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Morte Kessler. “Decisione presa da anni, le abbiamo aiutate a morire con un medico e l’avvocato”

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Parla Wega Wetzel portavoce della più antica associazione tedesca per i diritti civili. “Ora molti capiranno che per morire non serve andare in Svizzera”
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BERLINO – Alice ed Ellen Kessler volevano morire insieme e avevano scelto di farlo con la “Deutsche Gesellschaft fuer humanes Sterben” (Dghs), la più grande e antica associazione tedesca che si occupa di suicidio assistito. La portavoce, Wega Wetzel, spiega che «avevano fatto la domanda anni fa ed erano state seguite da un legale e da un medico perché dovevamo essere certi che la loro decisione fosse “libera e responsabile”». I due erano presenti anche al momento della loro morte.

Quando si sono rivolte a voi le gemelle Kessler?

«Anni fa. Volevano morire insieme».

Il 17 novembre, la data che hanno scelto per andarsene aveva un significato particolare?

«Non credo, è che la procedura per il suicidio assistito ha bisogno di tempo. E in questo periodo le persone che hanno fatto la scelta vengono accudite da un legale e da un medico che decidono insieme se ci sono i presupposti».

Com’è la procedura?

«Le gemelle Kessler hanno ricevuto prima la visita di un legale che doveva assicurar…

BERLINO – Alice ed Ellen Kessler volevano morire insieme e avevano scelto di farlo con la “Deutsche Gesellschaft fuer humanes Sterben” (Dghs), la più grande e antica associazione tedesca che si occupa di suicidio assistito. La portavoce, Wega Wetzel, spiega che «avevano fatto la domanda anni fa ed erano state seguite da un legale e da un medico perché dovevamo essere certi che la loro decisione fosse “libera e responsabile”». I due erano presenti anche al momento della loro morte.

Quando si sono rivolte a voi le gemelle Kessler?

«Anni fa. Volevano morire insieme».

Il 17 novembre, la data che hanno scelto per andarsene aveva un significato particolare?

«Non credo, è che la procedura per il suicidio assistito ha bisogno di tempo. E in questo periodo le persone che hanno fatto la scelta vengono accudite da un legale e da un medico che decidono insieme se ci sono i presupposti».

Com’è la procedura?

«Le gemelle Kessler hanno ricevuto prima la visita di un legale che doveva assicurarsi che la loro decisione fosse maturata da un tempo sufficiente, che non vedessero alternative, che fosse libera e che non avessero, per esempio, malattie psichiatriche. In un secondo momento è andato a trovarli un medico. Anche lui per sincerarsi che le due sorelle avessero maturato una “decisione libera e responsabile”, come richiesto dalla recente sentenza della Corte costituzionale che ha legalizzato il suicidio assistito. Poi queste due persone hanno continuato a seguire da vicino le gemelle per accertarsi che non avessero proprio più dubbi».

E cosa è successo nel giorno che le Kessler avevano indicato per la loro morte?

«Al momento della morte sia il legale sia il medico erano presenti. È il medico a preparare l’infusione, ma deve essere rigorosamente il paziente a girare la valvola perché le venga iniettata. Lì hanno chiesto alle gemelle per un’ultima volta se avessero ben chiaro cosa stessero per fare, se lo volessero davvero. E hanno fatto una prova tecnica con la soluzione salina. Soltanto dopo questa ennesima procedura, dopo essersi sincerati fino in fondo della loro “libera e responsabile decisione”, le Kessler hanno potuto iniettarsi la dose letale. La morte in questi casi avviene subito per arresto cardiaco. A quel punto, una volta accertata, viene chiamata la polizia».

E come fa la polizia ad essere certa che sia stato davvero il paziente a suicidarsi e che non sia stato aiutato da terzi?

«Effettivamente è un punto. Ecco perché spesso ci sono dei familiari presenti che poi possono testimoniare che è andata così. Oppure a volte si fanno dei video».

Sa perché le Kessler avessero scelto il suicidio assistito?

«No, ma credo che avessero preso questa decisione per vari motivi».

Il fatto che si sia saputo che due donne così famose abbiano fatto questa scelta è importante?

«Penso di sì. Magari farà capire a molti che non è necessario andare in Svizzera, che si può morire con dignità anche in Germania».

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