La guerra è finita», scrive Gino Cecchettin, e chissà quante volte si è chiesto se usare o meno questa parola, «guerra», lui che pochi minuti dopo l’ergastolo a Filippo Turetta disse: «Abbiamo perso tutti». Non ci sono mai state parole d’odio nel suo vocabolario del dolore, e non ci sono nemmeno oggi, davanti all’ultima tappa: «Si è chiuso il percorso giudiziario legato alla morte di mia figlia Giulia».
Lo studente di Torreglia, difeso dagli avvocati Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, non fa appello contro la sentenza. E la Procura generale di Venezia non insiste sul riconoscimento delle aggravanti della crudeltà e dello stalking, in aggiunta a quella già accertata dalla premeditazione: secondo la sentenza, due anni fa, proprio in questi giorni, Turetta progettava di uccidere la ragazza che perseguitava, morta dopo 75 coltellate nella notte dell’11 novembre tra Vigonovo e Fossò.
Il papà di Giulia esprime oggi un concetto non facile da elaborare per il familiare di una vittima: «Non …
La guerra è finita», scrive Gino Cecchettin, e chissà quante volte si è chiesto se usare o meno questa parola, «guerra», lui che pochi minuti dopo l’ergastolo a Filippo Turetta disse: «Abbiamo perso tutti». Non ci sono mai state parole d’odio nel suo vocabolario del dolore, e non ci sono nemmeno oggi, davanti all’ultima tappa: «Si è chiuso il percorso giudiziario legato alla morte di mia figlia Giulia».
Lo studente di Torreglia, difeso dagli avvocati Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, non fa appello contro la sentenza. E la Procura generale di Venezia non insiste sul riconoscimento delle aggravanti della crudeltà e dello stalking, in aggiunta a quella già accertata dalla premeditazione: secondo la sentenza, due anni fa, proprio in questi giorni, Turetta progettava di uccidere la ragazza che perseguitava, morta dopo 75 coltellate nella notte dell’11 novembre tra Vigonovo e Fossò.
Il papà di Giulia esprime oggi un concetto non facile da elaborare per il familiare di una vittima: «Non esiste una giustizia capace di restituire ciò che è stato tolto, ma esiste la consapevolezza che la verità è stata riconosciuta e che le responsabilità sono state pienamente accertate». Sarebbe «naturale» continuare «a pretendere giustizia, cercare ulteriori riconoscimenti della crudeltà o dello stalking. Ma continuare a combattere quando la guerra è finita è, in fondo, un atto sterile. La consapevolezza che è il momento di fermarsi, invece, è un segno di pace interiore e di maturità, un passo che andrebbe compiuto più spesso. La giustizia ha il compito di accertare i fatti, non di placare il dolore. Quel compito spetta a noi: a chi resta, a chi decide di trasformare la sofferenza in consapevolezza e la memoria in responsabilità».
Guarda «avanti», Gino, con la sua Fondazione. «L’unico modo per onorare Giulia è costruire, ogni giorno, qualcosa di buono in suo nome. Merita di essere ricordata non solo per la tragedia che l’ha colpita, ma per ciò che ha rappresentato: la sua dolcezza, la sua intelligenza, la sua voglia di vivere e di amare in libertà. Il dolore non si cancella, ma può diventare seme». «Guardare avanti» significa ascoltare le parole del presidente del tribunale di Milano Fabio Roia, che ieri, affiancato dalle giudici Vincenza Maccora e Elisabetta Canevini, ha detto che crescono le condanne per reati legati alla violenza di genere nella fascia più giovane della popolazione — «un dato preoccupante» –, ma allo stesso tempo aumentano le denunce da parte delle donne tra i 18 e i 25 anni. Vuol dire che le nuove generazioni riconoscono «prima i segnali di violenza».
«È inquietante che i protagonisti di quelle violenze siano ragazzi — commenta Gino con Repubblica –. Significa che i modelli distorti di relazione, basati sul controllo, sulla gelosia, sulla pretesa di possesso, continuano a essere appresi e riprodotti molto presto. Più denunce portano a più condanne, ed è un segno positivo della fiducia crescente nelle Istituzioni. Ma il fatto che ci siano così tanti giovani autori rimane un segnale d’allarme che chiede un intervento culturale ed educativo profondo. Questi due fenomeni sono due facce dello stesso cambiamento: da un lato la società impara a riconoscere e punire la violenza, dall’altro emerge con più chiarezza quanto essa sia radicata, anche tra i più giovani». Tornano alla memoria le parole di sua figlia Elena all’indomani del femminicidio della sorella, quando parlò dei «figli sani del patriarcato».
Conclude Gino: «Mi auguro che tutti impariamo a riconoscere e a respingere ogni forma di violenza, e che la cultura del rispetto diventi impegno condiviso, nella quotidianità e nelle istituzioni. Solo così il sacrificio di Giulia potrà generare un cambiamento reale, profondo, duraturo». Questa è la vera guerra di Gino.