La prima l’ha trovata lunedì una studentessa del Polo universitario scientifico pulendo lo specchio del bagno. Un’improvviso scintillio da uno strano buchetto nel vetro. In quell’appartamentino viveva da anni ma non se ne era mai accorta. La mini webcam l’ha tirata fuori il suo ragazzo. Un piccolo occhio collegato a un trasmettitore. Impauriti, l’hanno portata in questura. «Abbiamo trovato questa in bagno, qualcuno ci spia, abbiamo paura che nostre immagini intime siano finite chissà dove».
Lo scandalo che scuote la città
È partito così lo scandalo che da tre giorni tiene banco a l’Aquila, con un’intera palazzina abitata da quindici tra studentesse, studenti e giovani lavoratori spiati in casa, la loro privacy violata, le immagini trasmesse in diretta e gestite da una app sul telefonino, l’angosciante sospetto che possano essere state scambiate o vendute sulle piattaforme online. E l’ipotesi che gli spiati possano essere assai di più, visto che chi ha piazzato le telecamere, subito …
La prima l’ha trovata lunedì una studentessa del Polo universitario scientifico pulendo lo specchio del bagno. Un’improvviso scintillio da uno strano buchetto nel vetro. In quell’appartamentino viveva da anni ma non se ne era mai accorta. La mini webcam l’ha tirata fuori il suo ragazzo. Un piccolo occhio collegato a un trasmettitore. Impauriti, l’hanno portata in questura. «Abbiamo trovato questa in bagno, qualcuno ci spia, abbiamo paura che nostre immagini intime siano finite chissà dove».
Lo scandalo che scuote la città
È partito così lo scandalo che da tre giorni tiene banco a l’Aquila, con un’intera palazzina abitata da quindici tra studentesse, studenti e giovani lavoratori spiati in casa, la loro privacy violata, le immagini trasmesse in diretta e gestite da una app sul telefonino, l’angosciante sospetto che possano essere state scambiate o vendute sulle piattaforme online. E l’ipotesi che gli spiati possano essere assai di più, visto che chi ha piazzato le telecamere, subito rintracciato dalla polizia, è l’insospettabile proprietario di quegli undici appartamenti ma anche di diverse altre palazzine in città. E di telecamere, ancora incellofanate e pronte all’uso, ne aveva tante in garage.
L’imprenditore che tutti conoscono
«Sono malato, sono un voyeur, mi piace guardare...» si è giustificato davanti agli agenti che, arrivati a sorpresa a casa sua con un ordine di perquisizione, gli hanno trovato sul telefono la app con ben cinque telecamere che da appartamenti diversi trasmettevano immagini in diretta.
L’imprenditore, G.G., 56 anni, titolare del bar dello stadio, a L’Aquila lo conoscono tutti. Interferenza illecita nella vita privata il reato per il quale è indagato in un’inchiesta sulla quale invano, vista la delicatezza della materia, il procuratore Alberto Sgambati e la polizia hanno cercato di attutire l’impatto mediatico. Non fosse altro che per proteggere quei quindici ragazzi da due giorni chiusi in casa, confusi, preoccupati che loro immagini intime possano essere finite chissà dove. Ma i racconti volano di bocca in bocca in una cittadina di 70mila abitanti e basta fare un giro al Polo universitario scientifico o nella viuzza alla periferia de l’Aquila dove sorge la palazzina a tre piani e il nome del proprietario di quegli appartamenti viene subito fuori. Con incredulità e sconcerto visto che si tratta di un imprenditore facoltoso e molto noto.
Dunque, di sicuro, non è davanti a un traffico di immagini intime a scopo di lucro che ci troviamo. E gli 80mila euro trovati dalla polizia nella macchina dell’imprenditore durante una perquisizione non raccontano una storia diversa. Perché se anche quelle immagini sono state scambiate o vendute sul web le transazioni non avvengono di certo in contanti. Semmai in bitcoin.
La palazzina del Grande Fratello
Ma torniamo alla palazzina del Grande Fratello. Tre piani, undici appartamenti, le webcam piazzate praticamente in tutti i bagni, ovunque ci fosse un posto adatto a mimetizzarle: sotto le lampadine degli specchi, negli aereatori, persino nella parte superiore di una lavatrice strategicamente piazzata di fronte ad una doccia. Piccoli congegni collegati a trasmettitori wireless in grado di trasmettere in diretta ma anche dotati di schede per la registrazione.
Per un’intera giornata, dopo la scoperta della app sul telefonino del proprietario degli appartamenti, l’intera palazzina è stata messa a soqquadro dagli agenti dell’ufficio prevenzione generale. Con i ragazzi che avevano preso in affitto quelle case per poche centinaia di euro allibiti mentre, una dietro l’altra, bagno dopo bagno, venivano fuori le webcam. E alla fine, le denunce sono diventate quindici.
La paura dei ragazzi spiati
Ora in questa stradina di campagna subito alle spalle di una delle arterie di accesso alla città, nessuno dei ragazzi ha voglia di parlare. «Per favore, vogliamo essere lasciate in pace – dicono due studentesse che entrano a testa bassa mentre una volante della polizia fa loro da scudo – è in gioco la nostra privacy. Non avremmo mai pensato di finire in una storia così. Non sappiamo neanche ancora che fine facessero le immagine rubate. Né da quanto tempo andasse avanti questa storia, non ci siamo mai accorte di nulla. E sì, il proprietario ovviamente aveva le chiavi di casa».
Sarà nei prossimi giorni una perizia informatica a stabilire se dalla app del telefonino dell’imprenditore quei video siano finiti altrove. E intanto l’Aquila si addormenta con la paura diffusa di altre immagini intime sul web.
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