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L’alpinista Hans Kammerlander: “Vette difficili e imprevedibili e i turisti guardano le app”

Hans Kammerlander in Sud Tirolo

 

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“Ho vissuto la montagna al limite ma l’Everest non è per tutti. Nelle mie prime spedizioni in Nepal eravamo soli, veniva concesso un solo permesso per via, ora ci sono mille persone. Troppa gente con tanti soldi e poca esperienza: non è alpinismo, è un carnevale”
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«Ho passato trent’anni a guardare solo pareti e cime, in Nepal ho fatto venticinque spedizioni, lì ho perso i miei più cari amici e sono molto addolorato per le vittime di questi giorni. Non mi piace dire che sia colpa di qualcuno: un incidente, sarà stato un incidente. Bisogna anche essere fortunati perché la montagna porta con sé alti rischi e non è per tutti, ora ci sono troppi turisti-alpinisti».

La voce di Hans Kammerlander è quella di chi ha salito, anche in condizioni estreme, dodici dei quattordici Ottomila, ha scalato in solitaria l’Everest più veloce di tutti e oggi che ha 68 anni e ha staccato lo sguardo dalle gare, dalle sfide, dal limite, delle montagne si prende il tempo di osservare «le persone, la cultura, ma anche l’invasione di massa e la trasformazione di un alpinismo che è sempre meno etico».

«Ho passato trent’anni a guardare solo pareti e cime, in Nepal ho fatto venticinque spedizioni, lì ho perso i miei più cari amici e sono molto addolorato per le vittime di questi giorni. Non mi piace dire che sia colpa di qualcuno: un incidente, sarà stato un incidente. Bisogna anche essere fortunati perché la montagna porta con sé alti rischi e non è per tutti, ora ci sono troppi turisti-alpinisti».

La voce di Hans Kammerlander è quella di chi ha salito, anche in condizioni estreme, dodici dei quattordici Ottomila, ha scalato in solitaria l’Everest più veloce di tutti e oggi che ha 68 anni e ha staccato lo sguardo dalle gare, dalle sfide, dal limite, delle montagne si prende il tempo di osservare «le persone, la cultura, ma anche l’invasione di massa e la trasformazione di un alpinismo che è sempre meno etico».

Hans, che vette sono quelle nepalesi?

«Per me sono state una droga. Quote anche altissime in cui in poco tempo può cambiare tutto».

Quali sono i rischi maggiori?

«Le valanghe che si staccano appena c’è un po’ di neve fresca e poi le bufere, il vento: arriva in mezz’ora, ti fa tremare mentre sei in parete o vedere attorno solo un muro di bianco».

Ma le condizioni meteo sono così imprevedibili?

«Le previsioni sono un aiuto, ma non ci si può fare affidamento al cento per cento. Ci vuole esperienza: negli anni ho imparato a vedere una bufera prima che arrivasse, a leggere le nuvole e dire “torno indietro”, a sentire la neve da lontano».

I cambiamenti climatici hanno inciso sull’imprevedibilità dei fenomeni naturali?

«Sicuramente hanno modificato la temporalità di alcuni fenomeni. Ma ora io vedo soprattutto, specie d’estate sulle mie Dolomiti, turisti che guardano solo il cellulare e si affidano alle app: mi fa paura. E d’inverno, nei campi, troppi dilettanti che all’arrivo di una bufera di neve non sono preparati ad affrontarla ed è il caos. In quota c’è troppa gente con tanti soldi e poca esperienza. Questo non è alpinismo».

“Oggi”, ha detto, “c’è la massa sull’Himalaya, la cultura della montagna è andata in malora”.

«Molti anni fa, quando ho fatto le mie prime spedizioni in Nepal, nemmeno trentenne, eravamo soli. Veniva concesso un unico permesso per ogni via. Ora ci sono quasi mille persone, sull’Everest c’è la coda. Ed è un grande errore e un grande rischio. Non c’è posto per tutti in montagna. Capisco che si voglia incentivare il business, ma ripeto: non è alpinismo questo».

In nome del business, per gli sponsor, si corrono rischi eccessivi nel conquistare le cime?

«Sì perché c’è una fame della vetta che non è più solo amore né passione. Ho vissuto per anni al limite, tra pericoli, altezza, al massimo. Ma ora è tutto una pubblicità, un carnevale. L’alpinismo non è uno sport come il calcio ma lo sta diventando».

Lassù si mette in conto la possibilità di fallire e di morire?

«Va messa in conto per forza. Io ho sempre cercato l’avventura, ora molto meno. Anni fa, sul K2, avevamo cominciato una parete, abbiamo visto un seracco sopra di noi, è caduta una slavina ed ero certo di morire. E mi è successo un’altra ventina di volte».

Chi o cosa le ha insegnato a fermarsi?

«L’età e l’esperienza. Dopo più di cinquemila vie ne ho acquisita un po’... Da giovane ho rischiato di più, ho cominciato a 17 anni e fino ai 25 ero aggressivo, anche senza corda. È stato Messner a insegnarmi a dire “basta, fermiamoci, magari torniamo l’anno prossimo”».

Ha perso tanti compagni in vetta.

«Ho perso quasi tutti i miei amici. In Nepal, sul Manaslu, nel 1991, eravamo in tre: è arrivata una bufera di vento e di fulmini, nel giro di quattro ore un compagno è caduto giù, un altro è stato colpito da un fulmine. E poi un altro amico è morto sul K2. E ancora svizzeri, italiani, polacchi, tedeschi. Tutto per provare cose nuove, per aprire nuove vie, per rischiare. Eravamo allenatissimi, ma viaggiavamo sempre sul filo del pericolo».

Cosa significa perdere un compagno di cordata?

«È sempre duro perché ognuno di loro non è solo un compagno di spedizioni, è un fratello. Ho vissuto momenti difficilissimi, sono caduto in un buio profondo e mi chiedevo perché. L’unico aiuto è stata l’idea di dover andare sempre avanti e mai indietro, altrimenti per tutta la vita avrei avuto quel terrore, quel trauma, quella depressione. Sulle pareti non c’è solo la corda che ti tiene attaccato alla roccia, ce n’è pure una invisibile che ti tiene legato ai tuoi compagni. E i ricordi ci saranno sempre».

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