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Psicologi in presidio per l’ente di previdenza: “Non investa in banche che armano Israele”

Il consiglio nazionale degli psicologi all'ultima Marcia della Pace 

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In migliaia, con una petizione e una lettera formale inviata al Consiglio nazionale dell’Ordine, chiedono di “rivedere” la scelta della banca dove vengono versati contributi e quote di iscrizione. E provano a coinvolgere anche altri ordini professionali
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Appena venti giorni dalla firma sulla tregua più fragile, e in Italia il ritorno ai bombardamenti israeliani su Gaza riattiva la mobilitazione pacifista, nei settori più diversi. Tra le tante, a montare è la protesta inedita in corso tra gli iscritti all'Ordine degli psicologi e delle psicologhe, che in migliaia hanno già aderito alla richiesta ufficiale inviata al Consiglio nazionale e a tutti gli ordini regionali di «riconsiderare» e «fare chiarezza» – è l’appello – sui rapporti tra l’Enpap, l’ente previdenziale di categoria, e le banche di riferimento per la raccolta e l’investimento dei contributi e delle quote di iscrizione. Inserite, report di settore alla mano, nella lista degli istituti di credito che hanno investito in armamenti e nei cosiddetti "War Bond" emessi da Israele per finanziare gli ultimi due anni di guerra.

«Non vogliamo – è la presa di posizione della richiesta – che i nostri contributi previdenziali e le nostre quote associative vengano investiti nel commercio d…

Appena venti giorni dalla firma sulla tregua più fragile, e in Italia il ritorno ai bombardamenti israeliani su Gaza riattiva la mobilitazione pacifista, nei settori più diversi. Tra le tante, a montare è la protesta inedita in corso tra gli iscritti all'Ordine degli psicologi e delle psicologhe, che in migliaia hanno già aderito alla richiesta ufficiale inviata al Consiglio nazionale e a tutti gli ordini regionali di «riconsiderare» e «fare chiarezza» – è l’appello – sui rapporti tra l’Enpap, l’ente previdenziale di categoria, e le banche di riferimento per la raccolta e l’investimento dei contributi e delle quote di iscrizione. Inserite, report di settore alla mano, nella lista degli istituti di credito che hanno investito in armamenti e nei cosiddetti "War Bond" emessi da Israele per finanziare gli ultimi due anni di guerra.

«Non vogliamo – è la presa di posizione della richiesta – che i nostri contributi previdenziali e le nostre quote associative vengano investiti nel commercio di armi, né direttamente, né indirettamente». Ad allarmare e portare tanti professionisti ad attivarsi sul tema e in varie forme (le stesse richieste arrivano da una petizione promossa su change.org, come da lettere e comunicazioni ufficiali inviate ai vertici dell’Ordine) è stata «la mancanza di chiarezza da parte di Enpap – si spiega dal fronte degli psicologi – sull’attività delle banche a cui affidiamo ogni anno i soldi frutto del nostro lavoro».

In particolare la Banca Popolare di Sondrio, partner dell’ente previdenziale dell’Ordine tra il 2022 e il luglio del 2025 e già oggetto di più segnalazioni pubbliche in passato, che negli ultimi quattro anni avrebbe “più che raddoppiato le transazioni in armamenti, passando da 154 a 386 milioni di euro”. E Bper, che sei mesi fa ha acquisito l’80 per cento di Banca Popolare di Sondrio, e secondo i dati dell’organizzazione di ricerca internazionale indipendente Profundo per Altreconomia fino alla scorsa estate avrebbe avuto «in capo al gruppo titoli israeliani emessi dopo il 7 ottobre 2023 per ben 195,8 milioni di euro».

«Titoli di cui la banca si sarebbe liberata dietro a ripetuti solleciti di chiarimento solo negli ultimi mesi, senza fornire spiegazione alcuna», ricostruisce Diego Robaldo, psicologo attivo in Liguria, tra i portavoce dell’iniziativa e tra i primi firmatari della lettera inviata ai vertici dell’Ordine e rispettiva cassa. Dove si legge che il tutto «non fuga il sospetto di poter diventare nuovamente finanziatori inconsapevoli di una banca la cui attività possa promuovere, più o meno consapevolmente, una economia di guerra, diversamente da quanto auspicato da tutti noi, e dai criteri descritti nel regolamento di Enpap».

«Come professionisti siamo obbligati a versare contributi a un ente privato che sta in piedi perché ognuno di noi ogni anno decidere se versare dal 10 al 70 per cento del proprio fatturato: – aggiunge Benedetta Fani, fiorentina, promotrice della petizione su change che è arrivata a quasi 2mila firme – vorremmo avere la possibilità di sapere quale banca è etico finanziare, siamo chiamati a lavorare per il bene delle persone, portatori di pace, e non possiamo permettere che i nostri soldi siano utilizzati per finanziare azioni che consideriamo ingiuste, per questo chiediamo di trasferire il nostro conto corrente su un altro gruppo bancario».

Ma se l’insofferenza cresce più che altro all’interno della categoria, in realtà, la presa di posizione parrebbe voler o poter diventare ancora più politica del previsto. «Speriamo di aver lanciato un sassolino», è la sintesi. «Noi chiediamo una scelta di discontinuità, – sottolinea Robaldo – e invitiamo tutti i liberi professionisti di ogni ordine e grado a promuovere la stessa azione a sostegno dei loro Ordini e delle loro Casse di Previdenza, affinché riconsiderino gli istituti finanziari di riferimento scelti in passato come riferimento».

«Il rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, è molto chiaro: siamo tutti in qualche modo coinvolti, volenti o nolenti. Ma se siamo tutti coinvolti, abbiamo tutti un potere, piccolo o grande che sia. Abbiamo deciso di iniziare ad usarlo proponendo alle banche un messaggio preciso: o i nostri contributi e i criteri di eticità che li accompagnano, o le armi e l’economia di guerra».

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