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Il calvario del piccolo Giovanni otto anni di allarmi inascoltati

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Doveva difendersi da aggressioni quotidiane. Ma i giudici avevano autorizzato gli incontri
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MUGGIA (Trieste) - Prima che la madre gli tagliasse la gola con l’ultima coltellata, lasciandolo morire dissanguato accanto a lei, la vita del piccolo Giovanni è stata un inferno. In casa la pace era finita quando il bambino, ucciso mercoledì a Muggia, aveva appena compiuto un anno. Da allora, per otto anni, ha conosciuto solo la guerra scatenata tra i genitori per ottenere il suo affidamento: condizione, «all’interno di una situazione di estrema povertà economica e di grave disagio mentale» per beneficiare di «agevolazioni occupazionali e abitative». Di qui la montagna di accuse reciproche, denunce, querele, minacce e violenze. Negli atti della causa di separazione tra la madre, Olena Stasiuk, di 55 anni, e il padre, Paolo Trame, di 57, i giudici di Trieste definiscono il calvario del bambino «un coinvolgimento massiccio nei rapporti estremamente tesi tra i genitori».

Un eufemismo per confermare che Giovanni «doveva quotidianamente difendersi» da aggressioni sia fisiche che psicolog…

MUGGIA (Trieste) - Prima che la madre gli tagliasse la gola con l’ultima coltellata, lasciandolo morire dissanguato accanto a lei, la vita del piccolo Giovanni è stata un inferno. In casa la pace era finita quando il bambino, ucciso mercoledì a Muggia, aveva appena compiuto un anno. Da allora, per otto anni, ha conosciuto solo la guerra scatenata tra i genitori per ottenere il suo affidamento: condizione, «all’interno di una situazione di estrema povertà economica e di grave disagio mentale» per beneficiare di «agevolazioni occupazionali e abitative». Di qui la montagna di accuse reciproche, denunce, querele, minacce e violenze. Negli atti della causa di separazione tra la madre, Olena Stasiuk, di 55 anni, e il padre, Paolo Trame, di 57, i giudici di Trieste definiscono il calvario del bambino «un coinvolgimento massiccio nei rapporti estremamente tesi tra i genitori».

Un eufemismo per confermare che Giovanni «doveva quotidianamente difendersi» da aggressioni sia fisiche che psicologiche. Tra i fatti più sconvolgenti, la denuncia del bambino di essere sopravvissuto a un tentativo di strangolamento da parte della mamma e le accuse incrociate di molestie sessuali su di lui: i procedimenti risultano archiviati «causa incompiuta e sommaria attività istruttoria».

«Anch’io sono morto — si dispera ora il papà al rientro dalla Procura — mio figlio era la mia vita. Non mi resta altro: perché hanno permesso alla mia ex moglie di ucciderlo per annientare me? Mi sono sempre opposto, con tutte le mie forze, a incontri non protetti dagli assistenti sociali: qualcuno ha Giovanni sulla coscienza». Sotto accusa il cortocircuito tra gli psichiatri del Centro di salute mentale di Domio, che due anni fa hanno sospeso visite e psicofarmaci a Olena, gli assistenti sociali del Comune di Muggia, chiamati ad attuare gli accordi di separazione, e i giudici del tribunale civile di Trieste, che dal 13 maggio hanno autorizzato «un incontro libero alla settimana» tra madre e figlio, finora affidato «in via prevalente» al padre.

A giustificare tutti, rassicuranti perizie psicologiche e ottimistiche relazioni sui colloqui individuali, rivelatesi garanzie catastrofiche. Per capire «cosa non ha funzionato» il ministro della giustizia Carlo Nordio attende al più presto una relazione sulla decisione dei giudici che sei mesi fa hanno accordato alla madre la possibilità di incontrare il figlio da sola: pronto a inviare a Trieste i suoi ispettori. «Tutti sapevano che quella donna era pericolosa — insiste papà Paolo — leggi o no, non andava lasciata sola con il mio Giovannino».

Una «condanna a morte annunciata» respinta da Olena Stasiuk, che si è sempre proclamata a sua volta «vittima di un marito che con ogni mezzo vuole strapparmi il mio bambino». La donna, accusata di omicidio volontario pluriaggravato, ieri ha avuto un crollo nervoso ed è ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale triestino. «Chiederò una perizia psichiatrica — dice Chiara Valente, sua legale — perché la donna è in condizioni di grave prostrazione e non può partecipare a un processo». Confermato l’arresto, rinviato l’interrogatorio di garanzia. Le accuse contro di lei potrebbero però appesantirsi. L’autopsia dovrà confermare quanto trapela dal primo esame della scena del delitto da parte della polizia scientifica e del corpo di Giovanni da parte del medico legale. Il bambino, prima di cadere privo di sensi sul pavimento del bagno, sarebbe stato inseguito per casa e ferito più volte: a provarlo le tracce di sangue in stanze diverse. L’ultimo fendente sarebbe stato scagliato dopo il suo disperato tentativo di difendersi dal coltello da cucina impugnato dalla madre: a rivelarlo, lesioni diffuse.

«Quando a Giovanni succederà qualcosa di terribile — aveva fatto mettere a verbale il padre già nel 2021 — qualcuno dovrà risponderne». Allarmi ripetuti all’avvocato Gigliola Bridda, che l’ha difeso fino a maggio, al nuovo legale Federica Rovera e ieri anche al sostituto procuratore Alessandro Perogio, titolare dell’inchiesta. Tra gli atti acquisiti, anche foto e referti medici sul tentativo di strangolamento «con entrambe le mani», confermato da Giovanni nel 2023, denunce di molestie e minacce di morte. «Se non mi date l’affidamento di mio figlio — aveva assicurato Olena in uno dei primi incontri agli assistenti sociali — uccido sia Paolo che Giovanni: poi mi annego nel mare». Un disagio superato da tempo, secondo il Centro di salute mentale di Domio. «Attualmente — scrivono gli psichiatri a partire dal 2020 — la signora Stasiuk ha risolto brillantemente le difficoltà ed è in fase di remissione totale». Di qui la decisione del giudice Filomena Piccirillo, acquisita l’ultima consulenza della psicologa Erika Jakovic, di autorizzare un incontro libero alla settimana tra madre e figlio, come «inizio di un percorso graduale».

Il primo ad essere spaventato era però Giovanni. Mercoledì il bambino aveva tentato di evitare di passare il pomeriggio solo nel miniappartamento della mamma. A casa era arrivata la notifica che da febbraio sarebbe stato affidato “in via definitiva” al padre. Proprio al genitore, uscendo di casa per andare a scuola, al mattino aveva confidato che la madre «adesso sarà di nuovo fuori controllo e furiosa con me». Una settimana fa, cogliendo già in Olena i segnali di una violenta lucidità innescata da un annuncio da lui sperato ma temuto, Giovanni era fuggito in anticipo a casa dal papà. «Il bambino vedeva — dice il suo allenatore di calcio, Alessandro Babich — ciò che gli adulti non hanno voluto vedere».

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