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Kessler, gemelle e inseparabili. “Noi in un’unica urna”

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Un addio plurale, come succede a certi marito-moglie. “Oltretutto la loro coppia condivideva lo stesso Dna”
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Avendo iniziato a ballare la vita insieme, in un “pas de deux” che si è concluso 89 anni dopo l’inizio, non stupisce il calcolo, e la precisione delle ultime volontà delle già bambine Alice ed Ellen, quel testamento che prevedeva tutto, fino all’incenerimento del loro personale mito.

Un doppio testamento, aveva raccontato una volta Alice, anche a nome della gemella: «Io e Ellen vogliamo che le nostre ceneri vengano mischiate con quelle di nostra madre, e possano essere conservate tutte e tre insieme» (in seguito ci aveva aggiunto quelle dell’amato barboncino Yello, ma pare che non si possa fare, per la legge tedesca).

Quella volta Alice era stata sì spiritosa, ma anche donna pratica, quale era: «L’urna comune fa risparmiare spaz…

Avendo iniziato a ballare la vita insieme, in un “pas de deux” che si è concluso 89 anni dopo l’inizio, non stupisce il calcolo, e la precisione delle ultime volontà delle già bambine Alice ed Ellen, quel testamento che prevedeva tutto, fino all’incenerimento del loro personale mito.

Un doppio testamento, aveva raccontato una volta Alice, anche a nome della gemella: «Io e Ellen vogliamo che le nostre ceneri vengano mischiate con quelle di nostra madre, e possano essere conservate tutte e tre insieme» (in seguito ci aveva aggiunto quelle dell’amato barboncino Yello, ma pare che non si possa fare, per la legge tedesca).

Quella volta Alice era stata sì spiritosa, ma anche donna pratica, quale era: «L’urna comune fa risparmiare spazio. Al giorno d’oggi si dovrebbe risparmiare spazio ovunque, anche al cimitero».

Ma per lo più le due si erano fatte intervistare insieme, sovrapponendo le voci in un pensiero unico e chiarissimo (non solo sulla morte), e spiegando senza troppi giri di parole che «se una di noi si dovesse ridurre in stato vegetativo, l’altra le staccherà la spina». Non c’era quindi il minimo dubbio che avrebbero fatto la fine voluta e pianificata, il suicidio assistito portato a termine con l’associazione Dghs e reso pubblico ieri, a cose fatte e tutto come era stato deciso per tempo, e ben sei mesi fa.

Un suicidio plurale, come succede a certi marito-moglie (sposati da 50, 60 anni, e magari non si suicidano ma muoiono a poche ore di distanza l’uno dall’altra), a certi fidanzati disperati, «alle coppie, che non devono essere per forza di sposi. Oltretutto la loro coppia condivideva lo stesso Dna», spiega Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia dinamica alla Sapienza (che ieri sera diceva anche «io le penso con affetto, hanno accompagnato la mia infanzia televisiva…»).

Quindi, più di una coppia. «Una scelta coerente e solidale di due persone che hanno preso tante decisioni insieme, e anche quella finale. Massimo rispetto…». Aggiungiamo la resistenza comune a un’infanzia tremenda, e una carriera a due che è stata sì sfolgorante, ma se pensiamo ai loro inizi di ragazze magre anzi ossute, scappate appena in tempo nella Germania Ovest, ecco, lì c’è un’altra spiegazione possibile. «Ci siamo cementate per sempre, il nostro attaccamento reciproco aveva radici più profonde del solito affiatamento che caratterizza i gemelli», raccontavano a una voce (gli intervistatori, di volta in volta cercavano di spiegare il fenomeno, due corpi e una voce, erano interviste al plurale, e quindi stravaganti).

Simbiosi? Lo stiamo dicendo tutti, lo dice anche Umberto Galimberti, che «i gemelli hanno questa configurazione, quell’essere inseparabili». E racconta di una sua paziente con sei figli, e «ognuno potrebbe avere la sua camera, ma i gemelli vogliono una camera sola». È abbastanza un mistero, studiato nei secoli e persino con ferocia dal dottor Mengele, nel campo di sterminio di Auschwitz. Aggiunge però, lo psicoanalista Galimberti, che «spesso capita a cantanti e attori famosi, una depressione professionale, una volta finita l’onda del successo». Intendendo che «hai vissuto, non sei più riconosciuto, quindi devi morire». Ma lì (e in questo caso potrebbe) «finisci con l’essere il protagonista della tua morte». Forse c’è stato anche questo, nella lunga vita felice delle famose gemelle tedesche.

«Non abbiamo più parenti, e se li abbiamo non li conosciamo. Abbiamo scelto di lasciare la nostra eredità a Medici senza Frontiere perché rischiano la vita per gli altri. Hanno preso il Nobel per la Pace, e sono seri». Le due erano serissime, anzi severe, come dovrebbero essere tutti i medici del mondo. Professioniste del divertimento, allenate alla dura scuola del Lido di Parigi, i grandi show della televisione italiana erano certo una passeggiata per loro — a due, quindi più difficile — ma divertenti, nella determinazione di far sempre bene, nel rigore della preparazione. Oggi se la sognano, quella disciplina, perché non basta essere belli, lo si capisce in qualunque comparsata televisiva, in certi balli da orango. Ma il loro era un perfezionismo del “pas de deux” non solo in scena. Nella vita, un giorno dopo l’altro. Tra piume e lustrini, incredibili tacchi alti, sembravano troppo alti per danzare eppure le due hanno danzato per 89 anni insieme, quindi possiamo ben immaginare un loro abbraccio definitivo, o una stretta di mano, leggera.

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