È rifugiato dalla nascita, profugo per necessità e in quella casa in cui non può tornare c’è una guerra formalmente non dichiarata che miete vittime ogni giorno. Ma S., palestinese dei Territori occupati, in un centro per i rimpatri ci è finito lo stesso. A denunciarlo è la rete Mai più lager-No ai cpr, a cui più di un ragazzo riuscito a uscire dalla gabbia di via Corelli a Milano ha raccontato di quell’uomo che quotidianamente tentava di farsi del male, sbattendo la testa contro il water, ingoiando viti, pezzi di metallo e altri corpi estranei, provocandosi tagli e ferite.
Ne aveva una fresca sulla pancia anche quando è entrato in cpr. Eppure i medici lo hanno giudicato idoneo al trattenimento in un centro del rimpatrio, per giunta proprio lui che indietro non può tornare. Una volta aveva una moglie, una famiglia, che dopo un lutto si è disgregata. Ma la sua storia non è semplice da ricostruire.
Con problemi di dipendenze e imbottito di psicofarmaci, anche gli attivisti che lo hanno raggiunto al telefono hanno avuto difficoltà a comprendere le sue parole. “Quelle rare volte che riusciamo a metterci in contatto con lui, il colloquio è durissimo perché biascica - raccontano i volontari della rete - ci aggiorna a fatica con un macabro notiziario delle ferite più recenti e chiede aiuto in lacrime”.
Qualcosa però sono riusciti a scoprire. Che mai aveva presentato la domanda d'asilo, né qualcuno gli aveva prospettato la possibilità di farlo, né dentro, né fuori dal cpr. Che era stato in cura al Serd per problemi di dipendenze, ma poi anche lì si era perso. Che non aveva un avvocato. L'associazione gli ha affiancato un legale, ci sono stati i primi contatti. Poi improvvisamente è sparito. Solo dopo giorni l’avvocato ha scoperto che era stato trasferito in urgenza in ospedale, ma mai gli è stata comunicata la struttura. Dopo giorni, dal cpr hanno comunicato che era stato rilasciato. O meglio, abbandonato sul territorio senza reti, senza appoggi, in condizioni psicofisiche precarie.
"Si stanno creando pericolose zone grigie nelle nostre città, in cui stiamo tollerando che i diritti costituzionali siano degradati a privilegi, con grande attentato alla libertà di tutte e di tutti e non solo delle persone migranti. Loro, come spesso accade, sono il banco di prova delle politiche repressive e securitarie”, dice Teresa Florio, della rete Mai più lager- No cpr. E quello di S. non è un caso unico.
“Cambiano i nomi, ma le storie sono sempre le stesse e sono troppe”, tuonano gli attivisti. E raccontano di “persone invisibili, trattamenti disumani e responsabilità, probabilmente anche penali, di chi non solo gestisce ma, a più alti livelli, tollera e anzi vuole che questi luoghi continuino a fungere da manicomi per stranieri, con particolare increscioso accanimento verso chi è più fragile, oltre che straniero, e non è in condizioni di rivendicare diritti”.
Giulio, ex operatore del cpr che chiede di usare un nome di fantasia per evitare ritorsioni, ha visto S. nella gabbia di via Corelli. Lui non lavora più lì, non riusciva più – racconta – ad assistere impotente a un sistema basato sulla disumanizzazione. "L’unico modo per essere visti è tentare di togliersi la vita, è tagliarsi, è farsi del male. E comunque nemmeno questo tentativo disperato funziona". Pensava di poter cambiare le cose da dentro, per questo, quando gli hanno prospettato un impiego, ha detto di sì senza riserve. Poi, ha capito. E ha capitolato, non tanto per le pessime condizioni di lavoro, ma per quello che ogni giorno era costretto a vedere.
Le persone sbattute lì dentro, spiega, non hanno un nome, sono numeri e come tali vengono trattati. “La realtà – racconta - è quella di persone confinate in stanze, con una finestra che dà su un mondo che si può solo sognare. Persone senza autonomia che devono chiedere di ricaricare il telefono, di accendere una sigaretta, di avere una bottiglietta di acqua rigorosamente senza tappo, di aver il loro pasto, un caffè, qualsiasi cosa”. E qualsiasi esigenza abbiano – l’avvocato, parlare con la direttrice, segnalare un malessere - viene considerata non urgente, non necessaria, rinviabile.
Per farsi ascoltare, si urla, si protesta, ci si fa male. È l’unico modo, dice “per farsi vedere”. Per provare a farsi ascoltare. Ma il più delle volte, chi si agita viene solo sedato. “Prima si usavano le pillole, adesso spesso le iniezioni”. Fra le sbarre di via Corelli, come di tutti i cpr, ci sono persone trasformate in fantasmi. Molte avevano una vita normale: magari stavano tornando dal lavoro, neanche sapevano di avere il permesso scaduto e sono stati catturati sotto casa, alcuni l’impiego lo hanno perso e con quello il permesso, diventando irregolari, chi ci è passato spesso rimpiange il carcere, perché almeno lì potevano avere permessi di lavoro, c’era un tribunale di sorveglianza a cui rivolgersi.
“Sono fortunato perché io da operatore me ne posso andare, ma i ragazzi utenti non se ne possono andare. E io avrei potuto essere lì dentro perché - sottolinea - che sia chiaro, è una questione di fortuna. Non di delinquenza, non sempre di chissà quale crimine, spesso è solo una questione di burocrazia”.