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Augusto Consoli: “Il fentanyl qui non è arrivato, il rischio sono crack e mix di anfetamine e alcol”

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L’intervista al neuropsichiatra che ha partecipato alla settima Conferenza nazionale sulle dipendenze: «Mancano sistemi di monitoraggio costante e sulla prevenzione non bastano iniziative spot»
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Sulle sostanze stupefacenti «servono sistemi di monitoraggio puntuali, che invece mancano, per realizzare interventi di trattamento e di prevenzione». Per agire d’anticipo «non bastano iniziative spot e a risorse variabili». E anche sulle cure «fondi aggiuntivi non guasterebbero». Il reinserimento lavorativo dei consumatori di sostanze è ancora «troppo marginale». Ed è vero che c’è una «normalizzazione dello sballo, che va distinto dalle dipendenze e non è detto ne sia l’anticamera», ma «l’obiettivo del consumo zero non è realistico». Augusto Consoli è il presidente della Società italiana delle tossicodipendenze. Neuropsichiatra, torinese, è stato uno dei relatori della Conferenza nazionale sulle dipendenze chiamata dal governo a Roma.

Professore, è stato davvero un segnale d’attenzione?

«Convocare la Conferenza è un obbligo di legge, andrebbe indetta ogni tre anni, l’ultima era stata nel 2021, la precedente nel 2009. Certo, il fatto che si sia dato seguito a un adempimento è un segn…

Sulle sostanze stupefacenti «servono sistemi di monitoraggio puntuali, che invece mancano, per realizzare interventi di trattamento e di prevenzione». Per agire d’anticipo «non bastano iniziative spot e a risorse variabili». E anche sulle cure «fondi aggiuntivi non guasterebbero». Il reinserimento lavorativo dei consumatori di sostanze è ancora «troppo marginale». Ed è vero che c’è una «normalizzazione dello sballo, che va distinto dalle dipendenze e non è detto ne sia l’anticamera», ma «l’obiettivo del consumo zero non è realistico». Augusto Consoli è il presidente della Società italiana delle tossicodipendenze. Neuropsichiatra, torinese, è stato uno dei relatori della Conferenza nazionale sulle dipendenze chiamata dal governo a Roma.

Professore, è stato davvero un segnale d’attenzione?

«Convocare la Conferenza è un obbligo di legge, andrebbe indetta ogni tre anni, l’ultima era stata nel 2021, la precedente nel 2009. Certo, il fatto che si sia dato seguito a un adempimento è un segnale comunque importante: è stato un momento di scambio partecipato utile a comprendere meglio il fenomeno delle dipendenze e a capire quali interventi sono efficaci e quali invece vanno integrati, innovati, rivisti, introdotti».

La relazione annuale al Parlamento racconta il primato della cannabis, il pareggio tra le morti per cocaina ed eroina, l’allarme per il crack. Intanto il governo ha rilanciato il piano per il fentanyl. Lei che quadro dà?

«Un riscontro puntuale dei consumi è difficile perché mancano e vanno sviluppati sistemi precisi di rilevazione. Uno dei problemi da segnalare è la normalizzazione del consumo legata a una mancata conoscenza del tipo di sostanze che vengono assunte soprattutto nelle fasce giovanili e che rientrano nelle Nps, nuove sostanze psicoattive: un coacervo di sostanze chimiche vendute e trafficate in forme anche difficili da riconoscere. Non vanno trascurate però nemmeno le sostanze più comuni come il tabacco e l’alcol che hanno rischi significativi per la salute. Sul fentanyl invece l’allarme è ingiustificato perché in Italia non c’è una penetrazione minimamente paragonabile all’epidemia che ha portato esiti tragici negli Usa».

Cosa la mette in allarme allora?

«Il mix di sostanze stimolanti come le anfetamine e l’alcol. L’abuso di farmaci usati in modo improprio come le benzodiazepine. E la diffusione davvero molto ampia del crack in fasce di età e realtà sociali diverse: una delle sostanze che dà più problemi anche nel trattamento terapeutico e riabilitativo».

Da dove nasce il consumo giovanile?

«Da un disagio e da un tentativo di adattamento legato ai mutamenti delle relazioni e dei contesti. C’è inoltre una pressione sociale ad aderire a comportamenti collettivi assunti per rinforzare identità fragili e senso di appartenenza».

Ma è giusto parlare di “sballo”?

«Che ci sia un’abitudine a creare un po’ di alterazione dello stato di coscienza e una normalizzazione del consumo eccessivo di sostanza è vero e non solo tra i giovani. Ma dobbiamo distinguere tra consumi sporadici, a rischio e già patologici. Non è detto che uno porti all’altro».

Cosa pensa della “tolleranza zero” che sembra essere la parola d’ordine dell’esecutivo?

«È comprensibile e anche condivisibile, ma un conto è l’ambizione, un altro gli obiettivi operativi. Bisogna essere realistici per intervenire. I tavoli di lavoro della Conferenza lo sono stati perché hanno messo a confronto professionisti che lavorano sul campo, tra le tossicodipendenze».

Cosa non si sta facendo?

«Molte delle istanze promosse anche dalla Contro-conferenza sulle dipendenze, dalle misure alternative alla carcerazione per i reati di droga alla riduzione del danno, sono state affrontate nella Conferenza. Credo non ci sia stato invece spazio adeguato per riprendere il filone del reinserimento lavorativo: servono risorse e accordi con le aziende. L’altro problema riguarda la prevenzione: bisogna intercettare con strategie e linguaggi nuovi, con un dialogo non giudicante, una vicinanza, i milioni di persone che non hanno dipendenze ma consumano sostanze legali e illegali. E va fatto con un impianto stabile e rigoroso, non con iniziative spot e risorse variabili».

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