Cronaca

Belluno, viene condannato per abusi sessuali su anziani ora torna a fare il badante

Belluno, viene condannato per abusi sessuali su anziani ora torna a fare il badante

L’indignazione dei familiari delle vittime della casa di riposo San Donà: “Dovete proteggere i fragili”

3 minuti di lettura

BELLUNO — Quando la notizia è rimbalzata tra i familiari delle vittime della “casa di riposo degli orrori” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, è stato come riaprire una ferita mai rimarginata. Davide Barresi, 56 anni, catanese, condannato in appello a otto anni di reclusione per maltrattamenti e violenze sessuali su otto anziane ospiti della struttura, oggi lavora di nuovo come badante in una famiglia di Belluno.

Ingiusto e pericoloso

«Mi si è gelato il sangue - racconta la figlia di una delle vittime alla stampa locale – È inammissibile che questa persona possa ancora avere contatti con degli anziani. Mia madre ha sofferto troppo. Quello che è successo è una cicatrice che non si chiuderà mai. Le istituzioni devono intervenire: i fragili vanno protetti». E aggiunge: «Capisco che Barresi non stia ancora scontando la pena, perché manca la Cassazione, ma non riesco ad accettare che sia libero e che abbia trovato impiego proprio come badante. Possibile che le agenzie non facciano controlli? Il casellario giudiziario andrebbe richiesto sempre. È a pagamento? Benissimo: chi cerca un badante paga una commissione, dunque è giusto che l’agenzia si assuma la responsabilità di verificare ogni profilo».

La casa di riposo degli orrori

Il caso della “casa di riposo degli orrori” di San Donà di Piave resta una delle pagine più buie dell’assistenza agli anziani in Veneto. Esplose dopo una indagine dei carabinieri che piazzarono telecamere nel reparto “Viola” della struttura, epicentro delle violenze fisiche e sessuali. Nell’estate del 2022, un medico appena arrivato nella struttura nota segni e lividi su alcune ospiti. Sono donne fragili, quasi tutte non autosufficienti, molte incapaci di comunicare a causa di gravi patologie neurologiche. Tra loro anche un’anziana del Trevigiano, figlia della donna che ha sollevato il caso con una denuncia, morta nel febbraio 2023, pochi mesi dopo che l’inchiesta aveva fatto emergere il quadro completo di un sistema di violenze, umiliazioni e abusi durato anni.

L’inchiesta

Le indagini della procura di Venezia ricostruirono un contesto di maltrattamenti sistematici: anziane costrette a subire vessazioni fisiche e psicologiche, percosse e molestie sessuali. Un clima di terrore quotidiano, aggravato dal silenzio e dalla paura di chi lavorava o viveva nella struttura. Gli inquirenti parlarono di “un ambiente chiuso, dominato dall’intimidazione”, dove anche chi sospettava qualcosa temeva di denunciare. “Non vi è dubbio alcuno - scriveva il gip che ha disposto gli arresti – sul generale clima di sopraffazione e vessazione esistente nell'istituto ad opera di un numero significativo di operatori, ai danni di un numero rilevante di ospiti, nonché lo sprezzo e l'insensibilità dimostrata nei confronti delle sofferenze e delle grida di invocazione delle vittime, addirittura ridendo delle stesse e continuando a colpirle se protestano".

Le “strane” lesioni

La segnalazione del medico fu decisiva: notò lesioni incompatibili con cadute accidentali, lividi sulle tempie e sugli arti di pazienti allettate. Le sue relazioni fecero scattare gli accertamenti, portando alla scoperta di abusi commessi tra il 2019 e il 2022. Nel 2024 la Corte d’appello di Venezia ha confermato per Davide Barresi, e altri operatori della struttura coinvolti nell’inchiesta, la condanna a otto anni di reclusione per maltrattamenti e violenza sessuale su otto donne.

Le denunce inascoltate

Molte famiglie avevano denunciato inascoltate anomalie e segnali d’allarme, chiedendo trasferimenti o chiarimenti mai arrivati. Gli enti locali e l’Ulss, oggi parti civili nel processo, sono finiti nel mirino per i mancati controlli e le carenze di vigilanza. Dietro le pareti di quella casa di riposo, gli anziani vivevano nel timore costante. Chi entrava nelle stanze lo faceva spesso senza preavviso, e per molti ospiti anche un semplice rumore di passi nel corridoio era fonte di ansia. Uomini e donne che avevano lavorato una vita, ridotti al silenzio e alla paura. E a rendere tutto ancora più meschino erano le risate e i dialoghi beffardi, intercettati dai carabinieri, tra i responsabili non appena avevano concluso le violenze.

Il nuovo lavoro

Nonostante la doppia condanna, Barresi non è ancora in carcere, fino a quando appunto la pena non diventerà definitiva dopo il pronunciamento della Cassazione. Nel frattempo, la legge gli consente di lavorare, anche in ambito assistenziale. È in questo vuoto normativo che l’uomo è riuscito a trovare impiego come badante presso una famiglia del Bellunese. Un dettaglio che ha sollevato nella comunità domande inquietanti: com’è possibile che un soggetto condannato per abusi sugli anziani possa tornare a prendersene cura? Le agenzie di collocamento, che dovrebbero selezionare e verificare i profili, non sono obbligate per legge a richiedere il casellario giudiziale, salvo che per mansioni specificamente vincolate da norme di sicurezza. Una falla del sistema che rischia di rimettere in circolo persone già giudicate colpevoli di violenze sui più deboli.

Il corto circuito

Il caso Barresi diventa così il simbolo di un corto circuito istituzionale: da un lato la giustizia che ha accertato responsabilità gravissime, dall’altro l’assenza di strumenti preventivi capaci di impedire che simili figure possano tornare a operare a contatto con i fragili.

I commenti dei lettori