l’ateismo, la promozione dell’omosessualità e della decadenza morale”.
Da allora Medici senza Frontiere, Intersos, Acted, Terre des Hommes Italia, Cesvi, International Rescue Committee, il Consiglio norvegese per i rifugiati e il suo omologo danese, International Medical Corps, e CARE Germania-Lussemburgo sono state obbligate a sospendere le attività a sostegno dei migranti, limitandosi per lo più a quelle dirette ai libici.
Nel Paese, solo nel 2024, Msf ha effettuato oltre 15.000 visite mediche 3.000 sessioni di salute mentale individuali e 2.000 check per la tubercolosi. Settantasei pazienti critici sono stati evacuati e trattati in Italia e altri 63 avrebbero dovuto seguirli a breve.
"Siamo profondamente rammaricati per questa decisione e preoccupati per le conseguenze che avrà sulla salute delle persone che assistiamo – spiega Purbrick – Riteniamo di avere ancora un ruolo importante da svolgere in Libia, in particolare nella diagnosi e nel trattamento della tubercolosi, nel supporto al sistema sanitario libico, ma anche nel garantire l'accesso all'assistenza sanitaria ai rifugiati e alle persone migranti che sono escluse dalle cure e soggette a detenzioni arbitrarie e gravi violenze”.
Al momento, Unhcr sembra sia stata risparmiata dal ban e continua le proprie attività, sebbene in maniera limitata. Nulla al momento si sa invece delle altre organizzazioni che a marzo erano state già bollate come “presenza ostile” dal governo.