Novembre del 1985 a Pavia. Gian Mario Taricco da Dogliani (Cuneo) è stato il secondo paziente a ricevere il cuore di un donatore nel nostro Paese, appena quattro giorni dopo il primo. Oggi ha 60 anni e sta per celebrare i 40 anni della sua nuova vita.
Non ci sono altri trapiantati così longevi in Italia e in Europa. Quanto spesso ci pensa?
“Eh sì, sono il recordman, me lo dico quasi ogni giorno. Da una parte c’è la soddisfazione di essere durato così tanto, dall’altra c’è il rovescio della medaglia: sono il più longevo e quindi sarò il prossimo a salutare. Il fatto che non ci siano persone come me in Europa e quasi al mondo fa sì che non ci siano statistiche sul mio caso”.
Si rese subito conto di essere il secondo trapiantato?
“Ero giovane, non ci pensavo. Però il 14 sera, in ospedale a Pavia, avevo sentito il Tg che parlava di Padova. Ricordo ancora la frase: “L’era dei trapianti di cuore è iniziata”. Ma stavo troppo male per dargli peso”.
Quando erano iniziati i suoi problemi di…
Novembre del 1985 a Pavia. Gian Mario Taricco da Dogliani (Cuneo) è stato il secondo paziente a ricevere il cuore di un donatore nel nostro Paese, appena quattro giorni dopo il primo. Oggi ha 60 anni e sta per celebrare i 40 anni della sua nuova vita.
Non ci sono altri trapiantati così longevi in Italia e in Europa. Quanto spesso ci pensa?
“Eh sì, sono il recordman, me lo dico quasi ogni giorno. Da una parte c’è la soddisfazione di essere durato così tanto, dall’altra c’è il rovescio della medaglia: sono il più longevo e quindi sarò il prossimo a salutare. Il fatto che non ci siano persone come me in Europa e quasi al mondo fa sì che non ci siano statistiche sul mio caso”.
Si rese subito conto di essere il secondo trapiantato?
“Ero giovane, non ci pensavo. Però il 14 sera, in ospedale a Pavia, avevo sentito il Tg che parlava di Padova. Ricordo ancora la frase: “L’era dei trapianti di cuore è iniziata”. Ma stavo troppo male per dargli peso”.
Quando erano iniziati i suoi problemi di salute?
“A giugno del 1985. Ero un ventenne molto sportivo, giocavo a calcio in promozione. A un certo punto ho avuto difficoltà a respirare. Con una lastra capirono che avevo un grave problema al cuore. Il decorso è stato difficilissimo. Sono rimasto un anno in ospedale. Dopo il trapianto ho avuto un’infezione ai polmoni e alla colonna vertebrale”.
Oggi chi riceve gli organi, per legge, non può sapere niente del donatore. Negli anni Ottanta come funzionava?
“Non c’erano regole sulla privacy. Il mio donatore era un ragazzo caduto dal motorino senza casco. Dopo un paio di settimane i suoi genitori sono venuti a trovarmi in ospedale. Erano di Magenta, siamo rimasti in contatto finché non sono morti. Non è stato un problema dal punto di vista psicologico. Avevamo un bel rapporto, tranquillo e limpido”.
Oggi come sta?
“Faccio controlli quattro volte l’anno, prendo i farmaci. Adesso mi seguono alle Molinette di Torino, perché lì nel 2016 ho fatto un trapianto di rene, per l’accumulo nell’organo dei farmaci che ho preso. Ho due figli maschi, di 27 e 24 anni. È valsa la pena vederli nascere e crescere”.
Il cuore ha un forte significato simbolico. Come si vive per così tanto tempo con quello di un’altra persona?
“Per un po’ ci ho pensato, ma poi è prevalsa la razionalità. Considerare il cuore la sede dell’anima o dei sentimenti è solo una convenzione. Capito quello, si pensa che ti hanno semplicemente cambiato una pompa. Del resto già da giovane mi era sembrato come andare dal meccanico. Mi interessava solo di respirare meglio”.
Con il medico che l’ha operata, Mario Viganò, ha fatto molte attività per promuovere la donazione. Perché in Italia ancora in tanti negano il consenso?
“Per anni l’Italia è andata male, adesso le cose sono molto migliorate, ma abbiamo ancora 800 persone che aspettano un cuore. Rimane da noi l’idea del cadavere è sacro. Forse è per questo che c’è ancora chi nega il consenso. Ma degli organi c’è bisogno”.