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Nepal, l’assalto dei diecimila al tetto del mondo

Il sogno dell’Himalaya sempre più diffuso anche tra i non professionisti. “Molti non si rendono conto di quello che vanno a fare”
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Torino – Lo chiamano sogno himalayano e da qualche anno è sempre più diffuso, anche fra chi professionista non è. È l’alpinismo sulle vette del Nepal, che vanta la più alta concentrazione di Ottomila e oltre 400 vette aperte alle spedizioni, ma anche negli altri Paesi dove sorgono le montagne più alte del globo. Non solo l’Everest, che con i suoi 8.848 metri è la prima vetta della Terra e la più ambita. I dati del dipartimento del Turismo del Nepal raccontano di circa 9.000 alpinisti che partono per spedizioni, Everest compreso, tra questi anche tanti italiani. Nel 2023 sono stati 9.398 i permessi di scalata rilasciati in Nepal. Per la stagione autunnale in corso, sono stati 1.400 i richiedenti, da 79 Paesi. Alcuni non fanno ritorno a casa: il 2023 è stato un anno tragico, con 20 alpinisti morti sull’Everest. Servono grande preparazione fisica e buone condizioni meteo.

Torino – Lo chiamano sogno himalayano e da qualche anno è sempre più diffuso, anche fra chi professionista non è. È l’alpinismo sulle vette del Nepal, che vanta la più alta concentrazione di Ottomila e oltre 400 vette aperte alle spedizioni, ma anche negli altri Paesi dove sorgono le montagne più alte del globo. Non solo l’Everest, che con i suoi 8.848 metri è la prima vetta della Terra e la più ambita. I dati del dipartimento del Turismo del Nepal raccontano di circa 9.000 alpinisti che partono per spedizioni, Everest compreso, tra questi anche tanti italiani. Nel 2023 sono stati 9.398 i permessi di scalata rilasciati in Nepal. Per la stagione autunnale in corso, sono stati 1.400 i richiedenti, da 79 Paesi. Alcuni non fanno ritorno a casa: il 2023 è stato un anno tragico, con 20 alpinisti morti sull’Everest. Servono grande preparazione fisica e buone condizioni meteo.

Chi fa alpinismo di solito arriva a Kathmandu. Da lì con auto, bus o aerei raggiunge l’area oltre la quale tocca proseguire a piedi. Accompagnato da un operatore locale arriva fino al campo base, che varia di quota a seconda della cima da scalare (per l’Everest ce ne sono due, uno in Nepal, l’altro in Tibet, entrambi oltre i 5mila) e lì comincia l’acclimatazione, per adattarsi alla percentuale di ossigeno sempre più ridotta, in relazione alla quota.

Possono volerci giorni, talvolta settimane, per raggiungere la vetta (o fallirla). «Servono preparazione, dedizione e concentrazione. Il trend del trekking è in aumento ma anche le spedizioni, ed è un problema perché molte persone non si rendono conto di cosa vanno a fare», spiega Daniele Tonani dell’agenzia Focus Himalaya Travel. Serve la preparazione fisica ma anche l’organizzazione. Innanzitutto i permessi, con un costo che varia da stagione a versante. Per l’Everest va dai 15mila dollari in primavera — quando le finestre di bel tempo sono maggiori — ai 7.500 dollari, se non meno, in altre stagioni. Per le montagne secondarie, è di qualche centinaio di dollari. Vanno poi aggiunti i costi per l’assicurazione, non obbligatoria ma consigliata, e le altre spese logistiche: abbigliamento, attrezzatura ma anche viveri, tende, eventualmente bombole di ossigeno. E le spese di trasporto: portatori, bufali, yak o anche elicotteri. «Il costo di una spedizione può variare da poche migliaia di euro a diverse centinaia di migliaia per l’Everest», precisa Manuel Munari, pilota e istruttore di volo che opera anche in Nepal.

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