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L’alpinista Simone Moro: “In questa stagione tempesta imprevedibile. In Nepal soccorsi difficili”

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L’alpinista ha scalato le vette dell’Himalaya 121 volte, conosce bene quelle montagne. Ed è anche pilota di elicottero. “Per raggiungere i luoghi degli incidenti ci vogliono ore e il meteo varia lungo il tragitto. Gli italiani erano preparati e ben equipaggiati”
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Per l’Himalaya fine ottobre è altissima stagione. E il ciclone che ha spazzato il Nepal era imprevedibile. È come se uno tsunami si fosse abbattuto su una spiaggia di Rimini ad agosto». Simone Moro non è solo un alpinista esperto di Himalaya («in Nepal ho contato 121 spedizioni»), ma anche pilota d’elicottero d’alta quota e titolare di un’agenzia di soccorso a Kathmandu. Il doppio incidente che ha colpito due gruppi di alpinisti sul monte Panbari (due italiani morti, uno salvo per un caso fortuito) e sullo Yalung Ri (un italiano morto accertato, due dispersi, più una vittima tedesca, una francese e due nepalesi) è per lui «frutto della sfortuna». A chi ha sollevato polemiche per i ritardi dei soccorsi Moro ricorda che «il Nepal è un Paese assai diverso dall’Italia».

Per l’Himalaya fine ottobre è altissima stagione. E il ciclone che ha spazzato il Nepal era imprevedibile. È come se uno tsunami si fosse abbattuto su una spiaggia di Rimini ad agosto». Simone Moro non è solo un alpinista esperto di Himalaya («in Nepal ho contato 121 spedizioni»), ma anche pilota d’elicottero d’alta quota e titolare di un’agenzia di soccorso a Kathmandu. Il doppio incidente che ha colpito due gruppi di alpinisti sul monte Panbari (due italiani morti, uno salvo per un caso fortuito) e sullo Yalung Ri (un italiano morto accertato, due dispersi, più una vittima tedesca, una francese e due nepalesi) è per lui «frutto della sfortuna». A chi ha sollevato polemiche per i ritardi dei soccorsi Moro ricorda che «il Nepal è un Paese assai diverso dall’Italia».

Perché?

«In Italia il soccorso alpino raggiunge subito qualsiasi escursionista in difficoltà. In Nepal è tutto più difficile. Il primo problema sono le distanze. Raggiungere i luoghi dei due incidenti da Kathmandu è come volare in elicottero da Bologna alla Val d’Aosta. Ci vogliono ore, non trovi i rifornimenti, il meteo può variare lungo il tragitto. Poi c’è l’altitudine. Con l’aria rarefatta le pale degli elicotteri perdono portanza. Con i 4.800 metri del Monte Bianco, sull’Himalaya non arrivi nemmeno al campo base. Per volare così in alto servono elicotteri speciali, piccoli e leggeri. Il pilota va solo, senza aiutanti e senza nemmeno attrezzi. Lascia le taniche di carburante in una base d’appoggio per non avere peso a bordo, raggiunge il luogo del soccorso con il serbatoio al minimo e poi torna ogni volta a rifornirsi. Atterra dove può, spesso si mette a scavare da solo, carica il ferito e torna giù. Non me la sentirei di prendermela coi soccorritori».

I superstiti della valanga dello Yalung Ri lamentano che ci sono volute otto ore per ottenere il permesso di decollo dei soccorsi.

«La burocrazia è pesante. L’autorità per l’aviazione civile deve comunicare col ministero del turismo per autorizzare il decollo. Qualcuno deve leggere la lettera, timbrarla, rispedirla, aspettare che qualcun altro la legga e la reinoltri. Se si tratta di un soccorso urgente il permesso arriva in giornata, ma se è festa i tempi si allungano».

Chi paga i soccorsi?

«Le 14 società di elicotteri che si occupano dei soccorsi sono tutte private, non esiste un servizio pubblico. A pagarle in caso di bisogno sono le agenzie che organizzano il trekking, circa duemila in tutto il Nepal, coperte dalle assicurazioni. Un volo di soccorso può costare dai 5 ai 50mila dollari, a seconda delle distanze».

Si è detto che l’allerta meteo era stata lanciata, è stata trascurata?

«Ancora una volta, non ci troviamo in Italia dove le allerte ti raggiungono ovunque, via radio, cellulare, tv. Dobbiamo immaginare di essere in mezzo al nulla. I cellulari non funzionano, se va bene si parte con un telefono satellitare e per avere il meteo bisogna fare una chiamata ad hoc, preferibilmente a un servizio di previsioni europeo. Non me la sento di accusare qualcuno di imprudenza».

I due scalatori del Panbari sono stati ritrovati in tenda, sepolti da quasi tre metri di neve. Non c’era nulla che potessero fare?

«Durante una bufera la cosa migliore è proprio restare al riparo, nella speranza che non arrivi una valanga. Non c’è nulla di più pericoloso che muoversi quando intorno c’è la neve che vortica. Il fenomeno del whiteout rende tutto, terra e cielo, completamente bianco. Bastano pochi istanti per perdere l’orientamento. Loro avevano scelto delle cime adeguate al loro livello, erano preparati e ben equipaggiati. La stagione, fino a metà novembre, è quella ideale per le escursioni sull’Himalaya. Penso che non ci sia proprio nulla da imputargli».

Lei da pilota soccorritore è invece abituato a prendersi dei rischi?

«È un ragionamento che fai sempre prima di partire, un gioco sottile. Sai che in teoria non dovresti volare, ma la vita di qualcuno dipende dalla tua scelta. Devi rinunciare solo quando temi che i rischi sono troppo alti o il tuo elicottero, interrompendo una linea di aiuto che metterebbe a repentaglio altri in futuro. Lo so che qualcuno può pensare: se restaste sul divano non accadrebbe nulla. Ragionando così però finiremmo tutti al centro commerciale».

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