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La criminologa Flaminia Bolzan: “I coltelli sono un’arma facile da trovare, fanno sentire più forti”

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L’intervista: “Il possesso aumenta il rischio di escalation violenta. Non c’è una reale percezione della letalità”
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«Economici, facili da trovare in casa o acquistare online senza licenza, semplici da nascondere». Così i coltelli spuntano ovunque: nelle risse, nelle rapine, nelle aggressioni, nei femminicidi, nelle piazze del centro e in periferia. Infilati nelle tasche «per status, per sentirsi più forti, per “essere”, per protezione, per minaccia», spiega Flaminia Bolzan, psicologa e criminologa, «senza che si abbia la percezione della letalità».

Come mai c’è, nelle cronache, una prevalenza di armi bianche?

«Perché, soprattutto in contesti non legati alla criminalità organizzata, sono immediatamente disponibili, occultabili, non richiedono porto d’armi per l’acquisto, anche se girarci senza giustificato motivo è vietato. In questo senso la scelta delle armi bianche riflette più la disponibilità e il contesto che un’unica causa psicologica. In molti casi di omicidio la letteratura evidenza proprio la combinazione tra la disponibilità immediata dell’arma e situazioni impulsive o lungamente conflit…

«Economici, facili da trovare in casa o acquistare online senza licenza, semplici da nascondere». Così i coltelli spuntano ovunque: nelle risse, nelle rapine, nelle aggressioni, nei femminicidi, nelle piazze del centro e in periferia. Infilati nelle tasche «per status, per sentirsi più forti, per “essere”, per protezione, per minaccia», spiega Flaminia Bolzan, psicologa e criminologa, «senza che si abbia la percezione della letalità».

Come mai c’è, nelle cronache, una prevalenza di armi bianche?

«Perché, soprattutto in contesti non legati alla criminalità organizzata, sono immediatamente disponibili, occultabili, non richiedono porto d’armi per l’acquisto, anche se girarci senza giustificato motivo è vietato. In questo senso la scelta delle armi bianche riflette più la disponibilità e il contesto che un’unica causa psicologica. In molti casi di omicidio la letteratura evidenza proprio la combinazione tra la disponibilità immediata dell’arma e situazioni impulsive o lungamente conflittuali, soprattutto in ambito domestico».

Ma perché si esce con un coltello?

«Per “sentirsi più sicuri”, per il timore di minacce e per dinamiche di reputazione e imitazione tra pari. L’idea, insomma, che “ce l’hanno tutti”, soprattutto in microcontesti urbani conflittuali. È importante sottolineare che questo aumenta il pericolo di escalation violenta».

Cioè se si ha un coltello in tasca è più facile che lo si usi.

«Sì, in psicologia sociale si parla di “weapons effect”: la presenza di un’arma può facilitare risposte aggressive in situazioni di provocazione, aumentando la probabilità di usarla anche quando l’intento iniziale era difensivo. Alcuni studi mostrano che l’effetto dipende anche dall’interazione tra gli stimoli in una determinata situazione e l’esperienza individuale, ma il rischio di escalation resta un punto consolidato».

Ma c’è reale consapevolezza della pericolosità di una lama?

«In realtà spesso è limitata: la prossimità fisica imposta dal coltello e la rapidità con cui ferite penetranti diventano fatali sono sottostimate, soprattutto in contesti emotivamente carichi. Anche questo porta a una sottovalutazione delle conseguenze».

C’è una percezione di maggiore impunità?

«Non esiste una “zona franca” di liceità nel portare coltelli per autodifesa o abitudine: le norme parlano chiaro. La percezione di un minor rischio sanzionatorio deriva spesso dal fatto che l’acquisto di un coltello è lecito e diffuso».

Procuratori, docenti, medici raccontano sempre più giovani con il coltello in tasca. Cosa significano per i ragazzi quelle lame?

«Un segnale di status, di appartenenza, di “protezione” percepita, in una dinamica identitaria che si somma a logiche di imitazione ed emulazione nei gruppi. Studi sugli adolescenti suggeriscono che il porto di armi, anche bianche, si intreccia con vulnerabilità psicosociali e ambienti a alto rischio».

È distorta auto-affermazione, sfida o ansia, paura d’una minaccia?

«C’è una coesistenza di motivazioni che varia per contesto del gruppo e storia individuale. Un profilo di ansia-paura può trasformarsi in una condotta aggressiva, in presenza di trigger situazionali, cioè di stimoli simili a quelli vissuti durante un trauma».

Nei femminicidi il coltello è l’arma più usata, c’è una ragione specifica?

«Nella maggior parte dei casi si tratta di violenze domestiche e dunque la disponibilità dell’arma trovata in casa ha un suo peso».

È un’arma che spesso implica una furia nel colpire, un’efferatezza. C’è un legame tra questo e la violenza sulle donne?

«Certo, le aggressioni con coltello avvengono a distanza ravvicinata e possono comportare molteplici colpi. C’è una componente espressiva di rabbia e accanimento che ha un nome: overkilling».

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